Book 4
Sopravvenendo primavera, verso lo spigar del grano, dieci navi dei Siracusani ed altrettante dei Locresi andarono ad occupar Messina di Sicilia, a petizione di questa città che si ribellò agli Ateniesi. Furono i Siracusani i principali autori di questa pratica, perchè vedevano quella terra acconciamente situata ad assaltar la Sicilia , e perchè temevano che gli Ateniesi, fattavi la massa, di H non si movessero una volta ad assalirli con apparecchio maggiore : i Locresi poi, perchè disamando i Reggini , li volevano tribolare con la guerra dalla parte di terra e di mare. Erano ad un' ora entrati i Locresi in su quel dei Reggini con tutte le forze, acciò e’non potessero soccorrere i Me«r sinesi ; tanto più che ne li confortavano alcuni che si trovavano presso loro, usciti di Reggio, la quale , da lungo tempo travagliata dalle sette , non poteva di presente resistere ai Locresi ; che però viepiù francamente l’assalivano. Guastata la campagna partirono i Locresi colla fanteria ; ma le navi guardavano Messina ; e l’altre che si andavano allestendo, presa ivi stazione, dovevano da quel luogo stesso far guerra.
Circa il tempo medesimo di primavera, innanzi che il grano fosse in maturità , i Peloponnesi e la loro lega , condotti da Agide re di Sparta figliolo di Archidamo , invasero l’Attica ; ed accampati visi guastavano il territorio. Gli Ateniesi spedirono in Sicilia le quaranta navi che andavano preparando , e gli altri capitani Eurimedonte e Sofocle , essendovi di prima arrivato Pitodoro , che tra loro era il terzo. Commisero a questi che in tragittando si dessero cura dei Corfuotti di città , corseggiati dai fuorusciti che avevano occupato la montagna ; giacché eran passate colà sessanta navi de’ Peloponnesi per sostenere quelli della montagna ; e perchè credevano (essendo gran fame in città) di potersi agevolmente far padroni di tutto. Ed a Demostene, che dopo il suo ritorno dall’Acaraania era in qualità di privato, accordarono , conforme richiedeva , che, se giudicasse opportuno , si servisse nel giro del Peloponneso di queste medesime navi.
Le quali giunte appena lunghesso la Laconia venne la nuova l' armata de’ Peloponnesi essere già a Corfù : e tanto Eurimedonte che Sofocle avevano fretta per là. Ma Demostene li confortava si fermassero prima a Pilo , e compiutovi il bisognevole, continovassero poi la navigazione. Opponendosi essi sopravvenne per avventura una burrasca che trasportò le navi a Pilo. Allora Demostene subitamente insisteva si cingesse di mura quella terra : esser questo il fine per cui si era imbarcato con loro : mostrava esservi grande abbondanza di legname e di sassi ; ed il sito forte per natura } ed abbandonato insieme con buono spazio di terreno. In fatti Pilo è distante da Sparta intorno di quattrocento stadii, ed è situata in quella contrada che era una volta Messenia , ed ora dagli Spartani detta Corifasio. Rispondevano i capitani esservi molti promontori del Peloponneso abbandonati, qualor volesse rifinire colle spese la Repubblica per farne il conquisto. Ma, soggiungeva Demostene, parergli molto più degli altri importante questo luogo , perchè vi era accanto il porto , e perchè i Messenii, oriundi di esso ab antico e di una medesima lingua coi Lacedemoni, potrebbero recar loro moltissimi danni, facendo capo in quello , e ne sarebbero custodi fidatissimi.
Contuttociò Demostene non persuase nè i capitani nè i soldati, quantunque poi conferisse il progetto con gli ufficiali subalterni: e però, non potendo riprender mare, si ristava , finché la smania di murare il castello assalì i soldati disoccupati in quella dimora. Laonde messa mano all’opera travagliavano ; e perchè mancavano di ferri da lavorar le pietre, le portavano a scelta e le incastravano in quel punto ove ciascuna combaciasse. Ovunque occorresse il loto , mancando essi di vassoi, lo portavano sulla schiena, curv andosi perchè meglio vi stesse, e consertando le mani di dietro perchè non cadesse : e si affrettavano in ogni maniera di fornire il lavoro nei lati più facili ad espugnare , prima che vi accorressero i Lacedemoni ; giacché la massima parte del luogo era di per sé forte, ite punto abbisognava di mura.
