Thesauros Edebiyat Tarih Ἱστορίαι

Ἱστορίαι

Ἱστορίαι Thucydides

Kitap 7

 
E Nicia vedendo in quel gran cangiamento di fortuna scoraggiato l’esercito, percorreva le file, e lo inanimiva e lo coasolava, adoprando maggior voce del solito con tutti quelli ai quali si accostasse; o fosse per la premura , o fosse per produrre il maggiore effetto possibile con la robustezza della voce.
 
« Ateniesi ed alleati, ei gridava , anche al presente bisogna avere speranza, che già alcuni salvaronsi da mali più gravi di questi ; nè dovete vituperar troppo voi stessi per le sofferte sconfitte, nè per queste non meritate disavventure. E anch’ io nè più forte di veruno di voi, ma ridotto dal male al termine che mi vedete, nè inferiore mai a chicchessia sì nella prosperità di mia vita privata che in tutto il resto, mi trovo ora sull’ orlo del medesimo pericolo con la gente la più meschina. Eppure molti sono stati gli atti di pietà da me praticati verso gli Dei, molti quelli di giustizia e generosità verso gli uomini ; onde nonostante le presenti sciagure confido dellavvenire. Certo queste disgrazie non meritate mi fanno temere ; ma forse presto cesseranno, che i nemici sono stati prosperati a bastanza : e se noi abbiamo impresa la guerra in ira a qualche nume , siamo già stati più che a sufficienza puniti. Pur troppo alcuni altri invasero il suolo altrui, e per avere umanamente fallito ne ebbero tollerabili pene ; onde anche a noi lice sperare più miti gli Dei, perchè più del loro sdegno meritiamo ornai la compassione. E voi medesimi al vedervi quali e quanti soldati marciate insieme ordinati, non vogliate sbigottirvi troppo, ma considerate che dovunque vi fermiate, da voi stessi componete subito una città, e che nissun’altra città di Sicilia potrebbe agevolmente reggere al vostro assalto, nè farvi sloggiare di là ove vi foste fermati. Attenda ognu^ no che quanto sta in lui, la marcia sia sicura e bene ordinata ; ed a questo solo pensi, che in qualunque luogo venga astretto a combattere, vincendo, avrà quello invece di patria e di mura. Ci affretteremo di marciare e giorno e notte, perchè abbiamo scarsi viveri ; e se arriveremo a qualche terra amica dei Siculi che per tema dei Siracusani stanno ancor fermi per noi, allor fate ragione d’essere al sicuro. Già si è mandato loro a dire che ci vengano incontro con rinfrescamento di vettovaglia. Insomma intendete , o soldati, che vi è forza esser valorosi, perchè non v’ ha luogo vicino nel quale , se incodardite, possiate salvarvi ; e che se ora scampate dai nemici, voi alleati conseguirete ciò che certamente bramate di rivedere, e voi Ateniesi raddrizzerete, sebben decaduta, la gran potenza della città ; poiché la città sono gli uomini, e non le mura o le navi d’uomini vuote ».
 
Mentre Nicia faceva queste esortazioni andava percorrendo l’esercito, ed ove vedesse qualche parte distaccata non marciare in buon ordine, la riuniva e la riordinava. E Demostene con non minor calore diceva presso a poco le medesime cose ai suoi. Le genti di Nicia marciavano io ordinanza quadrata , seguivano poi quelle di
 
Demostene; ed i saccomanni c l’altra gran moltitudine stavano in mezzo ai soldati gravi. E poiché giunsero al passo del fiume Ànapo , trovarono attelate sulla riva delle troppe di Siracusani e di alleati, fugate le quali e impa^ dronitisi del guado, andavano innanzi, ma sempre incalzati dalla cavalleria siracusana e saettati dalle genti leggere. E in questo giorno avendo gli Ateniesi progredito circa quaranta stadii, si fermarono la notte vicino ad una collina , doude partiti il di seguente di buon mattino , e avanzatisi da venti stadii scesero in una pianura e vi si accamparono, con intenzione di pigliar dalle case dei commestibili (giacché quel luogo era abitato), e di portar seco dell’acqua , di che vi era penuria per lo spazio di molti stadii inoltrandosi nella via che doveano tenere. Frattanto i Siracusani spintisi innanzi tagliarono loro con un muro la strada onde doveano passar oltre, la quale era una forte collina chiamata la rupe Aerea, con borri scoscesi da ambe le parti. Il giorno appresso gli Ateniesi proseguivano il cammino , ed i Siracusani e gli alleati coi cavalli e con molti laociatori vi si opponevano, e li saettavano e cavalcavano da vicino. Pugnarono lunga pezza gli Ateniesi, ma poi tornarono indietro al medesimo alloggiamento ; e non potevano più come prima procacciarsi i viveri, perché i cavalli nemici non li lasciavano più dilungare.
 
