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Ἱστορίαι

Ἱστορίαι Thucydides

Kitap 4

 
Nella medesima estate essendo i Mitilenei vicini ad effettuare il loro disegno di munire Antandro, Demodoco cd Aristide capitani degli Ateniesi, deputati esattori del trigli Ateniesi tornarono i primi a Nisea, e quindi i Pelofautori dei banditi aprono le porte ai capitani delle città bnto, trovandosi attorno all’Ellesponto ( mentre Lamaco loro terzo collega con dieci navi era entrato nel Ponto ) quando riseppero i preparamenti di quella terra vennero in apprensione che ella potesse diventare quel che a danno diSamo era Anea, ove ridottisi i fuorusciti Samii aiutavano in sul mare i Peloponnesi mandando loro de' piloti , fomentavano turbolenze tra i Samii restati in città, e raccettavano gli usciti. Però messa insieme un’ armata di alleati, navigano ad Antandro ove, superati in battaglia quei che ne erano venuti ad opporsi, riprendono di bel nuovo la terra. Non molto dopo Lamaco che già era entrato nel Ponto approda alle rive del fiume Caleci in su quel d' Eraclea ; ma venuta dell’acqua dalle parti montane e calata un' improvvisa corrente, vi perde le navi. Nondimeno egli traversando colle sue genti il paese dei Traci Bitinii, che sono sulla spiaggia opposta in Asia, giunge per terra a Calcedonia, colonia dei Megaresi, situata in sulla bocca del Ponto.
 
Nella medesima estate anche Demostene capitano degli Ateniesi partito appena dalla Megaride va con quaranta navi a Naupatto, avvegnaché alcuni delle città beozie tenessero segrete pratiche con lui e con Ippocrate sugli affari della Beozia, con intenzione di mutare lo stato e voltarlo, come gli Ateniesi, alla democrazia. Pertanto guidati principalmente da Pteodoro esule tebano avevano disposto la cosa in questo modo : che alcuni renderebbero per tradimento Sifa castello marittimo del territorio tespico in sul golfo di Crisa ; ed altri d’Orcomeno consegnerebbero Cheronea che è nel medesimo distretto d’Orcomeno denominato prima Minieo ed ora Beozio. Si erano uniti in queste pratiche più che altri i banditi orcomeniesi, e soldavano genti del Peloponneso ; e siccome Cheronea è su i confini della Beozia, così vi avevano le mani ancora alcuni Focesi. Gli Ateniesi poi occuperebbero Delio consacrato ad Apollo, che resta nel Tanagrese e guarda Eubea : e tutte queste cose dovevano farsi in un determinato giorno perchè i Beozii non potessero tutti accorrere in soccorso di Delio, ma ciascuno avesse di che darsi moto per i propri affari. Se il tentativo andasse bene e si potesse munir Delio, speravano agevolmente che, posto anche non nascesse subito qualche innovazione del governo beotico, nondimeno l’occupazione di questa terra dando abilità agli Ateniesi di corseggiar la campagna, ed essendo un vicino ricovero ai malcontenti, le cose de' Beozii non rimarrebbero tranquille ; e che gli Ateniesi unendosi ai ribelli, mentre i Beozii non potevano raccogliere insieme le loro forze, riuscirebbero col tempo a stabilirvi reggimento acconcio ai loro disegni. Queste erano le insidie che si tramavano.
 
Intanto Ippocrate , che quando fosse il tempo dovea marciare alla testa degli Ateniesi contro i Beozii, fece avviare Demostene a Naupatto colle quaranta navi, acciocché raccolto da quei luoghi un esercito tra di Acarnani e d’altri confederati navigasse a Sifa, che ella verrebbe resa per tradimento. Già avevano fra sè convenuto del giorno in cui dovevano tutte insieme queste cose effettuarsi. Demostene adunque al suo arrivo ricevette nell’ alleanza degli Ateniesi gli Eniadi costrettivi dall9 intero corpo degli Acarnani , e poi commosse da sè stesso tutta la lega di quelle parti ; cominciò da portar le armi contro Salintio e gli Agrei, e recato in sua mano la somma delle cose si disponeva quando che occorresse a raggiungere gli Ateniesi a Sifa.
 
Circa il medesimo tempo di questa estate Brasida con mille settecento di grave armatura messosi in cammino per la sua impresa di Tracia, non prima pervenne ad Eraclea della Trachiniache spedì innanzi un messaggio in Farsalo, pregando i suoi fautori a dover concedere il passaggio per la Tessaglia a lui ed alle sue genti. Vennero di igiiizetf by CiOO^Ic falli a Melizia dellAcaia Panerò, Doro, Ippolochide, Torilao e Strofaco pubblico ospite dei Calcidesi ; e allora egli riprese il suo cammino accompagnato, tra gli altri Tessali, da Leonida larisseo che era molto innanzi con Perdicca ; avvegnaché non sia facile traversar la Tessaglia senza scorta in specie per gente armata; anzi suole generalmente presso tutti i Greci esser preso in sospetto chi passi su quel di altrui senza consenso. Siarroge di più che la moltitudine dei Tessali era mai sempre bene affetta agli Ateniesi ; di modo che se invece d’esser retti da una balìa dominante si fossero governati con uguaglianza popolare di diritto, Brasida non sarebbe potuto passare avanti. Imperciocché anche quando egli s’era messo in via essendoglisi fatti incontro sul fiume Enipeo quei della fazione contraria alle sue guide, volevano contrastargli il passaggio chiamandosi offesi perché ei passasse innanzi senza il consenso di tutto il comune. Rispondevano le scorte che non intendevano di condurlo a malgrado di essi, ma solo per titolo di ospitalità da che era comparso repentinamente. E Brasida diceva di propria hocca esser venuto amico al suolo tessalo ed ai Tessali ; portare le armi contro gli Ateniesi suoi nemici, non già contro loro ; non vedere alcuna inimicizia fra' Tessali ei Lacedemoni per cui dovessero scambievolmente impedirsi l’uso del territorio ; non volere proseguire il cammino a loro dispetto (né quando il volesse potrebbe farlo), ma solo pregarli che non dovessero impedirglielo. Costoro udito ciò partirono; e Brasida, ad istanza de’suoi conduttori prima che si adunasse più gente a contrastargli il’passo,senza punto trattenersi marciò con tanta fretta, che il giorno medesimo che s’era mosso da Melizia fece capo a Parsalo, e si pose ad oste sul fiume Apidano. Di lì passò a Facio, e quindi a Perebia, donde finalmente i suoi conduttori tessali tornarono indietro. Ed i Perebii vassalli degli stessi Tessali lo fecero passare a Dio cittadella del regio di Perdicca, posta alle falde dell’Olimpo di Macedonia inverso la Tessaglia.
 
