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Ἱστορίαι

Ἱστορίαι Thucydides

Book 6

 
« Laonde istruiti dalle mie parole, ovvero mulando proponimento, aumenterete il bene della Repubblica comune a tutti, se andrete convinti che i buoni tra voi ne avranno eguale anzi maggior frutto che non la molti« tudine ; dove pensando altramente risicherete di restar privi di tutto« E cessate da tali nuove, persuasi che noi preseti' tiamo la mente vostra, e che non lasceremo che ne segua l’effetto. Imperciocché ove pur vengano gli Ateniesi, questa citta saprà respingerli in modo degno di lei, ed a noi sono capitani chea ciò provvederanno. Che se nessuna di tali cose è vera (com’ io non dubito), la città non vorrà mica sbigottire delle vostre novelle, né scegliendo voi a capitani imporsi spontanea schiavitù. Che anzi consultando da per sé « punirà i discorsi vostri come equivalenti ai fatti, nè si lascerà torre la libertà presente coll’udir voi, ma guardandosi di fatto coll’impedire i disegni vostri, procaccerà di conservarla ».
 
Cosi parlò Atenagora ; ed alzatosi uno de' generali non volle che alcun altro si facesse avanti, e nel caso presente disse egli stesso : « non esser prudenza che alcuni si dicano de’motti scambievolmente, e che gli uditori vi acconsentano ; ma quanto alle cose annunziate ciascuno in particolare e la città tutta insieme dover vedere come prepararsi condegnamente a respingere il nemico assalitore. E se nulla verrà a bisogno non tornerà in danno che il Comune si sia provvisto di cavalli e di armi e d’ogni altra cosa di che si allegra la guerra. Noi generali avremo cura di queste forze e ne faremo il novero, e procureremo di spedir gente ad osservare le città, e quaut’altro sembri opportuno. E già in parte vi abbiamo pensato, e tutto ciò che sapremo lo riferiremo a voi ». Avendo cosi parlato generale, i Siracusani si sciolsero dall’adunanza.
 
E già gli Ateniesi con gli alleati erano tutti a Corfù, ove i capitani fecero primieramente la rassega dell’armata, e l’ordinarono nel modo col quale dovea far porto e pigliar campo. La divisero in tre squadre, per ognuna delle quali gittarono le sorti, affinché assegnata ciascuna squadra ad un capitano, tenendo l’alto non avessero a mancare di acqua e di porti e di provvisioni nei luoghi di fermata , ed affinchè nel restante serbassero più esatta disciplina , e più facilmente obbedissero ai comandi. Dipoi spedirono innanzi tre navi in Italia e in Sicilia ad intendere quali città vorrebbero riceverli ; ed ordinarono ad esse di tornar per tempo a raggiungerli per approdare secondo gli avvisi che riceverebbero.
 
Dopo le quali cose finalmente gli Ateniesi sciolsero da Corfù per tragittare in Sicilia con apparato si grande, cioè con cento trentaquattro triremi in tutte» e due navi di Rodi a cinquanta remi. Di queste triremi cento erano d’Atene, sessanta leggere , e quaranta per trasportar le truppe : il restante della flotta parte era de’Chii, parte degli altri alleati ; ed avevano a bordo cinquemila cento soldati gravi fra tutti. Mille cinquecento di questi erano propio del ruplo d’Atene, con più settecento servi per combattere di sulle navi. Quaqto agli altri alleati che concorsero a questa spedizione, ottocento ne vennero vassalli d’Atene, degli Argivi cinquecento, e dugento cinquanta de’ Mantineesi co mercenari. Gli arcieri erano in tutti ottanta e quattrocento, e di questi gli ottanta erano Cretesi ; e settecento fromholieri di Rodi, e centoventi banditi di Megara armati alla leggera. Una sola nave conduceva a bordo trenta cavalieri.
 
Cotanta era la prima armata che navigava a questa guerra, e ad essa tenevan dietro trenta barche annonarie con viveri e panattieri e muratori e fabbri , e tutto il necessario a fabbricare, più cento legni astretti a convogliare le barche. Molti altri navigli e barche andavano spontanee di conserva coll’armata per far mercatura, e tutti insieme da Corfu tragittarono il seno ionico. Ed essendo tutta intera l’armata approdata al capo Iapigio , e a Taranto, e ovunque ciascuno potè y costeggiavano l’Italia non volendo le città riceverli nè dentro le mura nè al mercato, ma solo permettendo loro di fare acqua e stare alla rada ; le quali cose non concessero nè Taranto nè i Locresi. Finalmente pervennero a Reggio promontorio d’Italia, e qui oramai si riunivano ; e non essendo accolti in città , acconciarono il campo al di fuori, nel luogo consacrato a Diana, ove fu loro accordato il mercato ; e tirate in sull’asciutto le navi stavano quieti. Tennero anche parola coi Regini che essendo Calcidesi dovevano aiutare i Leontini che pur erano Calcidesi ; ed ebbero in risposta ch’e’volevano starsene di mezzo, e che farebbero tutto quello di che convenissero gli altri Italiani. Frattanto gli Ateniesi pensavano quale fosse il miglior modo da seguitare per le cose di Sicilia, ed aspettavano da Egesta le navi spèdite innanzi , volendo chiarirà se veramente vi eranò quelle ricchezze, di che gli ambasciatori parlarono in Atene.
 