La mattina dipoi levato il caiiipo marciavano nuovamente , e si sforzavano di arrivare alla collina munita dal muro, ove furono prevenuti dalla fanteria nemica schierata al di là del muro stesso con pochi di fronte, perché il luogo era stretto ; e datovi l’assalto, e feriti con frecce da molti di sulla collina che era acclive, e che però porgeva a quei di sopra il modo di colpire più facilmente, non poterono espugnarla ; onde retrocederono e stavano quieti. Sopravvennero inoltre al tempo stesso alcuni tuoni e piogge, come suole accadere quando l’anno volge all’autunno , per le quali cose gli Ateniesi si persero maggiormente di animo, e stimavano che esse tutte fossero a segnale di loro perdizione. E mentre soggiornavano inoperosi, i Siracusani e Gilippo spedirono una parte dell'esercito a interchiuderli alle spalle con un muro sulla strada per la quale s’erano avanzati ; ma essi mandarono dal canto loro alcuni de’suoi e l' impedirono. Dipoi ritiratisi con tutto l’esercito più verso la pianura vi pernottarono, e il di vegnente ripresero il cammino. Quand’ecco i Siracusani li assaltavano e li accerchiavano da ogni banda; e se gli Ateniesi venivan loro incontro , essi davano indietro ; se retrocedevano , gl' incalzavano, e gl’infestavano specialmente alla coda per vedere se a poco a poco, fugata questa, potessero spaventare tutto l’esercito. Durarono un pezzo gli Ateniesi combattendo in questo modo ; poi andati innanzi cinque o sei stadii si riposarono nella pianura ; ed anche i Siracusani si staccarono da loro, e tornarono al proprio alloggiamento.
 
Ma Nicia e Demostene vedendo giunte a mal termine le loro genti si per la mancanza ornai totale dei viveri, sì per esser molti gravemente feriti nei molti assalti dati dai nemici, si consigliarono di accendere nella notte quanti più fuochi potessero, e ritirar l’esercito, non già per la medesima strada che avevano determinato, ma per quella che va al mare opposta all’altra ove i Siracusani eransi appostati ; tutta la quale strada, invece di condur l' esercito a Catana , lo conduceva in altra parte di Sicilia verso Camarina e Gela, e verso le città greche c barbare di quei luoghi. Accesi adunque molti fuochi marciavano nella notte ; e come suole avvenire in tutti gli eserciti, specialmente grandissimi, di esser presi da tema e paura, tanto più se facciano via di notte in terra nemica e poco distanti da’ nemici, erano in preda allo smarrimento. Le genti di Nicia che precedevano , mantenevansi unite ed avanzarono molto innanzi ; ma quelle di Demostene , quasi mezze ed anche più, si sbandarono e marciavano in gran disordine. Nondimeno all’aurora giungono in sul mare, ed entrati nella via chiamata Elorina camminavano ; perchè giunti che fossero al fiume Cacipari, volevano , secondando il corso di esso, inoltrarsi nei luoghi più mediterranei, ove speravano di dover essere incontrati dai Siculi che avean mandati a chiamare. Pervenuti al fiume trovarono anche qui una banda di Siracusani occupati a chiuder loro il passo con muro e palizzate; respinta la quale tragittarono alla riva opposta, e proseguirono il cammino verso l’altro fiume detto Erineo, per dove aveano a passare secondo gli ordini dei generali.
 
Intanto i Siracusani e gli alleati, poiché venne il giorno e si avvidero esser partiti gli Ateniesi, davano quasi tutti la colpa a Gilippo che a bella posta li avesse lasciati andare ; e messisi in fretta ad inseguirli per dove agevolmente seppero che si erano inviati, li raggiungono verso l’ora del desinare. Incontratisi in quelli di Demostene che erano gli ultimi e marciavano lenti e sbandati, perchè perturbati nella passata notte, subito li assaltano e vengono a battaglia ; ed i cavalli siracusani più agevolmente li circondarono perchè bipartiti, e li rinserrarono tutti insieme. Le genti di Nicia si erano già dilungate in avanti da centocinquanta stadii, perciocché egli le conduceva più sollecitamente, avvisando che in quello stato la loro salvezza dipendeva non già dal fermarsi volontariamente a combattere, ma dal ritirarsi il più presto possibile, pugnando soltanto quando vi fossero astretti; laddove Demostene essendo l’ultimo a retrocedere, e però avendo alle spalle i nemici, trovavasi in moltiplice e continovato travaglio. E sapendo allora che i Siracusani lo perseguitavano, non che cercasse di progredire si metteva piuttosto in ordine per la battaglia ; finché in quel tanto da essi accerchiato, era in gran perturbazione insieme co’suoi Ateniesi ; conciossiachè rinchiusi in un tal luogo cui intorniava un muretto, e che avea quinci e quindi uno sbocco e non pochi ulivi, erano da quel cerchio saettati. E bene avean ragione i Siracusani a far di queste assembra glie invece che battaglie campali ; perchè il cimentarsi con gente disperata non tanto metteva lor conto quanto agli Ateniesi. Inoltre, essendo già manifesta la prosperità dell' impresa , si risparmiavano , onde non trovarsi essi medesimi distrutti per qualche caso prima di compierla ; e pensavano che anche con quel modo di combattimento arebber domati e presi i nemici.
 
