Kitap 2
« Tal governo pertanto si è il nostro (chiamato appunto democrazia, perchè amministrato non da pochi ma dai più) che nulla abbiamo da invidiare all' altrui legislazione ; anzi, piuttosto che imitar gli altri, siamo degli altri il modello. Tutti giusta le leggi vi sono eguali nelle particolari controversie : quanto poi alle pubbliche dignità, ciascuno viene anteposto non pel distinto suo grado principalmente, ma sì per la virtù, secondo che in alcuna cosa si mostri eccellente : nè, sia pur povero , purché abile a giovare alla Repubblica , gli è d’impedimento alle cariche l' oscurità del suo stato. INoi liberalmente procediamo nelle pubbliche faccende ; nè , per il reciproco sospetto cui danno materia le quotidiane occupazioni, prendendo alcuno in odio se qualche cosa faccia per suo mero piacere , componiamo il nostro volto a quell’ aria contegnosa , che, sebbene altrui non nuoce , pure è molesta. Tale essendo il viver nostro in niun modo grave ad alcuno nelle domestiche brighe, non però , per quel rispettoso timore che tanto può su noi, contravvegnamo all’ ordin pubblico, ma a quei, che di mano in mano preseggono, obbediamo, come anche alle leggi ; specialmente a quelle che stanno a difesa degli oppressi, ed a quante altre , le quali sebbene non iscritte, pure arrecano, trasgredendole , per comun sentimento vergogna.
« Abbiamo anche procacciato all7 animo nostro diversi sollievi alle fatiche , sia coli’ istituir giuochi e feste annuali, sia coll’ eleganza delle private suppellettili, di cui il quotidiano diletto bandisce spaurita la melanconia. Qua per l' ampiezza della città nostra vengouo le derrate della terra tutta , e ci avviene di godere delle cose die gli altri paesi producono , come se meno nostre non fossero di quelle che qui nascono.
« Siamo poi superiori ai nemici nelle cose di guerra per queste ragioni. Noi rendiamo la città nostra comune a tutti ; nè mai addiviene che col discacciarne i forestieri escludiam chicchessia da alcun pubblico insegnamento o spettacolo, la vista del quale (ove occultato non fosse) potesse giovare ad alcun de’nemici ; perchè poniamo nostra fidanza, non nelle pompe dei preparamenti o nelle astuzie, ma sibbene nel coraggio degli animi nostri per le imprese. Gli Spartani col loro travaglioso esercitamento, subito dai primi anni affettano robustezza virile ; noi, tuttoché più discretamente cresciuti, non per questo abbiamo meno ardimento in pericoli eguali : prova ne sia che non mai essi da sè soli, ma con tuttolo sforzo degli alleati, portano le armi sul nostro territorio, laddove noi , da noi soli assaltando quel degli altri, riusciamo spesse fiate e con facilità vincitori , sebbene in paese altrui, incontro a gente che per il proprio combatte. Nè alcuno dei nemici s’ è peranche incontrato con tutta l’oste nostra insieme raccolta ; tra perchè attendiamo in mi medesimo tempo al mare, e perchè molte spedizioni facciamo in terraferma : ma qualora si azzuffino con una piccola parte di nostre genti, se vincitori, van dicendo averci respinti tutti ; se vinti, essere stati da tutto insieme l’esercito sconfitti. Pure , quantunque allevati più mollemente, non coll' esercizio di dure fatiche , quantunque non con generosità d’animo dalle leggi formata piuttosto che propria dell’ indole nostra, noi ci facciamo ad affrontare i pericoli ; risulta nondimeno per noi di non affannarci innanzi tempo per le future calamita ; ma se vi ci troviamo , non meno ardili dimostrarci di loro che menano la vita sempre in mezzo agli stenti.
« Nè per questi soli rispetti è degna di ammirazione la nostra Repubblica , ma per altri ancora. Conciossiachè usiamo eleganza ma con frugalità , sappiamo (ària da filosofi senza scemar la vigoria dell’ animo nostro ; ed all’ occasione ricorriamo al tesoro di nostra attività , non alla jattanza di vane parole : confessar la propria povertà non è vergogna ad alcuno, ma più lo è il non adoprarsi ad uscirne. Sanno in questa nostra Repubblica le medesime persone darsi cura delle domestiche e delle civili faccende : altre, quantunque intese al lavoro, non però men bene conoscono ciò che risguarda la cosa pubblica. Noi siamo i soli, appo i quali, chi tiensi fuori da queste cure politiche non uomo inoperoso, ma a nulla abile è dichiarato : ed un medesimo cittadino sa ben pensare degli affari , e drittamente giudicare di ciò che altri ne pensi ; perchè reputiamo non le deliberazioni pregiudichino ai fatti, ma sibbene la mancanza della debita deliberazione , prima di passare ai fatti. Or vanto tutto nostro si è di avere il più deciso coraggio nelle cose che intraprendiamo, e di ben calcolarle ; mentre negli altri l' ignoranza ingenera pazzo furore, e il calcolo timida irresoluzione. Laonde generosissimi a buon dritto hanno a reputarsi quelli , i quali tutto che consapevoli degli orrori della guerra e delle dolcezze della pace, non però fuggono dal rischio. Quanto poi alla cortesia , noi la sentiamo all’opposto degli altri ; mentre non i ricevuti benefizi ma i compartiti ci procacciano gli amici : ora , chi è il primo a beneficare altrui è amico più stabile portato a conservare nel beneficato quel favore di che per propria benevolenza si venne quasi a far debitore : ma chi è vero debitore di benefizio , è più ottuso nell9 amicizia , sapendo che ricambierà altrui di buona opera più presto per sdebitarsi che per corteseggiare. Ond' è clie noi soli gioviamo francamente a chicchessia, non più per calcolo d?interesse , che per quella fiducia che la nostra liberalità ci inspira.
« E, per recare in una le molte parole, dicola nostra Repubblica essere la norma di Grecia tutta, e potere ciascun cittadino, stante quella disciplina che vige tra noi, idoneo prestarsi ad ogni sorta di opere con buon garbo e destrezza maravigliosa. Che queste cose poi non sieno, nella presente occasione, una millanteria invece che verità di fatto , lo palesa la potenza della città nostra , che con siffatte costumanze procurata ci siamo. Perciocché sola, fra quante or sono , a qualsivoglia prova ella venga, supera la fama che di lei risuona ; sola non dà al nemico che P assalga materia di sdegno, al pensare da chi venga superato , nè di rammarico ai sudditi, quasi che dominati da gente indegna dell’ impero : anzi, mettendo in vista la nostra potenza avvalorata da segnalati monumenti, e da indubitate testimonianze, formiamo la meraviglia della presente generazione e quella formeremo delle future. Nè a noi fa di mestieri di un Omero che si aggiunga a lodarci, nè di altri che co’ suoi versi presentemente diletti, e che poi la verità dei fatti non corrisponda alla grandiosità del supposto ; noi che col nostro ardire tutto il mare e la terra ci siam resi accessibili, ed abbiamo ovunque stabilito, quasi coabitatori sempiterni, i monumenti del nostro valore e dei disastri dei nemici. Or siccome costoro per una Repubblica si potente, gelosi del dritto di non perderla , hanno incontrato generosamente la morte tra le armi ; cosi vuoisi da quei che restano qualunque travaglio a pro di lei tollerare.