In questo i Siracusani da molti luoghi e dagli esploratori avevano già chiare notizie che la flotta era a Reggio ; e senza più dubitare attendevano con tutto l’animo a prepararsi siccome è solito in tali urgenze, e spedivano in giro ai Siculi, dove presidi, dove legati, e mettevano guarnigioni nei castelli del paese all' intorno, ed esaminavano se l' interno della città fosse in buon punto , facendo la rivista dell’armi e de’cavalli ; e tutto il restante ordinala vano come per pronta guerra , e poco meno che presente.
 
Ma le tre navi spedite anticipatamente, tornano da Egesta a Reggio e riferiscono agli Ateniesi non esistere il denaro promesso, e solo vedervisi trenta talenti. I generali si persero subito d’animo, si perchè avean trovato quel primo incaglio , sì ancora perchè i Regini , dai quali aveano cominciato il primo invito , non avean voluto unirsi eoa loro, quantunque ciò dovea grandemente sperarsi per esser consanguinei co’L^eontini, e con essi in amicizia. Tali nuove degli Egestei furono per Nicia quali se le aspettava, ma per gli altri due generali furono fuor dell’opinione. Imperciocché gli Egestei, quando andarono ad essi i primi ambasciatori ateniesi per osservarne le ricchezze, usarono quest’ inganno. Li condussero ad Enee nel tempio di Venere, e mostrarono loro i voti, le tazze , i vasi, gl’ incensieri e gli altri molti arredi, che essendo d’argento facevano di sé troppo gran mostra di ricchezza, rispetto al poco valore di essi, E negli inviti ospitali che facevano i particolari a quei delle triremi, riunivano tutti i vasi d’oro e d’argento che erano in Egesta, ed eziandio quelli chiesti alle città vicine fenicie e greche, e li producevano nei conviti, come se appartenessero a ciascuno in privato. Cosicché usando tutti ordinariamente dei medesimi, e però vedendosene molti da per tutto, indussero grande stupore negli Ateniesi andativi sulle triremi, i quali giunti ad Atene divulgarono aver viste ricchezze inestimabili, lu questo modo ingannati costoro, e persuasi gli altri del medesimo inganno, allorché andò ]a voce non esservi denari in Egesta, erano vituperati grandemente dai soldati. Ma i generali andavano deliberando del presente stato di cose.
 
La mente di Nicia era doversi navigare con tutta Tarmata a Selinunte, ove principalmente erano inviati ; e se gli Egestei somministrassero il denaro per tutto l’esercito governarsi secondo quello ; altrimenti esiger da loro il foraggio per le sessanta navi richieste , fermarsi a Selinunte, riconciliarla con gli Egestei o per forza o per accordo, e allora scorrere per le costiere delle altre città, e mostrare così la potenza della Repubblica ateniese. Quindi, fatto conoscere il proprio zelo per gli amici e confederati, tornare a casa ; salvo che nel caso di potere in breve tempo e per qualche imprevista opportunità recar giovamento ai Leontini, o farsi amica alcuna delle altre città ; e così non spendere del suo con pericolo della Repubblica.
 
Alcibiade all’opposto diceva che dopo essersi messi in mare con sì grossa armata, non volevasi partire turpemente e senza effetto, ina si spedissero araldi varie città (tranne Seimunte e Siracusa), si tentassero animi dei Siculi, parte per ribellarli ai Siracusani, j» per farseli amici acciò si ottenessero soldati e frumenl si cominciasse dal persuadere Messina situata acconc mente per passare ed approdare in Sicilia, e fornita porto e di ricovero sufficiente per l’armata; e procacciai l’amicizia delle città, e sapendo con chi ciascuna si nnireb alla guerra, si andasse subito contro Siracusa e Selinnnti ove questa non si accordi con gli Egestei, e l’altra non pi inetta ai Leontini di rimpatriare.
 
Lamaco poi diceva apertamente che bisognai navigare a Siracusa, e combatter prontamente la ritti ma tre è tuttora sprovviste e nel massimo sbigottimento : « ogni esercito essere alla prima formidabile ; se poi indugi’ a mostrarsi, la gente ripiglia cuore, e quando si mostrilo dispregia maggiormente; che se assalissero all1 improvvise i Siracusani mentre attoniti ciò si aspettano, affermava che facilmente li vincerebbero, e ad ogni modo gli spaventerebbero coll’aspetto dell’esercito (che certo ora comparirei), grandissimo), e coll’espellati va de’danni che avranno a soffrire , e soprattutto col subitaneo pericolo della battaglia. Soggiungeva che senza dubbio avrebbero sorpresa moto gente alla campagna , perchè non si credeva alla loro venuta ; e dato anche che si ricovrassero entro le mura, l'esercito, padróne del territorio, non mancherebbe del bisognevole quando si fermasse all’assedio della città. Allora gli altri Siciliani tanto più ricuseranno di unir le armi loro co Siracusani, e si accosteranno agli Ateniesi senza aspettar di vedere qual de’due ottenga vittoria. Finalmente diceva che in caso di doverne partire e mettersi all’ancora, doveasi aver per sicuro ridotto alle navi Megara, luogo abbandonato e poco lontano da Siracusa, si per mare che per terra.
 
Quantunque Lamaco avesse parlato cosi, pure si ??costò anch’egli al consiglio di Alcibiade , il quale dipoi ??dò colla sua nave a Messina, e parlò dell’alleanza coi Messinesi. E perchè non gli potè persuadere, ed anzi gli fisserò chiaro che non riceverebbero gli Ateniesi in città, e solo al di fuori gli accorderebbero il mercato, ritornò a Reggio. I generali, armate subito tra tutte sessanta navi e sreso il bisognevole, passarono a Nasso, lasciando in Reggio uno di loro col resto dell’armata. Accolti in città dai Nassii seguitarono il corso verso Catana ove dai Catanesi ion furono ricevuti, perchè in città vi erano dei fautori li Siracusa, e vennero al fiume Teria e vi pernottarono.
 