Per avventura i Lacedemoni celebravano una festa , ed insieme facevan poco conto di questa nuova, confidando o che al primo loro presentarsi i nemici sloggerebbero , o che di leggeri prenderebbero a forza il castello. In parte anche li ritenne Faver tuttora Fesercito nell’Attica. Gli Ateniesi, in sei giorni munito il castello dal lato che guarda terraferma e dove era maggiore il bisogno , vi lasciano di presidio Demostene con cinque navi ; e col più della flotta affrettavano la navigazione per a Corfù e Sicilia.
Udita la presa di Pilo i Peloponnesi, che erano nell’Attica, acceleravano il ritorno a casa ; sì perchè i Lacedemoni ed il re Agide giudicavano che il caso di Pilo riguardasse a loro del tutto , sì eziandio perchè essendo slata immatura l’invasione , mentre il grano era ancor verde, i più penuriavano di vettovaglia , ed il verno aopraggiunto, più rigido di quel che portasse la stagioue, premeva l’esercito. Onde per molte cause avvenne che sollecitassero la ritirata ; e che questa fosse di tutte le invasioni la più breve , essendosi trattenuti nell’Attica quindici soli giorni.
Al tempo stesso Simonide generale degli Ateniesi prese a tradimento Eiona della Tracia, colonia de’Mendei e nemica d’Atene, avendo raccolto molti alleati di quei luoghi e piccola mano di presidiarii ateniesi : ma accorsi prontamente i Calcidesi ed i Bottiesi ne fu discacciato con grave perdita di gente.
Ritornati i Peloponnesi dall’Attica , gli Spartani propio ed i più prossimi dei circonvicini corsero subito a Pilo : ma più tarda fu la mossa del rimanente dei Lacedemoni tornati di fresco da un'altra spedizione. Mandavano in giro pel Peloponneso intimando di soccorrer Pilo il più prontamente ; e spedirono per le sessanta navi che avevano a Corfù , le quali trasportate sull’ istmo di Leucade e non osservate dalla flotta ateniese di Zacinto, giungono a Pilo , ove si trovava anche l’esercito di terra. Ma Demostene, mentre i Peloponnesi navigavano tuttora verso cola , spedi innanzi colatamente due navi (che secondo gli ordini avuti da esso affrettarono il corso) ad avvertire Eurimedonte e gli Ateniesi che erano colla flotta a Zacinto di presentarsi a Pilo , perchè quel luogo pericolava. I Lacedemoni dal canto loro si allestivano risoluti di assaltar quel forte per terra e per mare, confidando di dover espugnare facilmente un lavoro fatto in furia, entrovi poca gente. Nondimeno aspettandosi il rinforzo delle navi attiche da Zacinto , aveano in animo , se pur non lo espugnassero prima del loro arrivo , di asserragliare l' imboccatura del porto , acciò gli Ateniesi non potessero intro-
Goode dtirvisi; giacché l’Isola chiamata Sfatteria, stendendosi dinanzi al porto e soprastandogli d9 appresso, lo rende sicuro ed angusto alle imboccature ; talché dalla parte del forte degli Ateniesi e di Pilo non più che due navi possono traghettare insieme, e non più di otto o nove dalla parte che guarda il rimanente di terraferma. Inoltre tutta l’isola era boscosa e senza vie perchè disabitata, e di circuito non più grande di quindici stadii. I Lacedemoni adunque intendevano di serrarne l' ingresso colle navi congiunte insieme e volte in fuori colle prore : ma perchè temevano non i nemici gli guerreggiassero da quell’isola, vi fecero passare delle milizie gravi, ed altre ne schierarono per le costiere ; cosicché gli Ateniesi avrebbero nemica l’isola e la terraferma non potendovisi sbarcare. Perocché essendo importuosa quella punta dell’ istessa Pilo ehe fuori della bocca del porto guarda il mare, non avrebbero donde muoversi a soccorrere i loro ; laddove essi senza battaglia navale od altro pericolo speravano di dovere espugnare il castello ove era stato lasciato poco presidio e mancava la vettovaglia. Ciò risoluto trasportarono nell’ isola delle genti di grave armatura sortite da tutte le compagnie , mentre per l’avanti altre ve ne passa« rono a vicenda : quest’ ultime poi che furonvi lasciate erano quattrocentoventi (senza contare gl’ Iloti a loro ser» vizio) capitanate da Epitada di Molobro.