« Per lo che a lungo io vi ho parlato della Repubblica , volendo farvi certi ugual gara non essere a voi proposta ed a quei che nulla hanno di sì nobile ; ed insieme volendo porvi con manifesti argomenti nel suo vero punto di vista l' encomio che vo tessendo a costoro , del quale vi ho già esposto i titoli più rilevanti. Conciossiachò la Repubblica , di quelle lodi ond’ io l'ho celebrata, fu adorna pel valore di questi e dei loro simili; e pochi hanvi tra’Greci dei quali non possa farsi elogio che agguagli le azioni, siccome avviene di questi, del cui valore non solo ci dà la morte il più nobile indizio, ma è anche l’ultima prova che lo suggella. Ed invero per coloro che in qualche cosa hanno altramente mancato, giusto è che il coraggio mostrato in guerra a difesa della patria stia in luogo di ammenda ; perocché , cancellando col valore i difetti, maggiore utilità hanno apportato in comune , che danno in privato. Né fu alcuno tra cotestoro che (se ricco fosse) anteponendo di seguitare a godere di sua opulenza , invilisse ; o che, se povero , per la speranza di cacciar l’inopia ed arricchirsi, schifasse il pericolo. Anzi vaghi sovrattutto di punire il nemico, giudicando ciò il più decoroso dei cimenti, lo affrontarono ; e paghi del solo desiderio di quei beni, del nemico stesso si vendicarono, rimettendo nella speranza l' incertezza della vittoria, ma pieni del dignitoso pensiero di confidar nelle proprie braccia, quanto al pericolo che avean dinanzi agli occhi : e più bello stimando l' istesso morire in resistendo al nemico , che il salvarsi cedendogli f schifarono l’obbrobrio del pubblico rimprovero, sostennero coi loro corpi la prova ; e nel breve momento, in cui la sorte decise, nel colmo della gloria , anziché del timore, da uoi si dipartirono.
« Che se essi tali furono quali richiedeva la dignità della Repubblica, bisogna si che voi rimanenti bramiate più prosperi, ma sdegniate men fermi pensieri incontro ai nemici ; non ponderando di tal coraggio l’utilità per le sole parole d’un oratore che possa a lungo dichiararla a voi, che non men bene la conoscete (colFesporvi quanti beni derivino dal respingere il nemico), ma piuttosto osservando giornalmente nelle azioni la grandezza della Repubblica , e di lei innamorando. E quando amplissima ella vi paia, pensate che tale ampiezza le acquistarono uomini generosi, giusti estimatori del proprio dovere, animati nell’ imprese da onorata vergogna : e se per avventura fallisse loro qualche prova , non però stimavano dover la Repubblica esser defraudata del loro valore ; che anzi pagarono ad essa il più decoroso tributo. Offrendo infatti con fermezza comune il proprio corpo in guerra , si hanno acquistata particolarmente lode sempiterna e sepoltura orre volissima , non là principalmente ove posano le loro ossa , ma gloria durevole ovunque si presenti l’occasione d’arringa o di fatti guerrieri. Conciossiachè a’ prodi tutta terra è tomba , e non solamente nel proprio suolo il lor valore si mostra per lo scritto sul sepolcro , ma anche nelle più remote terre indelebile rimane la ricordanza di essi, scolpita non piuttosto nella pietra che nel petto di ciascheduno. Emuli or voi di questi, e stimando la felicità consistere nella libertà , e questa nella grandezza d’animo , non siate restii ad affrontare i pericoli della guerra, ponendo mente che gli sciagurati, ai quali non resta alcuna speranza di bene, non hanno più giusti motivi di esser prodighi della loro vita, di quello che coloro pei quali, ove continovino a vivere, sono da temere i cangiamenti della fortuna, e pei quali gli sbagli che commetter possano sono di grandissimo momento. Perciocché per chi ha un’ anima nobile è più doloroso l’ avvilimento accompagnato da codardia, che una morte intrepida , la quale appena si avverte, occorsagli in mezzo alla speranza del pubblico bene.
« Il perché io non mi farò a compiagnere voi che siete padri di questi estinti, ma voglio pittosto racconsolarvi : giacché si sa esser la vita dell’uomo sottoposta a mille fortunosi accidenti ; e coloro esser felici che sortita abbiano decorosissima come questi la morte, o dolore onorevole come è a voi intervenuto, o in ultimo quei che tutta la carriera della vita misurarono in seno alla felicità. Malagevol cosa egli è, ben lo veggo, persuadervi di queste cose ; perchè di esse anche spesse volte vi faranno sovvenire le altrui felicità, onde voi pure, non ha guari, andavate fastosi ; e perchè dolore arreca non la mancanza di beni non provati, ma si di quei ai quali eravamo avvezzi. Nondimeno debbono quelli che sono in età di aver figli confortarsi sulla speranza di altra prole ; imperocché questi che verran dopo indurranno nelle famiglie dimenticanza dei trapassati, e doppio vantaggio ne ridonderà alla Repubblica; non tanto perchè ella non rimarrà deserta, ma ancora perchè coopereranno alla fermezza di lei. E di vero impossibil cosa egli è, che coloro i quali, del pari che gli altri, non han figli da esporre per il beue della patria, dieno consigli giusti ed imparziali. Voi poi che piegate alla vecchiezza, e che per somma ventura foste felici il più della vita, pensate breve essere il corso che vi avanza , e consolatevi colla gloria di questi estinti. Sola infatti la passion per l’onore non invecchia; e nell’ età cadente non diletta, come alcuni avvisano, il guadagno, ma sibbene l’esser tenuto in onoranza.
« A voi finalmente, quanti qui siete, figli o fratelli di questi valorosi, non picciola gara veggio esser proposta : conciossiachè ognun lodi quel che più non è ; e quand’anche gli superaste in prodezza, appena inferiori di poco, non che loro eguali giudicati sareste. Perchè i viventi invidiano il competitore, ed all’opposto quel che più non imbarazza apprezzano con equo animo. Che se qualche cosa deggio dire anche della virtù di voi donne, quante vi troverete in stato di vedovanza, il tutto in breve esortazione ristringerò. Gloria somma sarà per voi non degenerare dall’ indole di modestia propria del vostro sesso, e gloria pur somma ne avverrà a quella tra voi, della quale, sia in lode sia in biasimo , il men possibile si parli tra gli uomini.