Il giorno dopo colle altre navi attelate in una sola fila si jwiarono verso Siracusa ; e già ne aveano spedite innanzi dieci perchè nel loro corso osservassero se alcun naviglio fosse tirato in mare, e perchè avanzandosi dappresso bandissero da bordo , che arrivavano gli Ateniesi a rimettere nella patria i Leontini per titolo d’alleanza e parentela ; e die però quanti Leontini si trovavano a Siracusa si accostassero senza timore agli Ateniesi come ad amici e benefattori. Avendo bandito ciò, esaminarono la città ed i porti ed il paese all’ intorno, per vedere donde avessero a muovere le armi, e rinavigarono a Catana.
 
I Catanesi teuuta adunanza non vollero dar ricovero all’esercito in città, ma introdotti i generali intimarono loro di dire quel che volessero. Ed essendosi Alcibiade iàtto a parlare, tutta la gente di città si rivolse verso l’assemblea ; per lo che i soldati furtivamente sfondarono una postierla mal rimurata, ed entrati in città si fermarono aeUa piazza. Laonde que’ pochi tra’ Catanesi che pareggiavano per Siracusa, impauriti subito oltre modo al veder dentro l’esercito, si trafugarono; e gli altri fermarono alleanza cou gli Ateniesi, e gli confortarono di condur da Reggio il rimanente dell’esercito. Dopo di che gli
 
Ateniesi navigarono a Reggio, donde con tutto l’esercito si mossero alla volta di Catana , ed arrivati che furono vi piantarono il campo.
 
Ivi avendo avuto nuova da Camarina che se andasser colà quella città si renderebbe, e che i Siracusani allestivano la flotta, andarono prima con tutta l’armata a Siracusa. E non trovandovi veruno apparecchio di navi tornarono indietro a Camarina, fermaronsi al lido e spedirono un araldo che da’Camarinesi non fu ricevuto, allegando il giuramento di non raccettare gli Ateniesi se non con una sola nave, tranne il caso che ne avessero chiamati di più essi medesimi. E però andata a vuoto la cosa gli Ateniesi partirono, ed approdarono ad una terra del siracusano e vi fecero saccheggio ; ma poi sopraggiunta la cavalleria de’ Siracusani, che uccise alcuni soldati leggeri qua e là sparsi, si ricondussero a Catana.
 
Colà trovarono la nave salaminia venuta da Atene per Alcibiade, coll’ordine ch’ei tornasse a difendersi di ciò onde la città lo accusava', e per alcuni altri soldati del suo seguito, parte designati come profanatori de’misteri, parte come complici nel fatto de’Mercuri. Imperciocché dopo la partita della flotta gli Ateniesi non si erano rimasti dal far ricerca quanto al delitto de’misteri e de’Mercuri; e qualunque fossero gli accusatori, in mezzo a quei sospetti, tutti gli udivano. Cosicché dando fede a gente malvagia, i più onesti cittadini arrestavano e imprigionavano, stimando meglio investigare e chiarirsi di questi fatti, di quello che l’accusato (fosse egli pur creduto dabbene) avesse ad uscirne impunito, considerata la malvagità del delatore. Ed il popolo che sapeva per udita come la tirannide di Pisistrato e dc’suoi figli si era da ultimo resa grave , e di più era stata abbattuta non dai cittadini o da Àrmodio ma dagli Spartani, temeva sempre e sospettava di tutto.
 
Ed invero Aristogitone ed Armodio si accinsero a quelFardito fatto a causa d’un’avventura amorosa, col narrar la quale stesamente, io intendo di mostrare che nè gli altri nè gli stessi Ateniesi nulla raccontano di esatto intorno ai loro tiranni ed a questo avvenimento. Dico adunque che venuto a morte Pisistrato già vecchio e in possesso della tirannide, gli successe nel comando non Ipparco, come si crede generalmente, ma Ippia fratello maggiore ; e che allora essendo Armodio in Bore di bellezza e gioventù, di lui innamorossi un tale Aristogitone cittadino di mezzana condizione che presso di sè lo teneva. Armodio poi tentato inutilmente da Ipparco di Pisistrato, riferì la cosa ad Aristogitone, il quale fuor di modo punto d'amore, e temendo che Ipparco usando di suo potere non avesse ad indurvelo a forza, con quel credito che godeva disegnò subito di abolir la tirannide. Frattanto Ipparco tentato nuovamente Armodio e sempre senza prò, si preparava ad oltraggiarlo in un modo coperto, senza parer di farlo per quella sua repulsa, siccome quegli che non voleva usar violenza. Conciossiachè nel resto di suo governo non era grave al popolo, ma si diportava senza mal contento de’ cittadini : e certamente tutti quei tiranni esercitarono lungamente virtù e prudenza. E benché esigessero dagli Ateniesi solo il ventesimo delle rendite, pure adornarono in bel modo la città , ed amministrarono le guerre e i sacrifizi nei templi. Del rimanente la città usava le leggi stabilite di prima, se non che essi si davano cura che fosse» sempre in carica qualcuno de’suoi. E tra gli altri che ebbero in Atene la carica annuale di arconte fu ancora Pisistrato figliolo d' Ippia stato tiranno, e chiamato col nome stesso dell' avolo ; il quale , quando era arconte , inalzò nella piazza l’altare de’dodici Dei e quello d’A pollo nel luogo sacro ad Apollo Pitio. Ed in seguito il popolo d’Atene fatta un’ aggiunta con cui estese l’altare della piazza , cancellò l’appostavi iscrizione ; ma quella d’Àpollo Pitio si scorge ancora, sebbene con caratteri sparuti, e dice cosi: Figlio d' Ippia Pi «strato nel luogo Sacro ad Apollo da Piton nomato Di suo governo tal memoria pose.
 