Così Brasida fu in tempo di trascorrere la Tessaglia prima che alcun fosse preparato ad opporsegli ; ed arrivò presso Perdicca e nelle terre Calcidesi, ove intimoriti della fortuna degli Ateniesi tanto i Traci che si erano loro ribellati quanto Perdicca avevano invitato questo esercito peloponnesio. I Calcidiesi, ai quali si univano segretamente le vicine città (tuttoché ancora non ribellate), avevano fatto gran calca per ottenere questo soccorso, perchè credevano che gli Ateniesi prima di tutto moverebbero le armi contro loro ; Perdicca poi, perchè sebbene non fosse aperto nemico di Atene pure temeva delle differenze avute con quella Repubblica, e soprattutto perchè voleva soggiogare Arribeo re de’Lincesti. I cattivi successi delle armi di Sparta facilitarono ad essi la via ad ottenere dal Peloponneso questo esercito.
 
Speravano i Lacedemoni che, siccome gli Ateniesi soprastavano al Peloponneso e principalmente al territorio di Sparta , valevolissimo mezzo a divertirli sarebbe se anche essi li inquietassero collo spedir genti ai loro alleati, che di ciò li ricercavano per ribellarsi, obbligandosi ancora al nutrimento dei soldati. Desideravano inoltre d’avere un pretesto per mandar fuori degli Iloti, perchè di presente essendo Pilo in potere degli Ateniesi f non dovessero tentare qualche novità. Avevano già i Lacedemoni usato molti compensi per tenersi sempre ben guardati dagli Iloti ; ed allora che molti erano e giovani, e però mettevan loro paura ricorsero a quest’astuzia. Bandirono che quelli tra loro che pretendessero di essere stati i più valorosi nelle cose di guerra a prò dello stato si separassero dagli altri, che verrebbero fatti liberi. Era questa una tenta per iscoprirgli , perchè i Lacedemoni facevano a dire che quelli i quali avessero presunto d’ essere i primi ad ottenere la libertà, avrebbero anche avuta maggior baldanza degli altri ad assalirli. Cosi sceltine duemila li menarono inghirlandati attorno a’templi come costumasi coi libertini; ma poco dopo gli fecero sparire senza che nessuno sapesse con qual genere di morte, e spedirono prontamente settecento degli altri armati alla grave sotto il comando di Brasida che ardentemente lo desiderava, e che si procacciò col soldo altre milizie del Peloponneso.
 
Avevano già anche i Calcidesi bramato di aver Brasida che in Sparta era tenuto in concetto d’uomo attivo e sufficiente a qualunque impresa, e che per quella spedinone venne in grandissima reputazione appresso i Lacedemoni. Conciossiachè mostrandosi innanzi tratto giusto e moderato verso le città, molti luoghi indusse a ribellarsi, ed alcuni ne ebbe per via di trattati ; talché avvenne che volendo i Lacedemoni accomodarsi con gli Ateniesi (siccome fecero), potessero rendersi a vicenda e scambiarsi le terre, e respirar nella guerra allontanata dal Peloponneso. Ed iu seguito quando si venne all9 armi dopo gli affari di Sicilia, la virtù e la prudenza di Brasida, conosciute da alcuni per prova da altri credute per udita , indussero principalmente nei confederati Ateniesi il desiderio dei Lacedemoni; perché uscito egli il primo di Sparta e procacciatosi grido di uomo probo per ogni conto, lasciò in essi ferma speranza che gli altri dovessero essere simili a lui.
 
Ma gli Ateniesi, quando intesero che egli era giunto in Tracia, teimero per loro nemico Perdicca incaricandolo della venuta di Brasida, e rinforzarono i presidii presso i confederati di quei luoghi.
 
Intanto Perdicca unite subito le sue genti con quelle di Brasida marcia contro Arribeo figliolo di Bromero, re dei Lincesti Macedoni, suo confinante, non tanto per delle differenze che seco aveva , quanto perchè voleva soggiogarlo. Ma quando egli e Brasida con l' esercito erano per metter piede sul territorio di Lineo, Brasida disse che prima di venire all’anni voleva abboccarsi con Arribeo per tirarlo, se gli riuscisse, nella lega de’Lacedemoni ; tanto più che Arribeo avea mandato un trombetta dichiarandosi pronto a rimettersi in Brasida ove volesse esser mezzano tra loro. Similmente i legati calcidesi che si trovavano nei campo significavano a Brasida, per averlo più pronto ai loro bisogni, di non volere entrar nel pericolo per cavarne fuori Perdicca, i cui ambasciatori avevano a un dipresso spacciato lo stesso a Sparta, quando dissero che riuscirebbe a lui di render molte terre sue confinanti alleate dei Lacedemoni. Laonde Brasida giudicava di dover trattare come comuni gl’ interessi d’Arribeo : ma Perdicca rispondeva non averlo condotto colà perchè si facesse l' arbitro delle loro differenze, ma bensì perchè esterminasse quelli che da lui gli venissero indicati come suoi nemici, e che gli farebbe un torto mettendosi dalla parte di Arribeo. mentre e’sostentava la metà dell’esercito. Nondimeno Brasida repugnando e dissentendo Perdicca va a trovare Arribeo , dal quale persuaso ritirò l’esercito prima di metter piede nelle sue terre. Perdicca dopo questo fatto tenendosi ingiuriato, invece della metà dava il terzo del foraggio.
 
Immediatamente nella medesima estate poco prima della vendemmia Brasida conducendo seco anche i Calcidesi portò la guerra ad Acanto colonia degli Andrii, ove i fautori dei Calcidesi che lo avevano invitato ed i popolani contendevano insieme se dovesse o no riceversi. Tuttavia temendo il popolo pei frutti della campagna che tuttora eran fuori, Brasida lo induce a dover ricever lui solo, ed ascoltarlo prima di risolvere. Onde presentatosi al popolo con un bel porgere per ispartano , parlò in questo tenore.
 