« Io vi ho esposto colle parole, secondo la legge , ciò che più mi è sembrato a proposito : quanto al fatto poi, siccome questi son già stati onorati di decorosa sepoltura, cosi i loro figli, da questo momento sino alla pubertà, verranno a pubbliche spese dalla Repubblica alimentati , volendo ella proporre ad essi ed ai posteri, per animarli a siffatti combattimenti, una corona che sia principio di beni allo stato ; perocché ove sono grandissime ricompense al valore, ivi pure fioriscono valentissimi cittadini. Rinnuovate or dunque il vostro tributo di duolo per chi vi appartiene e ritiratevi ».
Tali furono le esequie in quest’inverno, passato il quale finiva il primo anno della guerra. Appena cominciata P estate, i due terzi dell’ esercito dei Peloponnesi e degli alleati invasero l’Attica (come avean fatto da primo) guidati da Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni ; e fermatovi il campo saccheggiavano il territorio. Pochi giorni dopo la loro invasione incominciò tra gli Ateniesi la peste, che si diceva avere anche di prima infuriato in molti altri luoghi, come in Lemno ed altrove. Ma non si avea ricordanza che in verun luogo avesse si violenta pestilenza, e morìa sì grande di gente. Conciossiaehè in principio non valeva in quella alcun senno umano o virtù di medicanti che ignoravano la qualità del malore , e che più facile degli altri morivano , in quanto che comunicavano più spesso cogl infermi. Le supplicazioni nei templi, il ricorso agli oracoli e l' altre cose di siimi fatta sino allor praticate non facevano alcun profitto ; in-» Unto che sopraffatti dalla violenza del malore, cessarono anche da queste.
È fama che la pestilenza incominciasse nell’Etiopia al di là dell’Egitto : e calando poi nell’Egitto stesso, nella Libia, ed in gran parte delle terre soggette al re, si avventò improvvisamente alla città d'Atene, ove prima di tutto toccò gli abitanti del Pireo, cosicché fu da essi detto avere i Peloponnesi gittato dei veleni nei pozzi, at» teso che non eranvi ancora fontane ; e di lì discorrendo nella parte superiore della città , maggiore era il numero di quei che morivano. Dica pertanto ciascuno, medico o no che egli sia, giusta la sua opinione , donde s'abbia a credere che muovesse, e quali sieno state le cause che valsero a partorire tanto rivolgimento ; che io in quanto a me che ne fui malato e vidi pur gli altri, dirò quale si fosse, e dichiarerò quello per cui ciascuno potrà indubitatamente riconoscerla (essendone innanzi informato) se mai di nuovo cadesse.
Correva quell’ anno, a confessione Universale » immune sovra tutti da malattie ; o se qualcuno era di prima da qualche morbo afflitto, tutti si risolvevano in questo. Gli altri poi senza alcuna precedente cagione, ma interamente sani, erano all’ improvviso compresi da veementi caldure al capo , da rossezza e infiammazione d’occhi, e nell’interno la gola e la lingua diventavano tostamente sanguigne, e mandavano alito puzzolente fuor dell’usato. Dopo di che sopravveniva starnutazione e raucedine , ed m breve il male calava al petto con tosse gagliarda : e qualora si fosse fitto sulla bocca dello stomaco lo sovvertiva, e conseguitavano tutte quelle secrezioni di bile, che da’ medici hanno il loro nome, con grandissimo travaglio. Moltissimi ancora erano attaccati da un singhiozzo vuoto che dava forti convulsioni, le quali, a cui subito , a cui molto più tardi cessavano. L’esterno del corpo non era a toccare molto caldo, nè pallido ; ma rossastro , livido e gremito di pustulette ed ulceri ; mentre le parti interne erano in tal bruciore che i malati non potevano sopportare d’avere indosso nè i vestiti nè le biancherie più fini ; ma solo di star nudi. Recavansi a gran diletto tuffarsi nell’acqua fredda ; di che molti de’meno guardati, tormentati da sete incontentabile, si gettarono nei pozzi : ed erano ridotti a tale che profittava egualmente il molto e il poco bere, travagliati incessantemente da smania inquieta e da vegghia continua. Ciò nonostante finché la malattia era nel suo colmo, il corpo non languiva, ma contro ogni credere durava gl’ incomodi, talché i più , o erano da interno calor consumati nel nono o settimo giorno, avendo ancora qualche residuo di forza, o se pur scampavano , scendendo il morbo nel ventre, si faceva grande esulcerazione con sopravvenimento di diarrea immoderata, intantochè poi la maggior parte morivano di debolezza. Perocché il male , fisso prima nel capo, incominciando di .sopra discorreva per tutto il corpo ; e se vi era chi superasse cotesti più fieri malanni; almeno le estreme parti indicavano d’ essere state comprese dal morbo, il quale prorompeva sino nelle vergogne e nel sommo delle mani e dei piedi ; e molti guarivano perdendo affatto queste parti ed anche gli occhi. In altri la convalescenza era immediatamente seguita da smemoraggine di ogni cosa egualmente, a segno che non riconoscevano nè sé stessi, nè gli amici.
Questa spezie di morbo superiore ad ogni racconto che far se ne possa, si avventava a ciascuno con acerbità da non reggervi forza umana: e principalmente mostrossi esser bene altra cosa che una delle malattie comuni, da questo; che gli uccelli ed i quadrupedi che mangiano carne umana, bene che molti cadaveri restasero insepolti, o non vi si accontavano, o gustandoli morivano. Argomento ne fu la mauifesta mancanza di tali uccelli che non si vedevano intorno a veruno di quei cadaveri nè altrove ; e sovrattutto i cani i quali, perchè assuefatti a conversare con gli uomini, rendevano più sensibile tal crudel conseguenza.
Del rimanente per tralasciar molte altre stravaganze della pestilenza (secondo che in diverso modo accadeva in ciascuno) questa era in generale la qualità del morbo : nessuna delle altre consuete malattie affliggeva allora la città ; e se alcuna ve n’ era, andava a finire in questa. Morivano poi alcuni perchè non assistiti, altri benché perfettamente curati : nòn fuvvi, per cosi dire, medicamento alcuno che usato facesse profitto : ciò che avea giovato ad uno nuoceva ad un altro: nè valeva complessione robusta o debole contro la furia del male, il quale uccideva anche i più accuratamente medicati. Ma il più terribile della pestilenza era lo sgomento tosto che uno si sentiva malato ; poiché cadendo in disperazione, più di sé in verun modo non curavano , nè alcun riparo prendevano, e, per lo comunicare insieme in servendo agl’ infermi , incorporando il contagio , come pecore morivano : lo che accresceva assaissimo la mortalità. Se per paura ricusavano visitarsi scambievolmente, morivano privi d’ ogni assistenza, e molte case rimasero vuote per mancanza di serventi : all' incontro se si visitavano contraevano il morbo ; ciò che principalmente interveniva a quei che ambivano desser tenuti caritatevoli, perchè vergognando di risparmiarsi visitavano gli amici ; avvegnaché i parenti striasi , vinti finalmente dalla violenza del male, non valevano a sopportare i lamentevoli gridi dei moribondi. Ciò non pertanto più degli altri compassionavano il moribondo e Yinfermo quei che ne erano campati, tra perché avevano provato il male, e perchè erano ornai pieni di coraggio, essendo che la malattia non si appigliava mortalmente uua seconda volta ; ed erano felicitati dagli altri, mentre il gioia inaspettata della guarigione nutriva in essi speranza e conforto per l’avvenire, quasi non avessero ad esser morti da verun’altra malattia.