Ma Demostene vedendo che i Lacedemoni erano per assalirlo colle forze navali e terrestri , anch’ egli si apparecchiava. Tratte a secco le triremi , che tra quelle lasciategli aveva ancor seco , ne formò una trincea sotto il forte , e ne armò le ciurme con deboli scudi e la maggior parte di giunco ; essendoché in quel luogo deserto non v’ era da trovar armi : che anzi aveano prese queste cose istesse da una nave corsalesca e da una barchetta messeuia a trenta rematori ivi casualmente arrivate, Ove sì trovavano da quaranta Messemi di gra\e armatura , dei quali si valse insieme con l’altra sua gente. Schierò pertanto i più sì degli armati che degl’ inermi dal lato di terra ferma ove il castello era meglio munito e forte per natura , ordinando che resistessero alla fanteria qualor li assalisse : ed egli scelti fra tutti sessanta soldati gravi e pochi saettatori, ed uscito del forte avvia vasi alla marina , colà ove si aspettava principalmente che i nemici tenterebbero di sbarcare, in luoghi stagliati e pieni di massi rivolti a 1l' onde , perchè reputava che la debolezza del muro da questo lato li arebbe attratti a farvi ogni prova. E siccome gli Ateniesi, non temendo di dover mai esser vinti dalle flotte spartane , avevano lasciata sguernita di muro questa parte , così ai Lacedemoni sarebbe venuto fatto di espugnare il castello, se riuscissero ad effettuarvi per forza lo sbarco. Demostene adunque su questo lato propio in sul mare ordinava distintamente i soldati gravi, disposto, se possibil fosse , di ributtare il nemico ; e li andava rincorando con questa esortazione :
« Valorosi soldati che meco imprendeste questo pericolo , non sia tra voi chi ponderando tutte le difficoltà che ci stanno attorno voglia in tal frangente ostentare accortezza, invece che, messo a parte ogni riguardo, affrontar fiducialmente il nemico, e scamparla per questa via. Perocché quando le cose son giunte a tal necessità noQ ammettono ponderazione , ma richiedono prontissimo il cimento, lo vedo che stanno per noi moltissimi vantaggi ove vogliamo persistere, senza sbigottire della moltitudine dei nemici, e tradire vituperosamente la nostra stessa superiorità ; avvegnaché io pensi essere a pro nostro la disagevolezza del luogo, e doverci riuscir di giovamento se persistiamo : laddove cedendo, la montata sebbene scabrosa renderassi agevole non essendovi chi la contrasti : ed allora troveremo il nemico più formidabile , perchè mancante di facile ritirata, quand’anche ne lo cacciassimo a forza. Ed invero fino a che sono sulle navi è cosa leggeri il ributtarli ; ma sbarcati sono alla pari con noi : nè vuoisi troppo temere la loro moltitudine, perchè quantunque sieno molti dovran combattere pochi alla volta stante la difficoltà d’approdare. Inoltre il loro esercito sebbene più numeroso, non è però in terra del pari che il nostro, ma si trova sulle navi, le quali hanno bisogno in sul mare di molte opportune contingenze : di sorte che io penso che le difficoltà di costoro contrabbilancino la pochezza di nostre genti. E per voi , i quali siete Ateniesi e che sapete per esperienza non potersi effettuar giammai per forza lo sbarco sulle terre altrui ( quando vi sia chi resista e non ceda per paura dell’ondate e del veemente impeto delle navi ), per voi si stimo cosa degna tener quivi adesso il fermo, respingere il nemico di sulla schiena del lido , e salvare ad un tempo noi stessi ed il castello ».
Per questa ^esortazione di Demostene , gli Ateniesi si inanimarono maggiormente ; e scesi a basso si schierarono propio lungo il mare. I Lacedemoni mosso il campo assaltarono il forte coll’esercito terrestre insieme e colla flotta composta di quaranlatrè navi , onde era ammiraglio Trasimelida spartano figliolo di Cratesicle , che diede l’assalto ove lo avea preveduto Demostene. Ma gli Ateniesi resistevano da amendue i lati sì di terra che di mare : ed i nemici divisa la flotta in piccole squadre (non potendosi approdare con molte navi) alternamente si riposavano ed alternamente assalivano, usando ogni sforzo ed eccitamento per rispingere i difensori ed espugnare il castello. Sopra tutti poi campeggiava Brasida che comandando la sua trireme, e vedendo che i prefetti ed i piloti, attesa la scabrosità del luogo, schifavano di approdare anche dove sembrava possibile e stavano guardinghi perchè le navi non cozzassero tra loro, gridava
« vitupero ! per risparmiar dei legni trascurar che i nemici abbiano fatte munizioni nel nostro suolo » : sfracellassero , li confortava , le proprie navi per forzare lo sbarco; non badassero gli alleati in tale occasione a sagrificare la loro flotta ai Lacedemoni pei grandi benefizi da essi ricevuti : ma urtassero, ed a qualunque patto scendessero per vincer queiresercito e quel castello.