« Cittadini d’Acanto, la spedizione di me e del mio esercito fatta dai Lacedemoni viene a verificare il motivo di questa guerra da noi divolgalo in priucipio, cioè che noi guerreggeremmo per liberare la Grecia. E nessun ci apponga a colpa se falliti nella nostra credenza quanto alla guerra fatta colà, per cui speravamo di presto abbattere gli Ateniesi senza vostro pericolo , venimmo qua un poco lardi ; perchè arrivati adesso , quando ci fu possibile , daremo opera insieme con voi a debellarli. Stupisco però di vedermi chiuse le porte e di non giungervi grato. Imperciocché laddove noi Lacedemoni stimando anche prima del nostro arrivo di dover venire presso un popolo alleato almeno per volontà, ed a cui saremmo accetti, ci siamo gettati in tanto pericolo facendo viaggio per molte giornate in terra straniera, e mostrando ogni sollecitudine , sarebbe un’ indegnità se voi aveste in mente altri pensieri, e contrariaste la libertà vostra e quella degli altri Greci. Essendoché non solo voi mi vi opponete , ma farete anche sì che ovunque mi presenti men prontamente si uniscano a me gli altri, i quali si adombreranno, perchè essendo primieramente venuto presso voi che avete città considerevolissima e nomea di prudenza, non mi abbiate ricevuto. Nè io potrò giustiGcare il motivo di mia venuta, ma sarò creduto o di volere imporre una iniqua libertà , o di trovarmi qui debole e inabile a protegger quelli che vengano assaliti dagli Ateniesi. Eppur questi Ateniesi, essendo io andato a soccorrer Nisea , tuttoché fossero in maggior numero non vollero azzuffarsi con quelle medesime genti che adesso ho meco. Ora non è presumibile che essi sieno per mandare contro di voi un esercito cosi grosso come l’armata di Nisea.
 
celo però son qua venuto non per danneggiare, ma per liberare i Greci ; ed ho astretto i magistrati di Sparta a giurarmi solennemente che sarebbono independenti coloro che io tirassi nella mia lega. E nemmeno mi trovo qua perchè voglia aggiugnervi alla nostra confederazione o per forza o per inganno, ma all’ opposto perchè vi uniate con noi a guerreggiare gli Ateniesi che vi tengono schiavi. Per lo che raeutre vi do pegni grandissimi, credo che io non debba esser tenuto uomo sospetto o vendicatore insufficiente, e che voi vi accosterete a me pieni di confidenza. Se poi vi ha chi temendo in particolare di chicchessia sta perplesso perchè forse io voglia metter la città in balìa di alcuni, costui si rassicuri sommamente ; imperocché non vengo a fomentar sette, e credo che non apporterei manifesta libertà se trascurando i vostri statuti assoggettassi o la plebe ai nobili, o i nobili alla plebe. Sarebbe questa una libertà più grave d’un dominio straniero , e a noi Lacedemoni non frutterebbe riconoscenza delle nostre fatiche , ma piuttosto colpa invece d’onore e di gloria. Così mostreremmo di tirarci addosso quelle accuse stesse per cui guerreggiamo contro gli Ateniesi in modo anche più odioso di chi non professò mai alcuna virtù. Concio»-siachè per chi è in credito è più vergogna sopraffare altrui con speziosa frode che con aperta violenza ; perchè in questo caso assale col dritto del più forte datogli dalla fortuna ; in quello , coll’ insidia propria di un animo iniquo. Il perchè usiamo molta circospezione nelle controversie che sono per noi rilevantissime.
 
« Nè , oltre ai giuramenti dei Lacedemoni, maggior sicurezza potreste avere di quelli argomenti i quali, confrontando esattamente i fatti colle promesse , vi conducono necessariamente a credere che torna anche in vostro vantaggio quello che ho detto. Se poi a queste mie profferte risponderete non poterle accettare, e la qualità di nostri amici darvi il dritto di rigettarci impunemcute, e la libertà sembrarvi pericolosa , ed esser giusto portarla a quei popoli che hanno la possibilità d’accettarla, e non astringervi alcuno suo malgrado ; io prenderò in testimoni gli Dei e gli Eroi del paese che venuto qua con buon fine non riesco a persuadervi, e che mi sforzerò di
 
Dioiiized bv GoöqIc violentarvi col guasto delle vostre terre. E non crederò di procedere ingiustamente, ma d’avere la ragione dal canto mio per due pressantissimi motivi : primo, affinchè i Lacedemoni con tutta la vostra cordialità non abbiano ad esser danneggiati dalle vostre ricchezze che colerebbero ad Atene quando ricusiate d’unirvi con loro ; secondo , affinchè i Greci non sieno impediti da voi a trarsi di servaggio. Questa nostra condotta non sarebbe onesta. Non dobbiamo noi Lacedemoni dar libertà a chi non la voglia , salvo che per cagione d’un qualche pubblico bene. E nemmeno agognamo il dominio , ma ci studiamo di tenere in freno quei che lo agognano : e però faremmo ingiuria alla maggior parte de' Greci se mentre vogliamo apportare libertà a tutti, trascurassimo che voi vi opponeste. Laonde deliberate bene, e gareggiate di esser fra i Greci il primo esempio a libertà , e di acquistarvi gloria sempiterna, e di non leder punto i vostri interessi, e di procacciare alla città vostra il più bello dei nomi ».
 
Così parlò Brasida : e gli Acantii dopo molti discorsi prò c contro, indotti parte dalle persuasioni di esso, parte dal timore pei frutti della campagna , con maggioranza di voti segreti risolvettero di staccarsi dagli Ateniesi, e vollero ch’ei si obbligasse coi giuramenti medesimi giurati già dai magistrati di Sparta quando lo spedirono , cioè : che sarebbero confederati, ma independenti, tutti quelli che ei tirasse alla sua lega ; e allora finalmente ricevono l’esercito. Non molto dopo si uni a questa ribellione anche Stagiro colonia degli Andrii. Tali cose successero in questa estate.
 
Al primo cominciare del seguente inverno la Beozia era sul punto di rendersi ai generali ateniesi Ippocrate e Demostene , i quali dovevano incontrarsi insieme, andando questi colle navi a Sifa, e l’altro a Delio. Ma esseudo occorso sbaglio nel computo de’ giorni in che eiascuno doveva movere la sua gente, Demostene fu il primo a navigare a Sifa ; e Contuttoché avesse seco sulle navi gli Acarnani e molti alleati di quei luoghi, pure la cosa andò a voto, perchè Nicomaco focese di Fanotco aveva scoperto la trama ai Lacedemoni, e questi ai Beozii. Onde i Beozii accorsi colà a stormo , giacché Ippocrate ancora non gli inquietava sulle loro terre, preoccupano Sifa e Cheronea ; ed i cospiratori, accortisi dello sbaglio , non fecero movimento veruno in quelle città.
 