Quando adunque Gilippo , i Siracusani e gli alleati , dopo aver saettato da ogni parte per tutta la giornata gli Ateniesi co’ loro confederati, li videro oppressi dalle ferite e da ogni maniera di disagio , fanno da primo bandire che qualunque degl9 isolani volesse, passasse da loro col patto di restar libero ; ed alcune poche città vi passarono. Dipoi fecero accordo con tutte le altre genti di Demostene, con questo che consegnassero le armi, e che nessuno dovesse morire nè violentemente, nè in ceppi, nè per maneanza del vitto necessario. Cosi tutti si arresero in numero di seimila, depositarono quanto denaro avevano versandolo in degli scudi rivoltati, de’quali nempierono quattro. I soldati furono condotti in città. Il giorno medesimo Nicia pervenuto co9 suoi al fiume Erineo e guadatolo , fermò l’alloggiamento sopra un’altura.
 
Ma il di seguente avendolo i Siracusani raggiunto , gli contarono che le genti di Demostene si erano arrese , ed intimarono anche a lui di far lo stesso. Egli però non prestandovi fede pattuisce una tregua per mandare un cavaliere ad osservar la cosa ; il quale ritornò annunziando che s’erano arresi. Allora Micia fa intendere a Gilippo ed ai Siracusani che era pronto a convenire di rifare ai Siracusani il denaro speso per la guerra, col patto che dovessero lasciare in libertà lui e l’esercito , e di dar loro in ostaggio per ogni talento uno de’più ragguardevoli degli Ateniesi , fino al pagamento del denaro. I Siracusani e Gilippo non ammisero queste proposizioni, anzi assalitili ed attorniatili da ogni lato li dardeggiavano fino a sera ; ed essi, quantunque si trovassero mancanti di frumento e di tutti i viveri, intendevano di partirsi giovandosi del silenzio della notte. Ripigliavano infatti le armi, quando i Siracusani avvistisi di ciò intuonarono il peana : onde conoscendo gli Ateniesi d’essere scoperti posarono nuovamente le armi, salvo trecento persone che , apertosi un passaggio attraverso le sentinelle nemiche, marciarono nella notte per quella via che poterono.
 
Venuto appena giorno Micia muoveva l’esercito ; ed i Siracusani con gli alleati lo incalzavano nel modo stesso, e da ogni banda scagliavano dardi e saette. Affretta vansi gli Ateniesi di arrivare al fiume Assinaro perchè assaltati da tutte le parti da numerosi cavalli e dall’altra moltitudine, pensavano di doversi trovar meglio quando lo avesser guadato ; e perchè erano oppressi dalla fatica e dalla sete. Pervenuti in sulla sponda di quello, vi si precipitan dentro senz’ordine veruno, studiandosi ciascuno di guadarlo il primo; ma i nemici che sta van loro a ridosso rendevano ornai difficile il tragittarlo. Tmperciocché costretti a camminar serrati cadevano l’un sopra l’altro é si pestavano, e parte morivano urtati dalle lanciole e dall’ armi , parte cadati nella melmetta erano trascinati via dalla corrente. Passarono i Siracusani alla riva opposta che era scoscesa, e di sopra scagliavano dardi su gli Ateniesi, molti de’quali avidamente bevevano, e giù nell’alveo del fiume erano tra loro stessi abbaruffati ; e i Peloponnesi calati al basso faceano sopra tutto strage di quelli che si trovavano nel fiume. L’acqua fu subito guasta , nondiro meno ell’era bevuta lorda di fango insieme e di sangue, e molti per averla combattevano.
 