Nò già contento di incitare gli altri costrinse il suo nocchiero ad urtare in terra colla nave, e si avviava alla scaja : ed ingegnandosi di smontare fu retrospinto dagli Ateniesi con molte ferite, e cadde svenuto nello spazio che è di mezzo alla prua ed ai remiganti ; onde gli venne a calar nel mare lo scudo che trasportato a terra fu raccolto dagli Ateniesi , e se ne servirono dipoi per il trofeo che innalzarono in memoria di quest'assalto. Gli altri iutanto cou tutto che facessero ogni sforzo non valevano a sbarcare, perchè disagevole era quel sito , c gli Ateniesi persistevano senza retroceder d’un passo. Insomma a tale si ridusse il capriccio della fortuna, che gli Ateniesi da terra, e (che più rileva) da terra laconica respingevano i Lacedemoni che gli assaltavan dal mare ; e questi si sforzavano di sbarcare in una terra propria ma inimicata ad essi dagli Ateniesi. Accidente invero maraviglioso perchè in quel tempo a tal segno di reputazione eran giunti i Lacedemoni, che venivano reputati al tutto popoli mediterranei , e nelle battaglie terrestri valorosissimi ; gli Ateniesi all’opposto gente marittima che sulle flotte di grandissima lunga primeggiavano.
I Lacedemoni pertanto dati degli assalti tutto quel giorno e parte del seguente, filialmente desisterono, c il terzo dì spedirono ad Asina alcune navi per legname da macchine, sperando di prender con quelle il muro dalla parte del porto , quantunque e’ fosse alto, perchè ivi era più facile lo sbarco. In questo arrivano da Za cinto quaranta navi degli Ateniesi, avvegnaché colà fossero sopraggiunte in rinforzo alcune di quelle che stavano di guarnigione a Naupatto, e quattro di Ctiio. Ma quando videro piena di soldati gravi la terraferma e l’isola Sfatteria, e che le navi le quali erano in porto rtou usciva ri loro incontro , dubitando ove approdare , navigarono per allora a Prote, isola poco lontana e disabitata , ove pernottarono. Il giorno dopo fecero vela, disposti di battagliare se i nemici volessero sortire al largo contro loro ; se no , di penetrar colla flotta dentro al porto. Ma i Lacedemoni noit si avanzarono, e non avevano per avvènturà asserragliato le bocche del porto giusta il primo divisamente; anzi tranquilli in terraferma armavano le navi, apprestandosi a combattere nel porto stesso , che non era angusto, se alcuno vi si avanzasse.
Di che accortisi gli Ateniesi vogavano sopr’ essi per le due imboccature del porto ; e scagliatisi sulla maggior parte delle navi, che già colle prore innanzi procedevano contro loro , le misero in fuga. Molte ne ruppero perseguitandole a breve distanza , cinque ne presero, una delle quali entrovi la ciurma, e correvano sopra le altre rifuggitesi a terra : quelle che si stavano tuttavia armando furono messe in pezzi prima di prender mare ; ed alcune donde era precipitosamente fuggita la gente, legandole alle loro, le rimurchiavano vuote. Al veder ciò commossi oltre modo per la sconfitta i Lacedemoni, perchè le loro genti restavano intercette nell’ isola Sfatteria, accorrevano in aiuto, entravano in mare colle armi indosso , ed abbrancando le navi le ritiravano indietro ; avvisando ciascuno dovere andar fallita la prova laddove egli non prestasse l’opera sua. Per lo che grande era quel trambusto e amendue le parti avevano barattato il modo del combattere intorno alle navi ; imperciocché i Lacedemoni per l’ardore e la trepidazione nuli’altro facevano che , per dir così, dar battaglia navale di sopra terra : e gli Ateniesi, vincitori e desiderosi di avvantaggiarsi al più possibile della presente fortuna , facevano dalle navi battaglia terrestre : cosicché , dopo molto travaglio e molte ferite scambievoli, si separarono, avendo i Lacedemoni salvate le navi vuote , fuor quelle prese da primo. Ricondottisi entrambi agli alloggiamenti, gli Ateniesi ersero il trofeo, restituirono i morti, s’ impadronirono dei rottami delle navi ; e senza indugio volteggiavano attorno all’isola per teuerla guardata, essendovi intercette le genti dei nemici. I Peloponnesi poi, che erano sulla terraferma con quelli già da ogni contrada venuti a soccorso , rimasero al loro posto dinanzi a Pilo.