Intanto Ippocrate , che aveva sollecitato gli Ateniesi tutti, cittadini, inquilini e quanto vi era di forestieri, arriva a Delio , ma troppo tardi, quando già i Beozii eransi ritirati da Si£a. Ivi postosi ad oste prese a fortificare Delio , luogo sacro ad Apollo, nel seguente modo. Scavavano intorno al sagrato ed al tempio una fossa circolare, e dallo scasso gettavano su il cavaticcio per formare un argine, e rasente ad esso ficcarono su' due lati dei pali tolti da una vigna attorno al sacro recinto, la quale tagliarono ; e gettavano nel mezzo i tritumi di essa insieme con sassi e mattoni, levandoli dai pavimenti delle vicine case cui demolivano; e in ogni maniera si ingegnavano di alzare quel riparo. Collocavano ancora, ove fosse opportuno, delle torri di legno , di modo che nel sacro recinto non restava punto di fabbricato, imperocché anche dove sorgeva il portico era già andato in rovina ogni cosa. Avevano cominciato questo lavoro il terzo giorno da che sì erano partiti da casa , e vi si occuparono questo giorno medesimo e il quarto e il quinto fino all’ora del pranzo. Dipoi essendo quasi tutto fornito il lavoro, primieramente l’esercito si scostò da Delio circa dieci stadii, con animo di tornarsene a casa. La milizia leggera, che formava il maggior numero, seguitò immediatamente il suo capimiiio ; ma quella di grave armatura fermato il campo, si teneva quieta. Ippocrate continuò a trattenersi a Delio per mettervi guàrdie e dar l' ultima mano , secondo il bisogno, a quanto mancava ai ripari di quella terra.
 
I Beozii che in questi giorni si riunivano a Tanagra, essendo ivi concorsi da tutte le città alla nuova che gli Ateniesi si avviavano a casa , gli altri Beotarchi, i quali sono undici, disconfortavanli dal combattere, dappoiché i nemici non erano più nella Beozia : infatti gli Ateniesi quando piantarono il campo erano precisamente sui conGni delPOropia. Ma Pagonda di Eolade beotarco di Tebe , a cui toccava il comando dell’esercito insieme con Ariantide di Lisimaco , desiderando venire a battaglia , e credendo miglior partito l’arrischiarvisi, chiamatine a sé tanti per compagnia acciocché non tutti abbandonassero il campo , con queste parole persuadeva i Beozii ad andar contro gli Ateniesi e far giornata.
 
« Valorosi Beozii , egli iacea di mestieri che a nissuno noi magistrati non venisse pure in pensiero , che non voleasi venire a battaglia con gli Ateniesi, eccetto che se li trovassimo tuttora nella Beozia. Imperciocché con quel riparo da essi piantato ai conGni della Beozia vogliono avere un luogo onde muoversi a rovinarla : ond’é che ci sono certamente nemici ove che si trovino e dovunque partano per commettere ostilità. Che se ancora vi è cui sembri più sicuro il non combatterli, costui muti pensiero : attesoché la prudenza in chi è assalito da altri con perìcolo di perdere il proprio non ammette una ponderazione così esatta , come in chi ritenendo le proprie cose, ma bramandone delle maggiori, invade altrui per mero capriccio. Inoltre è vostra patria costumanza far fronte agli assalti di straniero esercito nelle vostre terre del pari che nelle altrui : ciò che dovete fare con assai maggior sollecitudine contro gli Ateniesi che vi confinano. Conciossiaché se, trattandosi di confinanti, la libertà consiste nella parità delle forze ; come non dovrassi venire fino all'ultimo Ar\ cimento contro costoro che non solo i vicini ma anche i lontani si brigano di fare schiavi ? Ci sia d’ esempio Io stato a che son da loro ridotti gli Eubeesi dell’ opposto lido , e la maggior parte degli altri Greci. Dobbiamo altresì persuaderci che laddove gli altri battagliano coi loro vicini per i termini del territorio, noi all’opposto , se restiam vinti, non potremo piantare in tuuo il nostro dominio un sol termine incontrastabile : perocché entrati costoro nelle nostre terre vorranno a fora insignorirsi di tutto ; cotanto la vicinanza di costoro più che degli altri, è per noi pericolosa. Considerate poi che quelli i quali (siccome ora gli Ateniesi ) baldanzosi di loro forze assaltano altrui, sogliono portar con più audacia le armi contro chi stia a sè , e solo si difenda nel proprio paese ; ma insistono con meno ardore contro chi si faccia innanzi ad incontrarli fuori dei confini, e ad attaccarli se l’occasione si presenti. Ne abbiamo contro di loro l’esperienza ; allorché per sedizione insorta avendo essi occupato il nostro suolo, noi li vincemmo a Cheronea e ristabilimmo in Beozia quella sicurezza che dura anche adesso. Le quali cose rammemorando noi più vecchi sforziamoci di imitare i fatti d’allora, e voi giovanetti figli di padri già valorosi procurate di non profanare quelle virtù che per retaggio vi appartengono. Pertauto affidati al Nume che sarà per noi, il cui santuario ritengono sacrilegamente afforzato , ed alle vittime che nei nostri sacrifizi ci si mostrano propizie , corriamo tutti ad affrontarli, e mostriamo loro che assalendo gente che non sappiano respingerli, potranno appagare le proprie voglie ; ma trattandosi di un popolo che per innata generosità vuole combattendo mantener sempre libera la sua patria, e non assoggettare ingiustamente l’altrui, e’ non torneranno indietro senza venire al paragone dell'armi ».
 