Finalmente gran quantità di cadaveri giacendo ammontati nel fiume, e disfatto l' esercito o nel fiume stesso, o dai cavalli se qualche banda si fosse causata , Nicia , fidandosi più di Gilippo che dei Siracusani, si rende alla discrezione di lui e de9 Lacedemoni, pregandolo a ritirar dalla strage anche il rimanente dell’esercito. Dopo di che Gilippo ordinava ai suoi che i nemici fossero fatti prigionieri ; e vivi condussero via tutti quelli che uon si erano nascosti (e questi furono molti), e spedirono ad inseguire i trecento passati a forza di mezzo alle sentinelle, e li arrestarono. i\è già furono molte queste milizie accolte insieme, ma bensì molte si trafugarono, e ne fu ripiena tutta Sicilia, non essendo esse state prese per convenzione come quelle di Demostene. Una buona parte dell’ esercito ateniese vi rimase morta, che certo questa strage non fu minore di verun’ altra accaduta in questa guerra di Sicilia ; e non pochi erano periti ne'diversi passati attacchi, durante il cammino. Con tutto questo molti o fuggirono nel tempo della battaglia, o si trafugarono poi dopo essere stati fatti prigioni ; e tutti si riducevano a Catana.
 
I Siracusani e gli alleati riunitisi insieme , e preso il più che poterono di prigionieri e di bottino, ritornarono alla città, fecero scendere i prigioni tanto ateniesi che confederati nelle cave delle pietre , giudicando sicurissimo il guardarli colà ; e scannarono Nicia e Demostene, a malgrado di Gilippo, siccome quegli che reputava trionfo a se stesso onorevole il condurre ai Lacedemoni, oltre alle altre spoglie , anche i capitani dell’oste nemica. Senza di che si dava il caso che Demostene era odiatissimo a Sparta a cagione de’ fatti della Sfatteria e di Pilo, e Nicia accettissimo pel motivo medesimo ; avvegnaché egli si fosse adoprato moltissimo pei Lacedemoni ritenuti peli’ isola, eoa aver persuaso gli Ateniesi a far le tregue per cui i prigioni erano stati rilasciati. Laonde era benvoluto dai Lacedemoni, e con grandissima fiducia si era reso a Gilippo. Ma alcuni fra i Siracusani (come correva voce) sospettando , per aver tenuto delle pratiche con lui che, se per questo fosse messo alla tortura , non arrecasse loro qualche disturbo in mezzo a quella felicità ; altri, e principalmente i Corintii, che corrompendo qualcuni col denaro (perchè era ricco) non iscappasse, e procurasse loro qualche altra novità, tirarono a sè gli animi dei confederati e lo uccisero. Tale, o presso a poco altrettale , fu la cagione onde restò ucciso Nicia , il meno meritevole certamente fra tutti i Greci, non che altro de’miei tempi, di venire a tanta sciagura, per la sua costante pietà verso gli Dei.
 
I prigionieri che erano nelle cave in principio venivano duramente trattati dai Siracusani. Imperciocché, trovandosi molti in quel luogo profondo e scoperto, il sole ed LI soffocamento li opprimeva ; ed all’opposto le notti autunnali e fredde causavano malattie di nuovo genere: tanto più che per la ristrettezza doveano far tutto nel medesimo luogo, e Tua sull’altro giaceano sovrapposti i cadaveri di quelli che o per ferite, o per questa mutazione , o per altre simili cagioni morivano. Se a ciò si aggiunga una puzza insoffribile, ed il tormento della fame e della sete, perchè per otto mesi ebbero una cotila d’acqua e due di frumento a testa, si vedrà non esser eglino andati esenti da veruno di quelli incomodi che naturalmente doveano opprimere gente gettata in luogo si fatto. In questo modo stivati passarono circa settanta giorni, dipoi tutti gli altri, tranne gli Ateniesi e quei Siciliani ed Italiani che militarono con loro, furono venduti. E sebbene sia difficile lo scrivere esattamente quanti fossero in tutti i prigionieri, nondimeno non potevano esser meno di sette migliaia. Questo tra i fatti greci fu per avventura il più strepitoso di quanti intervennero in queste guerra , ed a mio credere anche più di quanti ne sappiamo per udita ; e sovra ogni altro splendidissimo pei vincitori, e calamitosissimo ai vinti. Conciossiachè vinti in tutto e per tutto e da ogni parte gravemente afflitti, e fanti e navi andarono , come suol dirsi, in fumo ; nulla campò dall' esterminio , e pochi di tanta moltitudine tornarono alla patria. Tale fu il successo dell' impresa siciliana.
← Önceki 3 / 3

Pusula

Üyelik

Dil ve Tema

Dil Seçimi
TR EN
Tema Seçimi