Che poi Ippia come maggiore avesse il comando posso io accettarlo sapendolo anche d’udita più esattamente degli altri ; ed ognuno dovrà andarne convinto da questo, che tra’ fratelli legittimi solo egli apparisce aver avuto figlioli, come mostra l’ara e la colonna eretta nella rocca d’Atene in memoria della iniquità de’ tiranni, nella quale non è descritto alcun figlio nè di Tessalo nè d’ Ipparco, ma bensì cinque d’Ippia che egli ebbe da Mirrine figliola di Callia d’Iperochida. E certo Ippia come maggiore dovea essere il primo ad ammogliarsi. Inoltre nella prima colonna egli è notato il primo dopo suo padre, nè senza ragione, avvegnaché fosse il maggiore e gli succedesse nella signoria. Anzi per me credo che Ippia non avrebbe potuto in quel frangente ritener con facilità il dominio, se Ipparco fosse morto quando avea nelle mani il comando» ed egli vi si fosse stabilito il giorno medesimo. Ma all'opposto per l’uso che innanzi aveva del comando, e pel timore che di sè metteva nei cittadini ; e per la diligente guardia de’ suoi satelliti, avrà con tutta sicurezza ritenuto l’imperio ; nè qual fratello minore si sarà trovato avviluppato , come se di prima non fosse stalo avvezzo continuamente al governo. Ipparco poi accadde che diventò famoso per la sventura di quel caso, ed ebbe voce tra’ pòsteri di occupata tirannia.
 
Ipparco adunque, siccome aveva inanimo, fece oltraggio ad Armodio, che non aveva aderito alle sue instigazioni, in questo modo. Invitarono ima sorella di luya venire a portare la cestella in una tal pompa, e poi la discacciarono dicendo non averla mai invitata siccome quella che n'era indegna ; lo che dispiacque forte ad Armodio, e pia di lui ne restò esacerbato Aristogitone per l’amore che gli aveva. E già avevano essi ordinato co? loro complici ogni altra cosa spettante al fatto ; se non che aspettavano ie grandi feste Panatenee, nel qual giorno solo la riunione de’cittadini armati ad accompagnare la pompa non dava materia di sospetto. Armodio ed Aristogitone doveano dar la mossa, e gli altri si sarebbero subito uniti ad aiutarli, per difenderli dai satelliti. Kè i congiurati erano molti per riguardo alla propria sicurezza, imperocché speravano che anche gli altri i quali non erano a parte della congiura, trovandosi armati, al più piccolo romore si sarebbero subito uniti cupidamente a mettersi in libertà.
 
Venuto il di della festa, Ippia accompagnato . daìle sue guardie disponeva fuori di città, nel cosi detto \ Ceramico, il modo col quale dovea procedere ciascuna cosa ; destinata per la pompa ; ed Armodio e Aristogitone con dei pugnali si avanzavano per fare il colpo. Ma vedendo : uno dei loro congiurati parlar familiarmente con Ippia, che con tutti era di facile abbordo, impaurirono e si tennero ^scoperti e poco meno che arrestati.'E però prima di esserlo in effetto determinarono, se possibil fosse, di vendicarsi d' Ipparco che gli aveva offesi, e per cui arrischia vano tutto. Onde senza più, corsi dentro la porta s’imbatterono in Ipparco presso il cosi detto Leocorio, e posto giù ogni riguardo tosto l'assalirono; e spinti entrambi dal più gran furore, questi per gelosia, quegli per l’oltraggio, lo feriscono e l’uccidono. Aristogitone si sottrasse subito alle guardie per essere accorsa gran folla, ma poi fu arrestato e non la passò troppo leggermente : Armodio restò ucciso in sul fatto.
 
Riferita la cosa ad Ippia nel Ceramico, egli, prima che nulla ne traspirasse, essendo il luogo a qualche distanza , si portò subito non dove era seguita la cosa, ma verso i cittadini armati, che dovevano accompagnare la pompa. E compostosi in volto in modo da uon dare indizio del misfatto, additò loro un luogo, e ordinò che lasciate le armi vi si recassero. Infatti i cittadini credendo che egli avesse qualche cosa a dire vi andarono; ed allora lppia fatte prender quelle armi dalle sue guardie, ne arrestò quanti stimava complici della congiura , e quanti vi si trovavano col pugnale , avvegnaché tali pompe si solessero accompagnare solamente collo scudo e coll’asta.
 
In tal maniera questa trama prese cominciamento da un disgusto amoroso , e lo sconsigliato ardire di Armodio ed Aristogitone da quel forte ed improvviso timore. Dopo questo fatto la tirannide si fece più grave agli Ateniesi. Ed lppia impaurito maggiormente fece morire molti cittadini, e portava il suo sguardo al di fuori per vedere di trovare da qualche parte di che assicurarsi, se mai succedesse una rivoluzione. Però dopo questo caso sposò la sua figliola Archedice con Eantide d’Ippocle tiranno di Lamsaco (egli ateniese con uno di Lamsaco) perchè sapeva tal famiglia essere assai potente presso il re Dario. E vi è in Lamsaco il monumento di lei con questa iscrizione :
 
Tal polve copre Archedice, la figlia d'Ippia, a’suoi dì fra tulli i Greci il primo;
 
Che sebbene di regi e figlia e suora E sposa e madre non ne andò superba. lppia tenne ancora tre anni la tirannia d’Atene ; il quarto anno ne fu spogliato dai Lacedemoni e dai banditi discendenti d’Alcmeone , e con salvocondotto si ritirò a Sigeo, quindi a Lamsaco presso Eantide, e di lì presso il re Dario, donde vent’anni dopo già vecchio partissi, e coi Medi militò a Maratona.
 