Con questa esortazione Pagonda persuase i Beozii ad andar contro gli Ateniesi ; e poiché era già sul tardi del giorno, mosso subito il campo si mise alla testa dell’esercito. Quando fu vicino all’accampamento degli Ateniesi fece alto ove una collina trapposta impediva ai due eserciti di vedersi scambievolmente ; schierò le sue genti e si disponeva alla battaglia. Ippocrate che era a Delio, avuto contezza che i Beozii gli venivano addosso, spedisce al suo esercito imponendo di mettersi in ordinanza : e poco dopo parti anch’ egli, lasciati circa quattrocento cavalli ne’contorni di Delio per guardarlo, se mai qualche corpo nemico volesse assalirlo, e per cogliere insiemi l'opportunità di sorprendere i Beozii nelFatto della battaglia. E i Beozii destinarono alcune squadre per far fronte a costoro ; e quando ebbero tutto in ordine si fecero vedere di sulla collina; e si misero sulle armi in quella ordinanza colla quale dovevano combattere. Erano in tutti forse settemila di milizia grave , e di leggera sopra diecimila , con mille cavalli e cinquecento palvesari. I Tebani con quelli del loro comune tenevano l’ala destra ; il centro gli Aliarti, i Coronei, i Copeesi, e gli altri abitanti sul lago di Copa ; la sinistra i Tespiesi, i Tanagresi e gli Orcomenii. L’una e l’altra ala era coperta dalla cavalleria e dalle genti leggere. I Tebani erano schierati con venticinque di fronte ; egli altri senza verun ordine stabilito. Tale era l’apparecchio e l’ordinanza de’ Beozii.
 
Dalla parte degli Ateniesi i soldati gravi, che era • no pari di numero ai nemici, si schieravano con otto di fronte, e sulle due ali era la cavalleria. Non si trovavano presenti nell’esercito milizie leggere , e nemmeno ve n’erano in Atene ; e quelle che con Ippocrate erano entrate nella Beozia, sebbene in molto maggior numero dei nemici, lo avevano però seguito senz’armi, perchè crasi fatta in Atene una leva generale sì di forestieri che di cittadini ; e perchè dopoché da prima elle si furono mosse per tornarsene a casa, non erano più comparse salvo che poche. Ma quando i due erauo ordinati a battaglia e vicini ad azzuffarsi, lppocrate generale scorrendo le file delPesercito degli Atepiesi gli incoraggiava con queste parole.
 
« Ateniesi, breve é la mia esortazione , ma importa lo stesso per uomini valorosi. Non è dessa eccitamento ma ricordanza di prodezza. A niuno di voi cada in mente che sulle terre altrui noi senza prò ci gettiamo in tanto pericolo, perchè la battaglia nel suolo di questi sarà per salvezza del nostro. E se vinceremo , i Peloponoeà privati della cavalleria beozia non assalteranno più il vostro territorio : talché con una sola battaglia voi conquistate queste terre, e viemaggiormente affrancate le vostre. Marciate adunque contro di essi in modo da fare onore a quella città che ciascuno di voi si gloria di avere per patria, e che è la prima fra i Greci; non meno che ai padri vostri che guidati da Mironida vinsero costoro ad Enofite, ed allora conquistarono la Beozia ».
 
Mentre Ippocrate animava così le sue genti, era pervenuto a mezzo dell’ esercito senza poter percorrere alla maggior parte ; perchè i Beozii incitati anch’essi brevemente da Peonida ed intonato il Peana , si avanzavano dalla collina. Onde gli Ateniesi si mossero loro incontro, e correndo si azzuffarono. Le ultime file di ambedue gli eserciti non poterono venire alle mani perchè impedite egualmente dai torrenti ; ma le altre si affrontarono eoo aspra battaglia e con incioccamento di scudi. L’ala sinistra dei Beozii fino al mezzo era vinta dagli Ateniesi, i quali incalzarono in questa parte anche gli altri ; e singolarmente i Tespiesi. Imperciocché avendo ceduto quei che erano schierati dirimpetto agli Ateniesi, i Tespiesi s» trovarono circondati in angusto spazio : onde quelli che vi morirono furono tagliati a pezzi nel difendersi petto a petto. Alcuni poi degli Ateniesi che nel circondarli eransi disordinati, non riconoscendosi più tra loro, si ammazzarono scambievolmente. Pertanto i Beozii perdevano su questo lato é si ritiravano presso quelli che reggevano alla battaglia. All’opposto l’ala destra, ove erano i Tebani, superava gli Ateniesi : e dopo averli in breve respinti cominciava ad inseguirli. E accadde che Pagonda sentendo che pativa l’ala sinistra de’suoi, aveva spedito in giro alla collina per occulta via due squadroni di cavalleria ; all’improvviso comparir dei quali, quell’ala degli Ateniesi, che era vincitrice, credendo che un nuovo esercito sopravvenisse , entrò in gran paura. Cosicché l’esercito ateniese parte costernato per questo stratagemma } parte inseguito e sbaragliato dai Tebani, si diede tutto a fuggire. Correvano alcuni verso Delio e verso il mare ; altri ad Oropo, altri al monte Pamete ; ed altri ovunque ciascuno avesse qualche speranza di salvezza. I Beozii, e specialmente i loro cavalli , insieme coi Locresi accorsi in rinforzo appena seguita la rotta li incalzavano e li uccidevano. Ma la notte sopravvenuta a questo conflitto facilitò lo scampo ai fuggitivi ; e il giorno appresso quei che s’erano ricovrati ad Oropo e a Delio (il quale noudimeno tuttora ritenevano), lasciatovi un presidio ritornarono colle navi a casa.
 
I Beozii ersero il trofeo, ripresero i cadaveri dei loro , spogliarono quelli de’ nimici, e lasciate ivi delle genti tornarono a Tanara coll’ intenzione di assaltar Delio. In questo mezzo l’araldo degli Ateniesi spedito per riavere i cadaveri incontra quello dei Beozii, che lo fa tornare indietro col dirgli : che prima del suo ritorno non otterrebbe nulla. Quindi venuto alla presenza degli Ateniesi, disse da parte dei Beozii : aver essi oprato nefandamente, violando gl’ istituti dei Greci, perciocché era presso tutti stabilito che entrando sulle terre gli uni degli altri, si risparmiassero i luoghi sacri del paese. Nondimeno (sogli
 