Ma l’introduzione della gente di campagna in città, oltre al malore che soffrivano, oppresse anche più gli Ateniesi, e principalmente gli ultimi venuti. Condor siachè per mancanza di case alloggiando questi in tuguri, ove per la stagione che correva restavano soffocati dal caldo, morivano in mezzo alla confusione, e spirando giacevano ammonticati gli uni su gli altri ; e per bramosia d’acqua semivivi voltolavansi per le strade e presso tutte le fontane. Gli stessi sacri recinti ove avevano dispiegato le tende erano pieni dei cadaveri di quei che vi morivano. E poiché senza modo cominciò a montare la ferocità della pestilenza , posero in non cale le cose sacre e profane egualmente, non sapendo quello che di sé addiverrebbe; cosicché le sacre cerimonie usate dianzi nel seppellire erano tutte perturbate, dando ciascuno sepoltura in quel modo che poteva. Molti furono che per le già accadute continue morti dei loro , trovandosi privi dei congiunti si volsero a cercar sepolture senza nissuno onesto riguardo ; perciocché alcuni gettavano il morto sulle pire altrui, prevenendo quelli che le avevano accatastate, e vi appiccavano il fuoco ; altri nel mentre si bruciava un cadavere ponevanvi quello avevano in su le spalle e se n’ andavano.
Questo morbo fu pure nel rimanente quello che originò le più grandi nequizie nella Repubblica. Imperocché al veder le frequenti mutazioni sì dei ricchi che repentinamente morivano, sì degli altri che per l' avanti stremi essendo di tutto, entravano a possedere le cose di quelli, stimavano doversi affrettare a goderle per far quanto era loro a grado ; e riguardando la durata della vita c della ricchezza egualmente d’un giorno solo, trascorrevano più arditamente a quelle cose, la cui passione studiavano dianzi di celare. La fatica precedente il conseguimento d’un fine reputato onesto non era chi volesse imprenderla, stimando incerto se prima di giugnerlo non avesse ad esser vittima della peste ; e solo ciò che apparisse piacevole e per ogni lato vantaggioso si aveva per onesto ed utile. Niono era raffrenato dal timor degli Dei o da legge d’uomini : non dal primo, perchè vedendo tutti perire , giudicavano tutt’uno avere o no religione ; non dall’altra, perchè nessuno si aspettava di viver tanto che potesse farsi processo de' suoi delitti e pagar la pena : anzi vedendone sovrastare una più grave gih decretata dai fati, avvisavano prima di incontrarvisi doversi godere un poco la vita.
In mezzo a si acerbo trambusto erano gli Ateniesi afflitti dalla moria della gente in città, e al di fuori dal saccheggiamento delle campagne. Si ricordavano , come è naturale nella disgrazia, anche di questo verso che i più vecchi raccontavano anticamente cantato ; Verrà dorica gnerra e loimo insieme.
Fuwi certamente disputa nel popolo, non essere stata usata dai vecchi la voce loimo (peste) bensì limo (fame). Ma prevalse allora, com’era da aspettarsi , la voce loimo. Imperocché la gente la rammentava interpretandola conforme ai mali presenti: e se mai sarà che altra guerra dorica sopravvenga dopo questa , e vi si combini limo, lo canteranno verisimilmente con questo vocabolo. "Vi era ancora chi sapeva e rammentava la risposta del nume domandato dai Lacedemoni f se dovessero far guerra ; allorquando ei rispose, che facendola con tutte le forze avrebbero vittoria, e che egli stesso vi avrebbe concorso. Riflettendo dunque a quell’oracolo conghietturavano essere il fatto presente in corrispondenza di ciò; perchè subito do-’ po l’invasione dei Peloponnesi era incominciata la pestilenza , la quale non penetrò nel Peloponneso, almeno in modo degno di menzione ; ma fece strazio principalmente di Atene e quindi d'altri luoghi i più popolosi. Tali sono le cose che riguardano la pestilenza.
Ma i Peloponnesi devastato che ebbero la pianura si avanzarono nella terra chiamata Paralo (maremma)7 sino al monte Laurio , ove gli Ateniesi hanno le miniere dell’argento. Quivi diedero primieramente il guasto alla parte che guarda il Peloponneso , e poi all'altra verso Eubea ed Andro. Ciò nonostante Pericle tuttora generale, come lo era nella precedente invasione, continovava nella medesima sentenza, che gli Ateniesi non uscissero in campagna.
E mentre il nemico era ancora nella pianura, prima di metter piede nella terra paratia, egli apparecchiava una flotta di cento navi per andar contro il Peloponneso ; ed ordinato il tutto fece vela. Conduceva sulle navi quattromila Ateniesi di grave armatura, e trecento cavalieri su barche da trasportar cavalli, formate allora per la prima volta co? materiali delle navi vecchie. Presero parte alla spedizione anche i Chii ed i Lesbii con cinquanta navi. Quest’armata degli Ateniesi quando uscì del porto, lasciò i Peloponnesi tuttora nella maremma dell'Attica. Pervenuti ad Epidauro nel Peloponneso guastarono gran parte della campagna, e dato l’assalto alla città vennero in isperanza di prenderla, ma la cosa non riuscì ; onde ritiratisi da Epidauro saccheggiarono la campagna trezeniese, l’aliese e l’ermionese, luoghi tutti sulle coste del Peloponneso. Di là salpando, arrivarono a Prasia cittadella marittima della Laconia, saccheggiarono parte della campagna, presero la stessa cittadella e la devastarono» Ciò fatto, ritornarono a casa, e trovarono che i Peloponpesi non erano più nell’Attica, ma s'erapo ritirati.
Ora tutto quel tempo che i Peloponnesi si trattennero nel territorio ateniese, e mentre gli Ateniesi militavano sulle ua\i9 la pestilenza, tanto neH’armata che in città, rifiniva gli Ateniesi ; tal che fu voce avere i Peloponnesi, per paura del morbo, sollecitato la ritirata dalrAttica , poiché ebbero inteso dai disertori essere la peste in Atene, e vedevano dar sepoltura ai morti. Nondimeno in questa spedizione la dimora loro fu lunghissima, essendovisi trattenuti circa quaranta giorni, nei quali diedero il guasto a tutto il territorio.