Uditosi in Sparta l’accaduto a Pilo, fu risoluto che, come per grande sciagura, i magistrati si recassero all’ oste , perchè vista la bisogna prendessero quel partito che più volessero. Ma poiché videro essere impossibile soccorrer le loro genti, e non volevano risicare che elle dovessero esser afflitte dalla fame od oppressate e vinte da un numeroso nemico, stabilirono di far tregua co’generali ateniesi (se loro piacesse) quanto agli affari di Pilo, spedir legati ad Atene circa la convenzione, e tentare di riaverle il più prestamente possibile.
Accettato il partito dai generali fuvvi tregua in questo tenore : che i Lacedemoni condurrebbero a Pilo, e consegnerebbero agli Ateniesi le navi sulle quali avevano combattuto, e tutte quelle lunghe che avevano nella Laconia: non porterebbero nè di terra nè di mare le armi contro quel forte. Gli Ateniesi poi permetterebbero ai Lacedemoni di terraferma di mandare a quei delHsola certa dose di frumento macinato, cioè due cheniche attiche di farina , due cotile di vino, e un pezzo di carne a testa ; e pei serventi la metà. Questa roba si manderebbe a vista degli Ateniesi; nè anderebbe a Sfatteria alcuna barca di soppiatto. E gli Ateniesi nientemeno che prima terrebbero guardata l’isola , ma senza sbarcarvi, nè porterebbero r armi sia per terra sia per mare contro I9 esercito dei Peloponnesi. Per la più piccola trasgressione a questi articoli da una delle due parti si intenderebbe sciolta la tregua , che durerà (ino al ritorno degli ambasciatori lacedemoni da Atene, i quali dovranno esser condotti e ricondotti sopra una trireme dagli Ateniesi. Tornati essi spirerà la tregua, e gli Ateniesi restituiranno le navi quali le avranno ricevute. — Tali furono i patti della convenzione; si consegnarono le navi che erano circa sessanta, e si spedirono i legati, i quali giunti ad Atene parlarono così :
« Ateniesi, i Lacedemoni ci inviarono qua per trattare, a riguardo dei nostri intercetti nell’ isola, di cosa che vi persuaderemo essere ad un’ ora utile per voi, e decorosissima per noi in questa sciagura, quanto il consentano le cose presenti. E se alquanto ci allungheremo in questa materia , ciò non sarà contro l' usato, mentre è nostro patrio costume non usar molte parole, ove poche bastino; ma al contrario moltiplicarle, ove l’opportunità richieda che dichiarando cose gravissime s’abbia colle parole a procacciare quanto occorre. Ricevetele adunque non inimichevolmente, nè come un ammaestramento quasi foste gente grossolana , ma abbiatele a suggerimento di diritta deliberazione come a gente oculata. Ed invero sta in voi di bene accomodare la presente prosperità col ritener quel che avete , far nuovo acquisto di onore e di gloria, e schivar ciò che interviene a coloro che inusitatamente ottengono qualche bene ; i quali mossi dalla speranza sempre anelano a cose maggiori, appunto perchè di presente prosperano all’ impensata : dove coloro che imbatterono nelle molte vicissitudini dell’alternante fortuna , sono a buon dritto diffidentissimi delle felicità. Ciò che convenevolmente deve per esperienza essere proprio sopra tutto della vostra Repubblica e di noi.