Le quali cose considerando il popolo ateniese, e rammemorandone tutte le circostanze che sapeva d’udita, era allora fiero e sospettoso con gl’imputati della profanazione dei misteri, e credeva tutto ciò essersi commesso per cospirazione di stabilire l’oligarchia od anche la tirannide. E adirati come erano per questo appunto, avevano già nelle carceri molti e de’più reputati cittadini, nè pareva che volessero far sosta; ma ogni giorno montavano in più ferocità, e più gente ancora arrestavano. Frattanto uno dei detenuti creduto colpevolissimo viene indotto da un altro imprigionato insiem con lui a dinunziare i complici (fosse vero o no , che vi sono congetture prò e contro , e nessuno nè allora nè poi può dir nulla di certo intorno ai rei del misfatto}, e ve lo induce col dirgli che anche non reo doveva prendere l' impunità e salvarsi, e liberare la città dai presenti sospetti ; essendoché più sicuramente egli avrebbe salvezza confessando con l' impunità, di quello che negando subire il giudizio. Allora egli scuopre sè ed altri rei del fatto de’Mercuri ; e il popolo ateniese contento d’aver saputo il vero , come credeva, laddove prima era indispettito del non conoscere gl' insidiatori del governo democratico, mise subito in libertà il delatore e con esso tutti gli altri da lui non accusati. E fatto il giudizio degl’ incolpati, uccisero tutti quelli che poterono arrestare, e bandirono una taglia per chi ammazzasse quelli che condannati a morte erano fuggiti. In questo modo restò incerto se i giustiziati furono o no puniti ingiustamente ; nulladimeno il rimanente della città ne risentì evidentissimo vantaggio.
 
Ma tornando ad Alcibiade , siccome i medesimi suoi nemici, che prima della spedizionel’avevanoattaccata cou lui, insistevano, gli Ateniesi la presero fieramente conir’esso. E poiché giudicavano di aver certezza del fatto dei Mercuri, molto più pareva che la profanazione de’misteri onde veniva imputato fosse stata fatta da lui per lo stesso line, e per cospirazione d’abolire il governo popolare. Imperciocché mentre essi erano in perturbazione per quei processi un piccolo esercito di Lacedemoni si avanzò per avventura fino all’istmo per trattare di non so chè coi Beoziij onde stimavano che fosse venuto non per causa dei Beozii, ma a sommossa d’Alcibiade, il quale gli avesse dato la posta ; e che se non avessero sollecitato T imprigionameuto della gente sospetta , secondo gl' indizi, la città sarebbe stata tradita. E però passarono anche una notte sull'armi tiel luogo sacro a Teseo in città, e nel medesimo tempo avevano preso ombra che gli ospiti d’Alcibiade in Argo volessero pigliar le armi contro lo stato popolare ; ed allora consegnarono al popolo argivo tutti gli statichi depositali nelle isole perchè gli uccidessero. Insomma da ogni parte i sospetti andavano a ferire in Alcibiade. Per lo che volendo gli Ateniesi col citarlo in giudizio dargli la sentenza capitale , spediscono finalmente in Sicilia la nave Salaminia per lui e per gli altri denunziati, alla quale ordinarono di intimargli che tornasse a difendersi ; ma che però non fosse arrestato. Intendevano essi con questo ad impedire i tumulti in Sicilia sì tra’propri soldati che tra’nemici, e soprattutto volevano che non si partissero dall’esercito i Mantiueesi e gli Ardivi, che si credevano essersi uniti alla spedizione a riguardo d'Alcibiade. Il quale salito sulla sua nave e accompagnato dagli altri accusati partì di Sicilia insieme con la Salaminia ; e poiché giunsero a Turio , non altrimenti le tennero dietro, ma scesi a terra non comparvero più, siccome quei che temevano tra quelle accuse di tornare al giudizio in Atene. Quei della Salaminia cercarono per un poco di Alcibiade e degli altri che erano seco, ma non trovatili in alcun luogo, imbarcaronsi e partirono. Ed Alcibiade oramai esule, non molto dopo dalla costa di Turio tragittò sopra una barca nel Peloponneso , e gli Ateniesi dannarono a morte, come contumaci, lui e gli altri che eran con lui.
 
Dopo di che i generali degli Ateniesi restati in Sicilia, fatte due parti dell armata, e presa ciascuno quella che gli era toccata in sorte, navigarono con tutta insieme sopra Selinunte ed Egesta, per vedere se gli Egestei somministrerebbero il denaro, e per ispiare le cose de’Selinunti ed intendere le differenze che avevano con gli Egestei. E costeggiando la Sicilia sulla sinistra da quella banda che guarda il seno tirreno, fermaronsi ad Imera unica città greca in questa parte di Sicilia. Ivi non essendo ricevuti seguitarono il corso, e in tragittando espugnano Iccara cittadella marittima della Sicania e nemica degli Egestei, ai quali la consegnarono dopo averne cattivati gli abitanti. E già la cavalleria d' Egesta era venuta a raggiungerli; ed essi colla fanteria nuovamente passarono a traverso le terre de’Siculi, finché pervennero a Catana, ove giunsero anche le navi con i prigionieri girando la costa. MaNicia da Iccara navigò t06tamente ad Egesta ove trattò di varie cose, ed avuti trenta talenti venne a raggiunger l’esercito. Venderono quindi i prigionieri, e ne cavarono la somma di centoventi talenti; e scorrendo all’intorno vennero ai Siculi confederati, ordinando loro di mandar soldatesche, e con la metà dell'armata recaronsi ad Ibla terra nemica in su quel di Gela , e non poterono espugnarla: e cosi finiva l’estate.
 