Dopo che l’araldo ehbe parlato così, gli Ateniesi spedirono ai Beozii il loro , rispondendo ; che essi non avevano in nulla violato il sacro luogo, e nemmeno volontàriamente lo violerebbero in avvenire ; che neanche da principio vi erano entrati con questa intenzione, ma solo per aver un ridotto onde meglio difendersi dalle lqro ingiustizie; che gl' instituti dei Greci portavano, che chiunque fosse padrone di un territorio più o meno esteso , di lui fossero sempre ancora i luoghi sacri , per doverli onorare colle ceremonie ch’ei potesse, oltre le consuete ; che i Beozii stessi, e gli altri non pochi che posseggono un paese dal quale, abbiano colla forza cacciati gli abitanti , per quanto da prima invadessero luoghi sacri appartonenti ad altrui, li ritengono ora in proprio ; che se essi medesimi potessero acquistar qualche altra terra di più nella Beozia , la riterrebbero ; e che ora, per quanto in loro stesse, nQti partirebbero da quella ove si trovavano , perche la credevano sua. Quanto all’acqua poi rispondevano ; che l'avevano toccata per necessità, la quale necessità non si erano procurata colla propria insolenza : ma erano stati astretti ad usarne , uel caso di dover respingere i Beozii che i primi avevano invaso il loro territorio ; che iq ogni modo volevasi credere che ciò a cui costringe la guerra o altro grave pericolo, sarebbe pur perdonato anche dal nume ; che però gli altari sono il refugio dei falli inyolontarii ; e trasgressione si chiacqa quella commessa da chicchessia senza alcuna necessità, non quell a che i disastri ti spingano. Ond’è che essi, pretendendo fendere i morti per riscatto de' luoghi sacri, adoprano assai più empiamente degli Ateniesi i quali non Vogliono riacquistare collo scambio di luoghi sacri ciò che loro si conviene. Ili ultimo ordinavano all’aràldo di dir chiaramente che essi non uscirebbero da unii terrà de’ Beozii che non più apparteneva ai Beozii, dappoiché èra stàta acquistata con Tarmi, ma che intendevano di riavere i cadaveri mediante la tregua , secondo il patrio costume.
 
I Beozii, credendo che Oropia (su’ confini della quale giacevano per avventura i cadaveri, essendo ivi accaduta la pugna) fosse per titolo di vassallàggio degli Ateniesi , i quali però non potrebbero riprendere i morti, s’e’ non lo permettessero , risposero : che se gli Ateniesi erànó in Beozia se ne andassero da un paese beozio portando seco le robe loro ; se poi erano in paese loro proprio, dovevano essi ben sapere quello che era da fare : che a loro non toccava certo a dare salvocondotto in terra altrui ; ma che ove si trattasse di uscire da una terra dei Beozii il decoro esigeva si rispondesse, che partissero , e riprendessero le cose richiedevano. A questa risposta l’araldo degli Ateniesi parti senza nulla concludere.
 
Ma i Beozii, essendo venuti in loro aiuto dopo la battaglia duemila Corintii di grave armatura, e quei soldati peloponnesi che erano di presidio a Nisea ed anche i Megaresi, spedirono subito per dei laudatori e frombolieri dal seno Meliaco, marciarono contro Delio , e diedero l’assalto alla fortificazione. Tra gli altri tentativi fatti , accostarono al muro una macchina che lo espugnò, fatta in questa foggia. Segarono unà grande antenna in due parti, le quali vuotate quanto erano lunghe le ricommessero esattamente a guisa d’una tromba. AlPestremila vi attaccarono con catene una caldaia , e dall’autcniia scendeva voltato verso la caldaia lo sfiatatoio di ferro, e di ferro era pur foderata non poca parte del resto dell antenna. Portata questa per non piccolo spazio in su de’carri l’accostarono al muro in quel punto che era fatto, più che d’altro , di sarmenti e di legni : e quando fu vicina vi applicarono grandi mantici alla estremità dalla parte loro , e gonfiavano. Il fiato scorrendo ben serrato nella caldaia fornita di carboni accesi, di zolfo e di pece , suscitò fiamma grande che appiccò fuoco al muro tanto che, non potendo più alcuno rimanervi, lo abbandonarono, e si misero in fuga ; e fu in questa maniera espugnata quella munizione. Alcuni del presidio morirono, dugento furono presi, e l' altra moltitudine montata sulle navi si ricondusse a casa.
 
Dalla battaglia alla espugnazione di Delio erano corsi diciassette giorni ; e poco dopo il messaggio degli Ateniesi ignaro del fatto ritornò pei cadaveri, cui i Beoni restituirono senza più fare la medesima risposta. Nel coni' battimento d’Oropia mancarono poco meno di cinquecento Beozii, Ateniesi forse mille col generale Ippocrate, e gran numero di genti leggere e di saccardi. Poco^ tempo dopo questa battaglia Demostene, che non era riuscito in questi sua navigazione a prendere Sifa per tradimento, avendo sulla sua flotta una truppa di quattrocento soldati gravi tra Acamani, Agrei e Ateniesi, fece scala sulla coda di Sicione. Ma prima che approdasse tutta la flotta i Skionesi, corsi all’incontro di quelli che erano già smontati, li misero in fuga e li perseguirono fino alle navi, uccidendone alcuni, altri prendendone vivi : ed erettovi trofeo restituirono i cadaveri con salvocondotto. Circa i medesimi giorni dei fatti di Delio, Sitalce re degli Odrisii »or» in una battaglia perduta nella sua spedizione contro i Tribali i ; e Seute di Sparadoco suo nipote regnò sugli Odrisi e sull’altra porzione di Tracia stata soggetta al dominio di esso.
 
Nel medesimo inverno Brasida con i confederati di Tracia marciò contro Ami ipoli colonia degli Ateniesi sul fiume Strìmone. Quivi appunto nel sito ove ora risiede la città si era prima provato a fondare una colonia anche Aristagora di Miletop quando era fuggiasco dal re Dario ; ma ne fu bruttamente scacciato dagli Edonii. Medesimamente trentadue anni dopo vi si provarono gli Ateniesi, avendovi spediti per prendervi stanza diecimila tra di loro e di altri volontari, i quali furono trucidati a Drabesco dai Tracii. E nuovamente, passali ventinove anni , vi andarono gli Ateniesi con Agnone figliolo di Nicia speditovi a fondar la colonia , e cacciatine gli Edonii fabbricarono il castello che prima chiamavasi le Nove Strade. Erano essi partiti da Eione, terra marittima e di commercio clic avevano all7 imboccatura del fiume , distante venticinque stadii dalla città presente, alla quale Agnone diede il nome di Amfipoli, o vogliam dire città a due facce, perchè la cinse con mura lunghe da un ramo all'altro del fiume , il quale, coi due rami) onde è diviso, abbracciandola , la bagna intorno da ambe le parti : e così la fabbricò in modo che avesse il prospetto della marina e della terraferma.
 