« Ed apprendete ciò per la veduta delle nostre? presenti calamità. Noi tenuti in grandissima estimazione appo i Greci ricorriamo a voi ; noi che prima credevamo esser piuttosto in istato di accordar quello che ora vi vegnamo chiedendo. Ciò non pertanto non soffriamo questo per difetto di forze, nè per avere insolentito nell’ incremento di esse ; ma andammo falliti nei nostri disegui tutto che presi a misura di quelle che sempre avevamo ; nel qual caso può a tutti egualmente accader lo stesso. Laonde è a voi richiesto che attesa la presente fortezza della vostra Repubblica, sostenuta anche da nuovi acquisti , non vogliate darvi a credere che la fortuna abbia di continuo ad esser con voi. Perciocché prudenti sono tra gli uomini quelli che con sicuro consiglio pongono in ambiguo le prosperità ; stantecliè procederanno essi più saggiamente nelle disgrazie , stimeranno che la guerra non sempre andrà a lor talento qual che si sia il modo con cui uno voglia amministrarla, ma che anderà come la condurranno i destini ; e meno di tutti vacilleranno perchè non gonfiandosi per la fiducia del buon successo nella guerra stessa, le porranno termine quando è propizia la fortuna. Ciò che , Ateniesi, è per voi dicevol cosa adoperare con noi ; acciocché , se mai non andando di ciò convinti, in avvenire vi incolga qualche sinistro (come spesso succede), non s’abbia a credere che per mera fortuna abbiate tanto progredito nelle vittorie ; mentre sta in poter vostro tralasciare ai posteri stabile reputazione di fortezza e di senno.
« Ora i Lacedemoni vi invitano a tregua e scioglimento di guerra esibendovi pace, alleanza ed ogni altra maniera di generosa amistade e mutua fratellanza ; ma chiedono in cambio le loro genti dell' isola, reputando migliore per entrambi non risicare , o che presentandosi laro qualche scampo abbiano a fuggirne a forza ; o che espugnati, abbiano a trovarsi in servaggio maggiore. Per nostro avviso le grandi inimicizie si dissolvono sopratutto sicuramente , non quando uno colle armi alla mano e superiore di molto in guerra , inlacciando forzatamente il nemico co’ giuramenti, si accordi con inique condizioni ; ma quando, tutto che possa adoprar così, nondimeno per usar condescendenza e vincerlo di cortesia si riconcilia a patti moderati oltre l’aspettativa del vinto. Allora l' avversario essendo obbligato non a vendicarsi come oppresso , ma a ricambiare di cortesia il suo emulo, è più presto a tenersi per sentimento d’ onore dentro ai limiti degli accordi. Lo che sogliono gli uomini adoperare più facilmente coi nemici più graudi, che con quelli coi quali abbiano avute leggere differenze; e sono inclinati per natura a ceder dal canto loro a chi volontario rallenti il suo rigore, e per contrario a pigliar gara anche a mal tempo con chi tropp’alto insolentisca.
« Inoltre questa nostra riconciliazione cade , se mai altre volte, decorosamente in acconcio per entrambi, prima che qualche immedicabile disastro trapponendosi di mezzo ci sorprenda , per cui noi, in aggiunta alla nazionale , fossimo astretti a nutrir una perpetua privala nimistà contro voi ; e prima che voi stessi restiate privi dei vantaggi a cui adesso vi confortiamo. Riconciliamoci adunque mentre le cose son tuttora in pendente ; mentre voi alla vostra gloria aggiungereste la nostra amicizia , e mentre noi prima di sopportar qualche disdoro, acconcieremmo discretamente la nostra sciagura. Scegliamo, sì, amendue pace invece di guerra, e procacciamo agli altri Greci requie dai mali, ed anche in ciò il merito sarà precipuamente vostro ; avvegnaché sieno essi in guerra, ignari chi di noi due l’abbia incominciata : che se ella cesserà (e questo è più che altro in poter vostro) ne sapranno grado a voi soli. Insomma se ben discemete sta in voi di aver fermamente amici i Lacedemoni che a ciò vi invitano, non col forzarli ma col gratificarli. Riflettete quanti beni naturalmente si comprendono in questa riconciliazione , perocché, noi e voi dicendoci insieme , il rimanente di Grecia essendoci, ben sapete, inferiore, ci terrii in grandissima onoranza ».