Sopravvenendo l’inverno gli Ateniesi subito preparavansi ad assaltar Siracusa, e i Siracusani anch’essi per andar contro loro. Conciossiaché gli Ateniesi non avendoli stretti colla guerra in quella prima battisoffiola , com’essi s’aspettavano, ad ogni dì che passava ripigliavano cuore maggiormente. E allorquando gli ebbero visti molto lontani da Siracusa navigare oltre sulla costa di Sicilia, e venuti ad Ibla tentare inutilmente di espugnarla, li ebbero anche in dispregio più grande. E siccome suol fare il volgo inanimito pregavano i loro capitani a condurli contro Catana, da che i nemici non muovevano contrassi, e spingendo innanzi continovamente de'cavalli ad osservare il campo degli Ateniesi domandavano loro, tra gli altri insulti, se fossero venuti ad accasarsi tra essi in paese straniero, piuttosto che a rimettere nelle proprie sedie i Leontini.
 
Considerandosi queste cose pei generali ateniesi volevano attirarli con tutte le forze il più possibilmente lontano dalla città, ed essi intanto favoriti dalla notte avanzarsi a pigliar campo senza controsto in luogo vantaggioso. Bene vedevano che essendo scoperti nissuna di queste due cose sarebbe loro riuscita, sia che volessero scendere dalle navi in faccia al nemico preparato, sia che volessero tenere la via di terra. Attesoché, mancando essi di cavalli, quelli de’Siracusani, che erano in gran numero, danneggerebbero assai i loro soldati leggeri e la moltitudine leggera ; laddove in quest’altra maniera occuperebbero un posto tale da non poter essere molto offesi dalla cavallerìa nemica. E gli usciti siracusani che li seguivano, gli aveano avvertiti di un luogo presso l’Olimpico che occuparono di fatto. Per recar dunque ad effetto le loro intenzioni i generali ateniesi macchinarono quest’astuzia. Spediscono a Siracusa un tale catenese persona fidata, e creduta non meno amica dai generali siracusani, il quale asseriva di venir da Catana per parte di alcuni cittadini ch’e’conoscevano per nome, e che sapevano esser de’ loro partigiani rimasti in quella città. Diceva egli che gli Ateniesi lasciato il campo pernottavano in città; e che se i Siracusani con tutto l' Esercito volessero sul far dell’alba presentarsi all’accampamento in un certo giorno, i medesimi partigiani terrebbero chiusi in città quegli Ateniesi che vi erano, e brucerebbero le navi ; ed essi intanto assalendo la palizzata di leggeri s’impadronirebbero del campo. Aggiugneva inoltre che molti de Catanesi darebbero loro mano, e che quelli dai quali era spedito erano già all’ordine.
 
I capitani di Siracusa tra perchè nel restante erano pieni di baldanza, e perchè anche senza queste notizie erano nel pensiero di andar contro Catana, troppo inconsideratamente detter fede a quell’uomo ; e convenutisi del giorno in che vi anderebbero, lo rimandarono. Dipoi essendo arrivati i Selinunti ed altri alleati, ordinarono che tutù i Siracusani in generale dovessero uscire a quell9 impresa ; e siccome gli apparecchi erano pronti, ed era vicino il giorno fermato per andarvi, partirono per Catana e pernottarono presso il fiume Simeto in su quel de’ Leontini. Saputosi dagli Ateniesi che i nemici erano in cammino , salirono sulle navi e sulle barche con tutte le loro soldatesche e con tutti i Siculi e gli altri che si erano loro aggiunti, e nella notte si avviarono a Siracusa. Era già l’alba quando gli Ateniesi sbarcavano nel luogo vicino ad Olimpico per prendervi campo ; e i cavalli siracusani che primi si erano spinti avanti a Catana, poiché intesero esser partita tutta l’armata, tornarono ad avvisare la fanteria ; cosicché voltato cammino tutti insieme accorrevano in soccorso di Siracusa.
 
Frattanto, siccome aveano da percorrere lunga strada , gli Ateniesi ebbero tutto l’agio di accampar l’esercito in luogo favorevole, ove potevano ingaggiar la battaglia quando volessero, e non aveano a temere d’esser molestati dalla cavalleria siracusana nè prima né durante il conflitto : imperciocché per una parte sarebbero d’impedimento al nemico i muri e le case che v’erano, e gli alberi e la palude; per l’altra i dirupati. Tagliarono inoltre i vicini alberi, e portatili giù al mare ne formarono una palizzata presso la flotta e verso Dascone ; e nei siti più accessibili al nemico rizzarono prontamente un battifolle con pietre tolte alla rinfusa e legni, e ruppero il ponte dell’Anapo. Mentre attendevano a queste opere nissuno uscì di città a contrastarli, e la prima ad accorrervi fu la cavalleria siracusana, e poi dopo vi si raccolse tutta la fanteria. E da prima fattisi vicini all’accampamento degli Ateniesi , poiché videro che questi non si movevano contro di loro, tornarono addietro, e andarono ad accamparsi al di là della via Elorina.
 