Nella medesima estate Agnone figliolo di Nicia e Cleopompo di Clinia , colleghi di Pericle nel comando, presero l' armata di cui egli aveva usato , e portarono subitamente la guerra contro i Calcidesi della Tracia, e contro Potidea cinta tuttora d’assedio. Giunti a questa città approssimarono le macchine alle mura, e fecero ogni prova per espugnarla : ma né l’espugnazione della città, nè le altre operazioni riuscivano loro in corrispondenza di tanto apparecchio ; essendo che il morbo sopravvenuto costà afflisse per ogni modo gli Ateuiesi, e distrusse l’esercito con tanto furore, che i soldati stessi che vi erano di prima mantenutisi sani fino allora, contrassero la malattia per le soldatesche venute con Agnone. Formione coi mille seicento non era più intorno ai Calcidesi ; il perchè Agnone tornò con la flotta ad Atene, avendo in circa quaranta giorni perduto per la peste mille cinquanta di quei quattromila. La gente che vi era innanzi restò ferma al suo posto continovando Tassodio di Potidea.
Dopo la seconda invasione dei Peloponnesi, vedendosi gli Ateniesi saccheggiata un’ altra volta la campagna, e trovandosi oppressi dal morbo e dalla guerra ad un medesimo tempo , mutaronsi d’animo. Davano carico a Pericle di averli confortati alla guerra, e di trovarsi per cagionsua in quelle sciagure: e bramosi di accordare coi Lacedemoni vi mandarono legati, ma senza effetto veruno. Ridotti adunque per ogni lato in gran sospensione d’ animo , s’ affollavano tutti addosso a Pericle, il quale vedendo che adirati per il presente stato di cose facevano appunto tutto quello che aveva previsto, coll’autoritá di generale che ancor riteneva gli adunò a parlamento. Voleva egli inanimirli ; e divertendo dai loro animi la collera renderli più trattabili e meeo timorosi : onde si fece innanzi e parlò in questi termini.
« II vostro sdegno contro di me non mi giunge inaspettato, poiché non ne ignoro i motivi : ed ho convocato l’adunanza appunto per farvi avvertiti e rimproverarvi , se a buon dritto non siete o adirati contro di me, o sbigottiti pei disastri. Io per me credo, che una repubblica florida e vigorosa nell' universalità porti ai particolari vantaggi maggiori di quello che, se prosperosa nei privati interessi di ciascun cittadino , ella nel suo insieme vacilli. Imperocché quantunque un cittadino nel suo particolare si trovi bene, nondimeno se la patria si perde, egli è compreso nella rovina ; ma se sia sfortunato in seno a prosperevol repubblica, suole viemeglio trovarvi salvezza. Posto adunque che la repubblica può esser sostegno alle disgrazie dei particolari, e che ognuno di questi non può esserlo a quelle di lei, come non debbon tutti concorrere a soccorrerla ? Ah ! non vogliate, come fate adesso , sbigottiti ciascuno dalle domestiche sciagure, porre in non cale la salute della Repubblica, incaricar me d’avervi animati alla guerra, e voi stessi insieme, che coq meco conveniste. Eppure vi adirate con un uomo , quale io mi sono, che crede di non esser da meno di chicchessia per discernere il bisogno della Repubblica, e per saperlo dichiarare : amante della patria e superiore al denaro. Re-» quisiti importantissimi ; perocché chi conosce quel bisogno , ma non lo sa ben dichiarare , è come se non gli fosse
Mai caduto io pensiero : se fornito di queste due doti inanca d'amore per la patria, medesimamente non parlerà punto da amico : Abbia finalmente anche questa amorevolezza , s’ei si lascia vincere dal denato, venderà per questo solo tutta insieme la Repubblica« Però se vi siete lasciati persuadere da me a far la guerra , credendomi più degli altri fornito mediocremente di queste qualità , ragion non consente che io sia accagionato de’ vostri disastri.
« Ed invero per un popolo d’altronde florido, al cui arbitrio fosse rilasciata la Scelta, sarebbe stata gran follia prendere il partito di guerra : ma ove fosse inevitabile, o cedendo divenir subito schiavi altrui, o tentando la fortuna della guerra guadagnar la vittoria , dii schiva il pericolo è più vituperevole di chi lo sostenne. Ed io per me sono sempre lo stesso, nè mi rimuovo t voi siete i volubili , ai quali poiché non ancor danneggiati venne fatto di seguire il mio consiglio, oia condotti a mal termine ve ne pentite a segno, che per la imbecillità dell'animo vostro non sembra più giusto il mio parlare : e ciò appunto perchè quel che affligge si fa già sentire a ciascuno, laddove è ancor lontana da tutti la manifestazione dell’ utilità del mio consiglio. Nel rovesciamento grande avvenuto ad un tratto, l’animo vostro non vale a durare nelle prese risoluzioni : e bene io so che un accidente repentino, inaspettato ed affatto straordinario avvilisce anche un animo generoso , come oltre a molti altri motivi è accaduto a voi, soprattutto pel morbo che ci affligge. Nondimeno però abitatori di città grande, ed educati coi costumi che le convengono , dovete esser pronti a sostenere le più grandi calamità , e a non oscurare il decoro di quella : poiché il pubblico si fa dritto di rimproverare chi per ignavia si dilunga dalla reputazione che gode, e di aborrire chi temerario ambisce quella che non è fatta per lui.
Laonde mettendo a parte il dolore dei privati interessi, intendete alla pubblica salvezza.
et Rispetto poi al dubbio che le fatiche della guerra non abbiano ad esser grandi senza però facilitarvi più la vittoria, devono certamente bastarvi quelle ragioni con cui spesse fiate vi ho dimostrato non esser giusto il dubbio vostro. Voglio ora chiarirvi di quest’ altro vantaggio , il quale tutto che si trovi della vastità del vostro impero, non è stato mai avvertito da voi, nè da me nelle precedenti arringhe : nè ora io lo produrrei, perchè avente faccia di millanteria , se non vi vedessi sbigottiti fuori di ogni ragione. Voi credete di comandare solo ai confederati , ed io vi dichiaro che due essendo le parti destinate all’ uso umano, cioè terra e mare, d’una siete interamente padroni , non solo in quella misura che or ne godete , ma più oltre eziandio, cjualor vogliate : quanto all’altra, non vi è alcuno che, con le forze marittime onde or siete fomiti, impedir vi possa di correre il mare, foss’ e^rli il re stesso « od altra nazione che ora si conosca: cosicché questa potenza non istà punto in comparazione del godimento delle ville e delle campagne, la cui perdita voi stimate un gran cliè. Ed invece di adirarvi, ragion vuole che non vi curiate di quelle, risguardaudole, al paragone di (juesta potenza , non altramente che un’ acconciatura graziosa della chioma, od altra frivolezza che per ghiribizzo di lusso si usi dai ricchi \ e clic intendiate bene che ove ci manteniamo la libertà, sostenendola vigorosamente, dessa agevolmente ci ricupererà coteste cose ; laddove col soggettarsi ad altri sogliono perdersi anche i beni tutti, che con quella potenza si erano acquistati. Sono questi due oggetti nei quali noi dobbiamo mostrarci da meno dei padri nostri, che colle loro fatiche e non con titolo d’ eredità possederono quest’ impero, e che di più lo seppero conservare e lasciare a noi : ora , è più vergogna lasciarsi torre quel che uno ha, che andar fallito nel tentar degli acquisti. Corriamo dunque ad affrontare il nemico, non solo con animo altiero, ma eziandio con generoso disprezzo. Conciossiachè il vantamento può allignare anche nell' animo di un codardo per la felicità della sua imperìzia ; ma il generoso disprezzo è proprio solo di chi pel savio suo accorgimento confida di superare il nemico ; pregio che è tutto nostro. Cotesto savid accorgimento col generoso disprezzo assicura viemaggiormente l' ardire anche in fortuna eguale : perchè si fonda non su la speranza , il cui potere è incerto, ma sul consiglio ; il quale, derivando da forze che si posseggono , più sicuramente antivede.