Brasida adunque movendo da Arne della Calcidica marciava col suo esercito contro Amfipoli. Arrivato sulla sera ad Aulona e a Bromesco, ove sbocca nel mare la palude Bolbe, cenò e la notte proseguì la sua gita. T aceva temporale con del nevischio , e però sollecitò la partenza volendo tenersi celato a quei d’Amlipoli, .salvo clic ai complici del tradimento ; perocché abitavano in quella città alcuni di Argilo, colonia degli Andrii, ed a Uri che favoreggiavano questo trattato, parte mossi da Perdicca, parte da’Calcidesi. Ma in questa trama adopravansi soprattutto quelli d’Argilo , si perchè vicinavano con Amfipoli , sì ancora perchè dagli Ateniesi erano avuti in sospetto di niale intenzionati contro questa città : laonde quando si of- ferse l’occasione all’arrivo di Brasida, che già moltò prima teneva delle pratiche con quei di loro che avevano preso casa in Amfipoli, trattavano del modo onde si dovesse rendere quella città. E non solo lo ricevettero in Argilo; ma ribellatisi agli Ateniesi, in quella medesima notte prima dell’alba collocarono l’esercito presso al ponte del fiume da cui Amfipoli è distante un poco più della larghezza del fiume stesso. Non vi erano ancora state tirate le mura come adesso, ma vi stava piccolo presidio, cui Brasida respinse agevolmente mediante il tradimento, il temporale e l’improvviso assalto. Traversato così il ponte s’impadronì delle cose fuori di città appartenenti agli Amfipolitani che abitavano tutto quel luogo.
 
Il suo tragitto inaspettato per quei di citili, l' arresto di molli di quei di fuori, e l' essersi altri rifugiati dentro le mura, mise in grave scompiglio gli AmGpolitani, tanto più che non si fidavano l’uno dell’altro. E si dice che se Brasida non avesse voluto voltarsi colle sue genti al saccheggio, ma si fosse tosto diretto contro la città , l’avrebbe probabilmente espugnata. Il fatto sta che fermato il campo scorrazzava la campagna ; e vedendo che dalla parte di quei di città nulla succedeva di quanto si aspettava , se ne stette quieto. Intanto quei che erano avversi ai cospiratori prevalendo di numero operarono sì che le porte non vennero subito aperte , e spedirono alcuni insieme col generale Eucleo, che inviato dagli Ateniesi comandava il presidio della città, domandando pronto soccorso all’altro generale di Tracia , Tucidide di Oloro. scrittore di queste istorie, il quale era nell’ isola di Taso colonia de’ Parii, distante da Amfipoli circa mezza giornata di mare. A questo avviso partì egli subito colle sette navi che erano colà, volendo soprattutto arrivare ad Amfipoli prima che ella cedesse in uulla, o almeno assicurarsi per tempo di Eiona.
 
Tra questo , Brasida temendo del soccorso delle navi di Taso, e informato che Tucidide aveva il dappresso in Tracia il lavorio delle miniere d’oro , per cui era uno dei più potenti di terraferma , si affrettava di occupar la città , se fosse possibile prima della sua venuta, perchè il popolo amfipolitano all’arrivo di lui non ricusasse di rendersi , per la speranza ch’ei lo potesse salvare colle forze raccolte dalla Tracia e dal mare. Però proponeva discreto accomodamento per via d’un bando , ove dicevasi : che tanto i cittadini di Àmfipoli, quanto gli Ateniesi che ivi si trovavano, potessero restare , se loro piacesse, al possedimento delle proprie cose, godendo con piena egualità dei diritti di cittadinanza : chiunque poi non stesse contento a ciò , dovesse partire dentro cinque giorni portando seco quel che aveva. :
 
La plebe udito ciò mutossi di pensiero, tanto più che in città vi erano pochi Ateniesi, e il più degli abitanti era un miscuglio di varii popoli, e molti erano parenti di quelli arrestati al di fuori. Insomma tutti, atteso il timore, tenevano per discreto quel bando : gli Ateniesi perchè giudicavano loro pericoloso l’uscire, e perchè non si aspettavano un pronto soccorso ; il resto della moltitudine poi perchè goderebbero come prima dei loro diritti , contro ogni credenza si trarrebbero del pericolo. Cosicché i fautori di Brasida vedendo che la plebe mutata non udiva più il generale ateniese ivi presente, giustificavano oramai apertamente le proposizioni di Brasida, e si venne alla capitolazione per cui ricevettero gli Spartani colle condizioni del bando. Per tal modo resero la città. Tucidide sulla sera di questo stesso giorno approdò colle sue navi a Eiona. Avendo Brasida di poco occupata Àmfipoli , stette solo per una notte che ei non prendesse anco Eiona : perocché se quelle navi non erano sollecitamente venute a soccorrerla , l'avrebbe occupata sul far del l’alba.
 
Dopo ciò Tucidide disponeva in Eiona le cose in modo da metterla in sicuro sì per allora, se mai Brasida venisse ad attaccarla , sì anche per l’avvenire , faccettando quelli che secondo il pattuito avevano preso il partito di ritirarsi da Amfipoli. E Brasida senza perder tempo calò per la corrente del fiume con molte barche verso Eiona per vedere di prender quella lingua di terra die dalle mura si stende verso il mare, e così impadronirsi della bocca del fiume. Fece ancora sue prove dalla parie di terra , ma fu per tutto respinto. Aveva già acconciato le cose di Amfipoli, quando gli si rese Mirrino città dell’Edonia, ove Pittaco re degli Edoni era stato ucciso dai figlioli di Goaxi e da Braune sua moglie; e poco dopo ebbe anche (insselo ed Esime , due colonie dei Tasii. E subito dopo la presa d’Amfipoli era arrivato Perdicca il quale lo aiutaTa a bene stabilire queste cose.
 