Il giorno appresso gli Ateniesi con gli alleati preparavansi alla battaglia, e ordinarono le schiere in questo modo. Tenevano l’ala destra gli Argivi ed i Mantineesi, il centro gli Ateniesi, e l’altr’ala il resto degli alleati. La metà dell’esercito posta in avanti era schierata con otto di fronte, e l'altra metà presso le tende schierata anch’essa con otto di fronte formava un rettangolo, ed avea ordine di osservare attentamente dove che Pesercito patisse per accorrervi ; e in mezzo a queste genti di riserva collocarono i saccomanni. I Siracusani poi schierarono con sedici sulla fronte le milizie gravi composte di tutte le classi del popolo di Siracusa e degli alleati che v’eran presenti. Tra questi vennero principalmente in loro aiuto i Seliuunti, poi anche i cavalli de'Geloi, in tutti dugento, e venti soli de’Camarinesi, e circa cinquanta arcieri. Posero sull’ala destra i cavalieri che non eran meno di dodici centinaia, e presso a loro i lanciatori. E poiché gli Ateniesi erano viciui ad attaccare i primi la battaglia, ISicia percorrendo le file ove stavano le genti di ciascun popolo, gl’incoraggiava tutti insieme con queste parole :
 
« Che bisogno v’ha egli, prodi soldati, di lunga esortazione per noi che ci troviamo propio al momento della battaglia ? Mi pare che questo nostro apparecchio sia più idoneo ad inspirar coraggio, che non le belle parole con esercito debole. Infatti dove siamo insieme e Argivi , e Mantineesi, e Ateniesi, e i primi tra gl’ isolani, come non deve ognuno con tanti e siffatti commilitoni aver grande speranza di vittoria ? Tanto più con a fronte un ragunaticcio di genti, e non scelte come le nostre ; e poi contro i Siciliani che ci dispregiano si, ma che non resisteranno , perchè più audaci che esperti ? Richiamatevi inoltre alla mente che noi siamo assai lontani dal paese nostro e non vicini a veruna terra amica se pur non ce la procacciamo collarini. E però vi suggerisco il contrario di quello con che i nemici ( ben lo so ) s’incoraggiano. Essi dicono che combatteranno per la patria , ed io vi ripeto che non combattiamo nel patrio suolo, ma in tale che bisogna uscirne vincitóri, od avere una difficile ritirata ; perchè i loro numerosi cavalli ci stringeranno. Laonde memori del vostro decoro assaltate coraggiosamente il nemico , stimando più formidabile di lui la presente necessità ed incertezza ».
 
Fatta questa esortazione Nicia fece avanzar subito il campo. I Siracusani non si aspettavano allora di dover tosto combattere, onde alcuni di loro erano rientrati nella vicina città, altri sebbene si affrettassero correndo di rinforzare i suoi, arrivarono tardi ; e ciascuno ponevasi dove incontrava un corpo più numeroso. E certamente nè in questa nè nelle altre battaglie mancavano di prontezza e di ardire ; che anzi in coraggio ci erano eguali fin dove giungeva la loro perìzia, ma a lor dispetto la volontà era tradita dalla mancanza di quella. Ciò non pertanto benché non si aspettassero che gli Ateniesi volessero essere i primi ad assalirli , e benché si trovassero a un tratto nella necessità di resistere, pigliavano le armi e prestamente venivano contro al nemico. Primi ad assaggiar la battaglia furono da ambe le parti i gittatori di pietre e i funditori e gli arcieri , e al solito delle truppe leggere fugavansi scambievolmente. Dipoi gli aruspici offrivano le vittime cerimoniali, e i trombettieri invitavano i soldati gravi al conflitto. Muovevano gli eserciti : da una parte i Siracusani per combattere per la patria, e ciascuno per la propria salvezza di presente , e per la libertà in avvenire: dall’altra , gli Ateniesi per far sua una terra straniera e per non nuocere , perdendo , alla patria ; e gli Argivi e i confederati indipendenti per aver parte con essi alle conquiste per cui erano là venuti, e per riveder vittoriosi la patria loro. Gli alleati poi che erano sudditi usavano di tutta la sollecitudine, sì perchè senza la vittoria vedevano disperata la presente loro salvezza, sì eziandio perchè cooperando con gli Ateniesi a nuove conquiste speravano per soprappiù da essi più discreto governo.
 
E già la battaglia era nelle mani, e lungamente entrambi resistevano ; quand’ecco sopravvenir de’ tuoni e folgori e copiosa pioggia, talché anche questo accrebbe la paura in quei che per la prima volta combattevano ed erano pochissimo versati di guerra ; laddove gli altri che ne erano più pratici riguardavano quei fenomeni come effetti della stagione dell’anno, e piuttosto restavano attoniti che i nemici non cedessero. Finalmente gli Argivi avendo i primi respinto l’ala sinistra de’Siracusani, e gli Ateniesi dopo di essi quelli che avevano a fronte, allora tutto l’esercito siracusano fu rotto e si diede alla fuga. E gli Ateniesi non l’inseguirono molto lontano, perchè la grossa ed intera cavalleria siracusana vi si opponeva, e scagliandosi su? loro soldati gravi che cacciassero i fuggitivi li reprimeva. Peri tutti riuniti li perseguitarono finché poterono con sicurezza, poi tornarono indietro ed ersero trofeo. I Siracusani si ridussero sulla strada Elorina, ordinaronsi in quel modo che permettevano le cose presenti, e spedirono nondimeno un presidio di loro nllOlimpico per paura che gli Ateniesi non prendessero i tesori che vi erano. Gli altri tornarono in città.
 