« A voi dunque è richiesto che senza fiiggtr le fatiche, o cooperiate all' onoranza onde pel suo impero è fregiata la Repubblica (lo che è pur decoro di ognuno di voi ), ovvero che nemmeno pretendiate a siffatta onoranza. Nè dovete credere d’avere a combattere soltanto per non cambiare la libertà in servaggio ; ma di più per non perder l’impero, e per schifare il pericolo degli odii contratti quando lo tenevate. Nè ora potete altramente receder da quello ; sebbene vi sia chi preso da questo timore nel caso presente, fa consistere la virtù di buon cittadino in un inerte riposo. L' impero che tenete è oramai come un’ assoluta monarchia; e per quanto paia ingiusto l’averlo preso, è pericoloso il dimetterlo. Or gente di tal fatta , se riuscisse ad insinuare negli altri i propri sentimenti, e se avesse sopra di sè T intero governo della Repubblica , non ad altro varrebbe che a perderla prontamente : poiché tranquillità non dura se non congiunta con attività ; nè conviensi a città dominante, ma a suddita , per vivere in sicura schiavitù.
« Per lo che non vi lasciate sedurre da tal gente, nè vogliate adirarvi meco, col qual coiiveuiste doversi far guerra , poniamo che i nemici colle invasioni abbiano fatto quello che era da presumere , non volendo voi ricever legge da loro. La peste, sciagura tra tutte la sola superiore alla nostra espettazione, e però da noi non prevista , ha concitato più che.tutt’altro , ben mi accorgo, gli animi vostri contro di me : ma a torto , seppure non vogliate anche attribuirmi ogni buona ventura che inopinatamente vi sopravvenga. Ora quel che viene dai numi vuoisi sopportare di necessità ; quel che viene dai nemici con coraggio : e posciachè queste erano di prima le costumanze della nostra Repubblica, cosi non dovete ora cessarle. Non vi è ignoto aver ella in tutto il mondo grandissima rinomanza , perchè non arrendevole alle sciagure; avere in guerra speso moltissimi cittadini c travagli ; essersi procacciata sino al dì d’oggi potenza, la cui memoria ( benché adesso, come tutto naturalmente infievolisce, talvolta ci rilassiamo) rimarrà eterna tra posteri : aver noi, Greci come siamo, dominato gran parte dei Greci, e in guerre sanguinosissime fatto fronte tanto a tutti i nostri nemici insieme , quanto a ciascuno di loro alla spartita ; ed abitare città doviziosissima e considerevolissima. Biasimi pur l’iuerte a sua posta glorie siffatte ; ma chi aspira a qualche laudevole impresa dovrà emularle ; e chi non valga ad aggiugnerle, ingelosirne. E quantunque Tessere odiato e grave nel tempo del comando avvenga a tutti quelli ambiscono di comandare agli altri ; nondimeno chi si piglia cotesta invidia per cose somme , la pensa bene ; perché T odio non regge lungamente ; e lo splendore presente e la gloria avvenire rimane eterna. Voi adunque imparate a conoscere quel che vi sarà decoroso per l' avvenire, e non vergognoso adesso ; e fin d’ ora brigatevi animosamente a conseguir l' uno e l' altro. Laonde non mandate araldo ai Lacedemoni, nè vi mostrate oppressi dai presenti disastri; perciocché coloro che uelle sciagure si dolgono il men possibile nell' animo , e a tutta possa vi resistono col fatto, questi, sia di città , sia di particolari, sono i più compiutamente valorósi ».
Con tal ragionamento cercava Pericle di rimuovere da sè la collera degli Ateniesi, e divertirne la mente dalle presenti calamità : essi quanto alle cose importanti al pubblico concorrevano nella sentenza di lui ; non più spedivano legati ai Lacedemoni, e con più ardore inchinavano alla guerra, benché afflitti in privato pei mali che soffrivano. Querelavansi i poveri in vedendosi spogliati anche di quel poco avevano al cominciamento della guerra ; i ricchi avendo perdute le belle possessioni di campagna ed i preziosi mobili, e soprattutto perchè avevano guerra in cambio di pace. Nondimeno lo sdegno universale contro Pericle non si calmò, sinché non lo ebbero condannato ad una multa pecuniaria : ma poco dopo, al solito del popolo , Io elessero nuovamente generale , ed a lui commisero gli affari della Repubblica. Erano già divenuti più insen^ sibili pei privati disastri, e d’altronde avevano di lui gran concetto pei bisogni dello stato : poiché mentre in pace ebbe il governo della Repubblica, la reggeva con moderanza, la conservava sicura, e sotto lui ella pervenne all’auge della potenza : e quando poi insorse la guerra , fu palese anche in questa come egli ne avesse preconosciute le forze. Sopravvisse trenta mesi, e dopo la sua morte fu anche meglio riconosciuto il suo antivedimento in fatto di guerra. Ed invero egli prediceva vittoria, solo che standosi quieti attendessero alla marina , senza mettere a repentaglio la città stessa col cercare d’ampliarne il dominio durante la guerra ; laddove essi fecer tutto il contrario non solamente in questo , ma anche nelle cose che parevano impertinenti alla guerra ; perchè guidati ognuno da privata ambizione e dal proprio guadagno, regolarono malamente per aè e per gli alleati le faccende politiche. Se alcuna cosa a vea buon successo, l’onore ed il vantaggio era tutto pei privati; se andava in sinistro, ne pativa la Repubblica rispetto alla guerra che sosteneva. Ciò procedeva da questo, che , Pericle potente per dignità e per senno e manifestamente incorruttibile d’animo , conteneva con liberali modi la moltitudine, guidandola più presta che esser guidato da lei ; perciocché non avendo acquistato autorità con pratiche indecenti, non era mai che parlasse per andarle a compiacenza; anzi godeva egli tal reputazione da contradirla animosamente. Di che se vedesse i cittadini imbaldanzire intempestivamente per checché fosse, sapeva colla parola attutarne l’orgoglio e ridurli a temenza ; se per contrario inviliti senza ragione, rilevarli al coraggio : cosicché il governo era in apparenza democratico , ma in sostanza reggimento di un personaggio primario. Ma i posteriori a lui, essendo più alla pari tra loro , ed aspirando ciascuno al primato , si volsero