Di tal tenore fu il discorso dei Lacedemoni, perchè credevano aver gli Ateniesi bramato per l' innanzi le tregue, ed esserne stati impediti dalla mala disposizione di Sparta : ora però offrendo pace speravano l’accetterebbero volentieri e renderebbero le genti dell’ isola. Ma gli Ateniesi col ritenere quelle genti stimavano avere in mano di che procacciarsi le tregue quando volessero , e più in alto intendevano. A ciò principalmente gli instigava Cleone figlio di Cleeneto , personaggio popolare in quel tempo ed alla plebe aggraditissimo. Egli fu che gl’indusse a rispondere « dover le genti dell’ isola render sè stesse e le armi, ed esser trasportate ad Atener giunte esse colà, i Lacedemoni restituissero Nisea y Pega, Trezene ed Acaia (terre non già conquistate, ma accordate loro nella prima convenzione dagli Ateniesi i quali allora per le proprie calamità abbisognavano assai di tregua); e cosi riavrebbero le loro genti e si farebbe tregua per quanto tempo piacesse ad ambe le parti ».
Non vollero i legati contradir nulla a quella risposta, ma pregavano si deputassero loro alcuni assesson, i quali parlando ed ascoltando intorno a ciascun articolo, convenissero di queto in ciò di che scambievolmente si persuadessero. Ma anche qui Cleone instava caldamente dicendo saper lui già di prima che coloro nulla di ginsto avevano nell animo, e bene esserlo manifesto anche adesso , mentre niente voglion dirne al popolo, e solo venire a consesso con pochi : che se nulla di buouo seco ravvolgessero, ordinava parlassero a tutti. Laonde i Lacedemoni vedendo di non potere parlamentare al popolo, perchè se mai paresse loro bene (attesa la presente calamità) di accomodarsi con esso, temevano che parlando e non ottenendo l’intento sarebbero diffmati dagli alleati; e di più vedendo che non verrebbero eseguite le loro richieste a condizioni discrete , partirono da Atene senza effettuala cosa alcuna.
Al loro ritorno falliron subito le tregue di Pilo, ed i Lacedemoni , giusta il convenuto , ridomandavano le navi agli Ateniesi, i quali incaricandoli di assalti dati al castello contro raccordo, e di altre cose che non meritano il pregio di esser narrale, non le rendevano ; opponendo essersi stabilito che per quantunque piccola trasgressione sarebbono sciolte le tregue. I Lacedemoni negavan tutto ; e richiamandosi dell’ ingiustizia delle navi andarono a riprender la guerra, la quale vigorosamente si combatteva intorno a Pilo da ambo le parti. Di giorno gli Ateniesi circuivano continuamente l’isola con due navi «riscontro: di notte stavano con tutte in guardia all’intorno , tranne verso l’alto quando faceva vento ; ed erano a tal uopo arrivate ad essi altre venti navi da Atene, talché in tutte furono settanta. I Peloponncsi poi campeggiavano in terraferma e davano assalti al castello , spiando l’occasione , quando che si presentasse , di salvare le genti loro.
Frattanto i Siracusani e gli alleati di Sicilia , oltre le navi che presidiavano Messina, condussero ivi il resto della flotta che stavano allestendo , e di là uscivano |«r far la guerra , alla quale per odio contro i Reggini tirano principalmente stimolali da' Locresi, che già con tutto lo sforzo avevano assaltato le loro terre. \ olevano anche tentare una battaglia per mare, vedendo che gli
Ateniesi avevano piccola armata , e sentendo che una più grande, la qual dovea venirvi, era all’assedio della Sfatteria. Che se avessero vinto una battaglia navale speravano , che stringendo Reggio per terra e per mare , la ridurrebbono agevolmente in potestà loro, e fortificherebbono il proprio stato. Imperciocché essendo tra sé vicini il prò-montorio di Reggio in Italia, e Messina in Sicilia, non permetterebbero che gli Ateniesi vi approdassero, e si impadronissero dello stretto , il quale altro non è che il mare di mezzo a Reggio e Messina (ove la Sicilia è meno distante dalla terraferma) denominato Cariddi, per dove è fama che attraversasse Ulisse : e per la sua strettezza, e per il concorso dei due mari tirreno e siculo che ivi incontrandosi lo fanno rigurgitare , egli é giustamente stimato pericoloso.