Ma gli Ateniesi non andarono al tempio olimpico j anzi accolti i cadaveri dei loro e postili in sul rogo, passarono ivi la notte. Il dì seguente con salvocondotto resero i morti ai Siracusani (che compresivi gli alleati erano circa dugentosessanta), radunarono le ossa de’suoi, de’quali contando gli alleati morirono intorno di cinquanta, e prese le spoglie nemiche rinavigarono a Catana. Couciossiachè era inverno, e non pareva ancor possibile prqseguir subito l' guerra, prima d’aver fatto venire dei cavalieri da Atene e d’averne radunati dagli alleati di Sicilia (per non esser del tutto inferiori in cavalleria), e prima d’aver raccolti denari di li oltre quelli che verrebbero d’Atene ; e d’essersi aggiunte città che speravano doversi piegare all’obbedienza più facilmente dopo quella battaglia; e finalmente d’avere apparecchiato tutte le altre cose, e frumento e ciò che potesse occorrere per assaltar Siracusa a primavera.
 
Con questa intenzione navigarono a Nasso e Catana per isvernarvi. I Siracusani sepolti i loro morti tennero adunanza, ove presentatosi Ermocrate di Ermone, personaggio che in prudenza non era del resto addietro a nissun altro, e che in guerra si era mostrato per esperienza sufficiente e per valore illustre, li inanimiva e non lasciava che per l’accaduto invilissero. Poiché diceva che non era stato vinto il loro animo ma avea nociuto ad essi il disordine; che sebbene essi rozzi artigiani, per così dire, si fossero messi in lizza co’primi e più esperti Greci, nondimeno non erano andati al disotto quanto era da aspettarsi ; che di gran nocumento era stata loro la moltiplicità de’ duci e comandanti ( perchè avevano quindici generali), e la non governabile turba disordinata. Che se pochi, proseguiva, e pratici saranno i generali, e in quest’ inverno prepareranno le milizie gravi, e procacceranno le armi a chi non le ha, acciocché sieno in grandissimo numero, e le astringeranno ad ogni altro guerresco esercizio , certamente e potrebbero superare i nemici ; attesoché all’attual loro coraggio aggiungeranno il buon ordine che si richiede nelle azioni. Imperocché queste due cose verranno crescendo : la disciplina perchè praticata tra i pericoli : il coraggio perchè avvalorato dalla fiducia del sapere, da per sé stesso diverrà più animoso. In ultimo poi soggiungeva che bisognava scegliere pochi generali ma con autorità illimitata , e prestare ad essi giuramento di lasciarli comandare comunque sapranno ; avvegnaché in questo modo starebbero più coperte le cose che voglionsi celare , e le altre verrebbero con ordine apprestate inescusabilmente.
 
i Siracusani dopo averlo udito decretarono tatto come e’ suggeriva, ed elessero a capitano lo stesso Erraocrate con Eraclide di Lisimaco e Sicano d’Esecesto ; essi tre soli. Spedirono ancora legati a Corinto ed a Sparta per averne soccorso secondo l’alleanza, e per indurre i Lacedemoni a far guerra alla scoperta e con più fermezza contro gli Ateniesi ; a volere ritirarli dalla Sicilia, o almeno far sì che non vi mandassero nuovi rinforzi.
 
E l’armata ateniese che era a Catana navigò subito a Messina sperando d’averla proditoriamente ; ma le pratiche svanirono. Conciossiaché Alcibiade consapevole di quelle, allorché richiamato ad Atene depose il comando, essendo certo che verrebbe sbandito, le palesa agli amici dei Siracusani in Messina. Onde essi uccisero i colpevoli prima che arrivasse la flotta nemica ; e tutti quelli che tenean con loro levato il romore, prese le armi vinsero che non si dovessero ricevere gli Ateniesi. I quali fermativisi da trenta giorni, poiché erano molestati dalla fredda stagione e mancavano di vettovaglia, tornarono a Nasso ove circondarono di un vallo l’alloggiamento, e vi svernarono. Spedirono inoltre una trireme ad Atene per avere a primavera denari e cavalli.
 
E nell’invernata anche i Siracusani aggiunsero alla città una muraglia da tutta quella parte che guarda Epipole, chiudendovi dentro Temenite , col fine che se mai fossero sconfitti, il troppo breve circuito non rendesse facile al nemico il cingerli di muro. Misero poi un presidio in Megara ed un altro in Olimpico, e munirono di palizzate tutti quei luoghi in sul mare ove potevasi fare scala. E sapendo che gli Ateniesi vernavano in Nasso, andarono tutti ad oste contro Catana , ne devastarono la campagna , abbruciarono le tende e l’accampamento degli Ateniesi, e partirono per a casa. Inoltre informati che gli Ateniesi, secondo la lega fatta al tempo di Lachete, aveano mandato ambasceria a Camarina per vedere di guadagnarsela , vi mandarono anch’essi. Imperciocché sospettavano che i Camarinesi avessero mandato loro a mal cuore anche il soccorso inviato alla prima battaglia , e che in seguito non volessero più aiutarli, visti i felici successi degli Ateniesi in quella ; ma che piuttosto pensassero di accostarsi con quest’ultimi per impulso della primiera amicizia. Arrivati adunque a Camarina Ermocrate ed altri pei Siracusani, ed Eufemo con altri per gli Ateniesi, vi fu tenuta assemblea , ove Ermocrate, volendo prima mettere in discredito gli Ateniesi, orò in questa sentenza :

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