a secondare il popolo , e a rallentare il governo dello stato. Questi disordini (com’era da aspettarsi in città grande e dominante) oltre molti altri errori, partorirono anche quello della spedizione navale in Sicilia ; il quale non vuoisi tanto attribuire al difetto di cognizione delle forze dei popoli contro cui s\ andava, quanto a colpa dei magistrati che tale spe dizione ordinarono ; i quali non che brigarsi di conoscere ciò che potesse esser utile alla gente che vi andava f per le loro gare di primeggiare nel popolo, non solo infievolirono le operazioni di quell’armata, ma ancora causarono che lo stato della Repubblica, diviso in varie fazioni, andasse per la prima voiUi in iscompiglio. Pure nonostante la rotta avuta in Sicilia (ove oltre agli altri apparecchi di guerra, perderono la maggior parte della flotta) ; nonostante le parti che già regnavano in città , gli Ateniesi resisterono tre anni ai I^acedemoni loro primi nemici, a quei di Sicilia che si unirono con essi, di più agli alleati che si erano per la maggior parte ribellati, e finalmente a Ciro figliolo del re di Persia, venuto in rinforzo dei Peloponnesi, ai quali sommiuistrava il denaro per la flotta. Nè si diedero per vinti sinché inviluppati tra loro nelle private contese, non ebbero avuto l’ultimo tracollo. Tanto allora ricrebbe a favore di Pericle l’opinione d’aver egli preconosciuto i modi per cui la città d’Atene, senza difficoltà alcuna, avrebbe in questa guerra riportato vittoria su gli stessi Peloponnesi.
In questa medesima estate i Lacedemoni in numero di mille soldati di grave armatura, sotto la condotta d! Cnemo spartano, andarono con centoventi navi, unitamente agli alleati, contro l’isola di Zacinto, la quale giace dirimpetto ad Elide , i cui abitanti sono coloni degli Achei del Peloponneso , ma alleati degli Ateniesi. Vi presero terra, e ne saccheggiarono gran parte ; ma come gli Zacintii non si arrendevano , ritornarono a casa.
Sullo scorcio della medesima estate Aristeo corintio, ed Aneristo e Nicolao e Pratodemo ambasciatori degli Spartani, e Timagora di Tegea, e da semplice privato Poli argivo, nella loro gita in Asia per presentarsi al re (affine di persuaderlo in qualche modo a somministrar denaro, e unire con loro le sue armi ) giungono in Tracia da Sitalce figliolo di Tereo. Era loro intendimento di indurlo, se fosse possibile, a ritirarsi dall’alleanza degli Ateniesi, ed andare con le sue genti a Potidea assediata dall’esercito degli Ateniesi stessi ; e cosi farlo desistere dal portare ad essi soccorso. Volevano anche passare per le sue terre all’altra parte dell’Ellesponto da Famace figlio di Famabazzo (per dove erano indirizzati) il quale gli doveva accompagnare dal re. Ma Learco figliolo di Callimaco, ed Ameniade di Filemone, ambasciatori degli Ateniesi , che casualmente erano presso Sitalce, persuadono il Tiglio di lui Sadoco, ascritto già alla cittadinanza d’Atene, a metterli nelle loro mani, acciò non potessero, tragit tando al re , recar danno ad Atene medesima che era in parte anche sua città. Egli vi consentì ; e mentre si avviavano per la Tracia verso la nave su cui dovevano tragittare l'Ellesponto, prima che vi montassero gli fa arrestare da gente spedita insieme con Lea reo ed Ameniade , la quale aveva ordine di consegnarli : ed avuti che li ebbero li condussero in Atene. Al loro arrivo, gli Ateniesi, per paura che Aristeo, stato anche prima di questi fatti manifestamente l' autore delle cose accadute a Potidea ed in Tracia , non iscappasse e tornasse a far loro danni più grandi, gli ammazzarono tutti in quell’ istesso giorno senza processo , quantunque e’ domandassero di essere uditi, e gli gettarono nei borri; credendo aver dritto di vendicarsi, cosi per render la pariglia ai Lacedemoni, che avevano ucciso e gettato nei borri i mercatanti degli Ateniesi e de’ loro alleati, i quali avevano presi sulle coste del Peloponneso. Ed invero gli Spartani sul principio della guerra trucidavano come nemici , quanti per mare arrestavano collegati con gli x\teniesi, ed anche neutrali.
Circa il medesimo tempo , sul cader dell'estate, gli Ambracioti propio, e con essi molti barbari cui avevano sommossi, marciarono contro Argo amfilochio e contro il restante dell’Amfilochia. La loro inimicizia contro gli Argivi ebbe origine di qui. Dopo i fatti troiani Amfiloco figliolo di Auifiarao tornato a casa, non piacendogli lo stato delle cose d’Argo , avea fondato Argo amfilochio ed il rimanente dell’Amfilochia nel seno ambracico, chiamandola Argo, col medesimo nome della sua patria. Fu questa la città principale dell’Amfilochia , ed era abitata dalle famiglie più potenti. Ma questi abitanti molte generazioni dopo stretti da calamità invitarono a far corpo di cittadinanza con loro gli Ambracioti che erano a confine dell’Amfilochia ; ed allora per la prima volta furono dagli Ambracioti, che si erano riuniti di abitazione con loro, avvezzati al greco linguaggio che ora usano ; mentre il resto degli Amiilochii sono barbari. Questi Ambracioti dunque in progresso di tempo cacciano gli Argivi, e ritengono per sè la città : dopo questa espulsione gli Amfilochii si danno agli Acamani, ed entrambi chiamarono in soccorso gli Ateniesi, i quali spedirono loro Formione ammiraglio con trenta navi. all' arrivo di Formione, essendo stata presa d’assalto Argo e gli Ambracioti messi in servitù , vi passarono ad abitare in comune gli Amfilochii e gli Acamani; e fu allora per la prima volta stretta lega tra gli Ateniesi e gli Acarnani. Gli Ambracioti a cagione della schiavitù di quella lor gente avevano da prima preso in odio gli Argivi; e finalmente colgono Vopportunità di guerra per far questa spedizione essi stessi insieme co5 Caoni e pochi altri barbari di quelle circostanze. Andati adunque contro Argo si impadronirono della campagna : ma poiché , dato l'assalto alla città , non venne lor faUo di espugnarla, ritornarono a casa, e popolo per popolo si separarono. Tali sono i fatti accaduti in quest’estate.