Presa Amfipoli, vennero gli Ateniesi in gran timore, tanto più che quella città era ad essi utile non solo perchè ne ricavavano legname da navi e provento di danaro, ma ancora perchè ella offriva ai Lacedemoni condotti dai Tessali un passaggio fino allo Stilinone contro i loro alleati. Che se gli Spartani non si fossero insignoriti del ponte, non arebbero potuto progredire più oltre ; avvegnaché dalla parte di terra sarebbero stati impediti per Li vasta palude formata dal fiume ; e dalla parte di Eiona Je flotte ateniesi gli avrebbero osservati. Ma occupato il ponte , il passaggio compariva ornai troppo facile. Temevano inoltre che gli alleati non si ribellassero ; perocché Brasida in tutte le occasioni mostravasi discreto, e dappertutto dichiarava oo’ suoi disoorsi di essere spedito a liberare la Grecia. Onde le città soggette agli Ateniesi udendo l' presa di Amfipoli, e le profferte di Brasida , e la sua dolcezza , si invogliavano grandemente di novità ; e di nascosto spedivano a lui messaggi, confortandolo a mostrarsi presso loro, volendo ciascuno essere il primo a ribellarsi. Pareva loro di poter far ciò senza alcun pericolo, opinando falsamente non esser tanta la potenza ateniese, quanta mostrassi in processo di tempo ; perchè ne giudicavano più con mal foudato desiderio , che con sicura previdenza ; secondo P usato degli uomini, i quali sperano iocoosideratamente ciò che bramano, e ciò che non gradiscono arbitrariamente rigettano. Auimavansi inoltre alla ribellione per la recente sconfìtta degli Ateniesi in Beozia, e pei seducenti non già veridici discorsi di Brasida, del non aver essi voluto a ISisca combattere con lui contro quel solo suo esercito ; onde contìdavano che nessuno si moverebbe coutro di loro. Ma principalmente erano pronti ad esporsi a qualunque pericolo per quel momentaneo piacere che danno di sè le novità, e per esser quella la prima volta in che sperimenterebbero i Lacedemoni imperversili , contro Atene. Questi mali umori non erano ignoti agli : Ateniesi ed a Brasida , e però quelli spedirono presidii nelle diverse città, secondochè il permettevano il breve tempo e la vernata : e Brasida , intanto che si apparecchiava a fabbricar triremi sullo Strimone, mandò a Sparta sollecitando un nuovo esercito. Ma i Lacedemoni non lo compiacquero, parte per astio dei primari cittadiui, parie perchè amavano meglio di riavere la loro gente dell’ isola Sfatteria , e così terminare la guerra.
 
Nell’ istesso inverno i Megaresi ripresero le mura lunghe tolte già loro dagli Ateniesi e le spianarono. E Branda coi confederati dopo la presa di Amfipoli porta la guerra nella provincia chiamata Acte, che dal canale scavato dal re sporge verso noi, e verso Ato montagna alta che finisce al mare Egeo. Questa provincia comprende la città di Sane colonia degli Andri situata propio sul canale e voltata verso il mare delPEubea , ed altre , cioè Tisso, Cleoiui, Acrotoo, Olofisso e Dio, abitate da un miscuglio di genti barbare che parlano due lingue. Vi è inoltre piccola porzione di Calcidesi , ma i più sono Bisaltici, Crestonrci ed Edoni, e più che altro Pelasgi della razza di quei Tirreni che una volta abitavano Lenno ed Atene. Abitano costoro divisi in piccole castella ; e la maggior parte si reseco a Brasida. Sane e Dio gli fecero resistenza ; e però si trattenne oolPesenoito sulle loro terre e le devastava.
 
Non volendo costoro ascoltare le preposizioni d» Brasida, egli marcia sopra Torona di Calcide occupai» dagli Ateniesi, sollecitato da pochi disposti a render la città. E pervenuto colà mentre era ancor notte « verso l’alba fermava il campo presso il tempio dei Dioscuri, distantil dalla qittà circa tre stadii, senza essere stato veduto nè dal resto deJ Toronesi, nè dalla guarnigione ateniese. Ma quelli ohe facevano per lui, sapendo ch’ei doveva venire, escono furtivamente in pioeoi numero per spiarne l'arrivo. Appena le videro presentarsi introducono in città setto soldati leggeri armati di pugnaletto; i quali soli, di venti che prima erano destinati, non dubitarono di entrarvi condotti da Lisimaco olintese. Entrati questi celatamele dalla parte delle mura verso il mare , salirono in cima alla rocca della città che è sulla schiena di un colle, ne uccisero le guardie, e ruppero la porticciola voltata verso il promontorio Canastreo.
 
Brasida avanzossi un poco, e spediti innanzi cento palvesari acciocché si gettassero i primi nella città, quando, venisse aperta qualche porta e fòsse alzato il segnale convenuto, teneva fermo il restante dell’ esercito. Ma quelli maravigliando dell’ indugio che sì frapponeva, si trovarono a poco a poco presso della città. Intanto quei Toronesi di dentro che insieme con gli altri introdottici preparavano la cosa , poiché ebbero rotta la porticciola r tolta la sbarra alla porta verso il foro, primieramente fatto fare un giro ad alcuni di quei palvesari, li introducevano per la porticciola, perchè spaventassero alt9 improvviso quelli di città ignari dfel fatto, assalendoli alle spalle ed ai lati. Quindi alzarono , come era convenuto , il segnale di fuoco , ed ormai dalla porta del foro ricevevano il rimaheuté de’ palvesari.
 
Visto il segnale, Brasida ordinò la mossa , ed accorreva frettolosamente coll’esercito, che alzando insieme le grida mise in gran costernazione quei di città. Alcuni vi si precipitavano a dirittura per la porta , altri per certe Iravirquadraùgolari le quali servivano a tirar su le pietre ¿ e stavano casualmente appoggiate al muro rovinato che si andava riedificando. Brasida poi col grosso dell’esercito si rivolse alle parti più elevate della città , per occupare le alture ed assicurare così la conquista. Il rimanènte delVesercitO: si spàrse indistintamente per tutta la città.
 
Nella presa della quale grande era lo sCQmpiglio del maggior numero dei Toronesi ignari del fatto; laddove i cospiratori e quelli die ciò gradivano, furono subito col vincitore. Quanto poi agli Ateniesi (circa cinquanta dei quali armati alla grave dormivano = per avventura nel foro), poiché intesero il fatto, alcuni pochi che capitarono nelle mani dei Brasidiani furono uccisi ; gli altri, parte per la via di terra, parte ricovratisi sulle due navi che vi stavano a guardia, scamparono nel forte di Lecito , che essi medesimi tenevano fino da quaudo occuparono l'estremità della città verso il mare, rinserrata nel piccolo istmo. Cola si rifugiarono anche tutti quei Toronesi che parteggiavano per Atene.

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