All’entrare dell’ inverno gli Ateniesi spedirono venti navi intorno al Peloponneso con Formione ammiraglio , il quale, facendo massa in Naupatto , stava a riguardo che nessuna nave entrasse od uscisse da Corinto e dal seno criseo. Spedirono medesimamente altre sei navi nella Caria e nella Licia sotto la condotta di Melesandro , per raccoglier denaro da quei luoghi, e non permettere che i pirati dei Peloponnesi uscendo da quelle parti infestassero le barche da carico, che venivano da Faselideeda Fenice, e dalla terraferma di quei dintorni. Melesandro avanzatosi nella Licia colle genti ateniesi ed alleale che erano sulle navi, vinto in battaglia, e perduta una parte dell' esercito, vi rimase ucciso.
nell' istesso inverno i Potideesi non potendo durare nell’assedio, da che le invasioni dei Peloponncsi nell’Attica non valevano punto meglio a distrarre da loro gli Ateniesi, ed era fallito il frumento, e sopravvenuti molti e diversi danni circa le altre grasce, cosicché alcuni si mangiavano tra loro, allora alla perfine trattano della dedizione con Senofonte figliolo di Euripide, con Estiodoro di Aristoclide e Fanomaco di Callimaco generali degli Ateniesi, destinati ad assediarli, i quali vi si accomodarono , tra perchè vedevano gl’ incomodi di lor gente in quel luogo esposto ai rigori dell’ inverno, e perchè consideravano che l' assedio costava già alla Repubblica duemila talenti. Capitolarono adunque a condizione d’uscire essi, i figlioli, le mogli e la guarnigione ausiliaria con un sol vestito, ma le donne con due , portando pur seco una determinata somma di denaro pei bisogni del viaggio : uscirono infatti interposta la fede pubblica , e si rifugiarono nella Calcidia, e dove ognuno potè. Ma in Atene, ove si credeva che avrebber potuto prender Potidea a discrezione , incolpavano i comandanti della capitolazione di quella città fatta senza loro saputa, e vi spedirono a ripopolarla colonia propio di Ateniesi. Tali furono gli avvenimenti di quest’ inverno, e finiva il secondo anno di questa guerra che ha descritta Tucidide.
Venuta l’estate i Peloponnesi con gli alleati, piuttostochè assaltar l’Attica , m arciarono contro Potidea, guidati da Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni , il quale , fermatovi il campo, si disponeva a dare il guasto alla campagna. Ma i Plateesi mandarongli tostamente ambasciatori che parlarono cosi : « Voi, Archidamo e Lacedemoni, portando le armi sul territorio dei Plateesi non operate giustamente, nè come richiede il decoro vostro e quello dei padri dai quali discendete. Imperocché Pausania lacedemone figlio di Cleombroto , liberata la Grecia dal giogo dei Medi insieme con quei Greci che vollero con esso lui affrontare il pencolo della battaglia accaduta qui tra noi, dopo aver sacrificato nel foro di Platea vittime a Giove vindice della libertà , convocati tutti gli alleati , ritornò i Plateesi al possedimento della propria campagna e città per governarsi colle loro leggi ; assicurandoli che nessuno mai senza giusta cagione porterebbe loro la guerra, nè gli ridurrebbe in servitù : altrimenti gli allieti presenti starebbero, quanto potessero , a loro difesa. Tal ricompensa ottenemmo dai padri vostri pel valore e per l’intrepidezza da noi mostrata in quei pericoli. Ma voi adoprate tutto l’opposto ; perocché d’accordo coi Tebani nostri capitali nemici venite per metterci in servitù. Or bene, a nome dei vostri patrii Dei, e di quelli del nostro suolo, testimoni allora dei giuramenti, vi intimiamo di non danneggiare le terre dei Plateesi e non violare la fede : ma anzi permetter loro di vivere nella propria independenza come a buon dritto concesse ad essi Pausania ».
Dopo sì grave discorso dei Plateesi, Archidamo di rimando rispose : « Giuste sono le vostre parole, o Plateesi , se pure ad esse rispondano i fatti. Godete pure, come vi concesse Pausania , la vostra independenza ; ma concorrete ora a proteggere la libertà di tutti gli altri, i quali ebbero comuni con voi i pericoli ed i giuramenti, ed i quali ora gemono sotto gli Ateniesi. I a libertà di costoro e degli altri è l’oggetto dei nostri apparecchi e della guerra che abbiamo intrapresa ; nella quale principalmente concorrendo voi terrete il fermo nei giuramenti : se ciò non vi piaccia, almeno, siccome già innanzi vi proponemmo , state tranquilli e neutrali contenti di godere il vostro, ed accogliete come amiche le due parti, senza però mescolarvi nella guerra nè per l’ima nè per l’altra : di questo noi ci tenghiamo appagati ». Così parlò Archidamo. Gli ambasciatori dei Plateesi, sentito questo discorso, rientrarono in città, comunicarono al popolo le proposizioni di lui, e recarono per risposta « non potere eseguire le sue richieste senza il consenso degli Ateniesi presso i quali erano i figlioli e le mogli loro ; temere per tutta intera la citta , poiché, dopo la ritirata dei Peloponnesi, o verrebbero gli Ateniesi e impedirebbero loro di mantener la parola ; o i Tebani, col pretesto di esser compresi negli articoli giurati per cui dovea darsi ricetto alle due parti, tenterebbero di occupar nuovamente la città stessa ». Ma Archidamo per incoraggiarli rispose a queste difficoltà : « Ebbene ; consegnate a noi Lacedemoni la città e le case, dichiarate i confini del territorio, annoverate i vostri alberi e tutto ciò che può annoverarsi. Voi poi andatevene ove meglio credete sin che duri la guerra, passata la quale vi restituiremo tutto. Frattanto noi riterremo in deposito e coltiveremo il terreno, pagandovi un censo che bastar possa al vostro mantenimento ».
Sentito ciò quei di Platea rientrarono in città, e fatta deliberazione col popolo risposero ad Archidamo : volevano prima comunicare agli Ateniesi tali richieste, cui non tarderebbero ad eseguire dopo il loro consenso ; e lo pregavano a far tregua in questo mezzo, e a non dare il guasto alla campagna. Pattuì egli tregua per tanti giorni quanti ce ne volevano per far ritorno da Atene, e non guastava le terre. Arrivati gli ambasciatori di Platea presso gli Ateniesi, tennero consiglio con loro e ritornarono con questa risposta alla città : « Cittadini di Platea, gli Ateniesi , da che siamo loro alleati, protestano di non aver mai in verun caso permesso che alcuno ci ingiuriasse, nè ora il permetteranno, ma ci aiuteranno a tutta possa : e pei giuramenti dei padri nostri ci ordinano di non fare rinnovazione di sorta veruna riguardo alla confederazione ».