Pertanto in questo spazio tramezzo, al tardi del giorno, i Siracusani e i loro alleati con poco più di trenta navi furono costretti a combattere, per cagione di una barca che traversava, avanzandosi incontro a sedici navi ateniesi e otto di Reggio : e vinti dagli Ateniesi tornarono frettolosamente , come ognuno potè , ai propri alloggiamenti di Messina e di Reggio colla perdita di una sola nave. La notte sopraggiunta pose fine al conflitto , dopo il quale i Locresi si ritirarono dal territorio de’ Reggini ' e le navi di Siracusa e degli alleati riunitesi alla Peloride che fa parte del messinese , ove erano anche le genti da piè, vi presero stazione. Gli Ateniesi poi ed i Reggini, viste le navi vuote, vogarono ad assalirle ; e per un ronciglio di ferro scagliatovi sopra perderono una nave, dalla quale i soldati fuggirono a nuoto. Quindi i Siracusani montarono sulle navi, e costeggiando mediante Talzaia per alla volta di Messina, andavano gli Ateniesi nuovamente ad affrontarli : se non che i nemici tiratisi all’alto tornarono ad assalir loro i primi, sicché perdono un’altra nave. Dipoi i Siracusani si ricondussero nel porto di Messina senza aver avuta la peggio nè in questo tragitto, nè uel conflitto navale combattuto come dicemmo : e gli Ateniesi fecer vela per Camarina avuto lingua che Archia co’ suoi partigiani la renderebbe per tradimento ai Siracusani. Intanto i Messinesi con tutta l’oste andarono per la via di terra e di mare contro Nasso calcidico loro confinante. Il primo giorno, stretti i Nassii dentro le mura , saccheggiarono la campagna. Il dì seguente andando colle navi a seconda del tortuoso fiume Acesine guastavano la terra , e con la fanteria davano l’assalto a Nasso. Allora i Siciliesi di su i monti calavano in gran numero contro i Messinesi a soccorso dei Nassii, i quali a tal vista rinfrancandosi e animandosi tra loro , perchè credevano esser quelli i Leontini ed altri alleati greci che corressero in loro aiuto , si precipitano improvvisamente fuori di città, assaltano i Messinesi, gli sbaragliano e ne uccidono sopra mille : il resto penò a ritornarsene a casa ; perchè quei barbari scagliandosi loro addosso nelle strade ne trucidarono moltissimi. In seguito le navi che aveano preso porto a Messina tornarono ciascuna ai loro luoghi. I Leontini colla loro lega e con gli Ateniesi andarono drittamente contro Messina, profittando dello scoraggiamento di lei : e dandosi l’assalto gli Ateniesi fecero le loro prove dalla parte del porto colla fiotta, e la fanteria dall’altra parte della città. Ma i Messinesi, ed alcuni Locresi con Demotele, che dopo la ricevuta sconGlta v’erano stati lasciati di presidio, fecero una sortita , ed investendo repentinamente il nemico fugano gran parte dell’esercito de’ Leontini, coll’uccisione di molti. A tal vista gli Ateniesi scesero dalle navi per andare in soccorso, e piombando su i Messinesi disordinati gli perseguitarono fino alla città , ed eretto il trofeo ritornarono a Reggio. Dopo di che i Greci di Sicilia senza gli Ateniesi, seguitarono a guerreggiarsi in terra scambievolmente.
Ma a Pilo erano sempre i Lacedemoni assediati nell’ isola dagli Ateniesi, e il campo de’ Peloponnesi rimaneva in terraferma alle sue stanze. Riusciva travagliosissimo agli Ateniesi il guardare quell’ isola per la scarsità del frumento e dell'acqua ; perchè non vi avevano fontane, tranne una non grande propio nella rocca di Pilo : cosicché i più scavando la ghiaia presso il mare , ne bevevano acqua qual si può credere. A ciò si aggiugneva la strettezza dei luoghi per cui campeggiavano in piccolo spazio ; e le navi non trovando ove fermarsi, parte andavano a vicenda a foraggiare in terra, parte stavano al largo sulle ancore. Ma più di tutto gl' infastidiva la lunghezza del tempo che tuttavia si prolungava contro la loro espettazione, essendosi dati a credere che in capo di pochi giorni espugnerebbero la gente che in quell' isola deserta non aveva altro uso che di acqua salata. E questo prolungamento di tempo lo procuravano i Lacedemoni, i quali avevano promulgato che chiunque volesse, introducesse nell' isola grano macinato, vino, cacio, e se altro cibo vi era buono in caso di assedio ; promessa la libertà agli Iloti che lo introducessero, ed assegnato molto denaro agli altri. Laonde tra coloro che audacemente si arrischiavano per introdurvi roba, erano principalmente gl’ Doti che scioglievano da qualunque parte del Peloponneso ed approdavano , essendo ancor notte , là dove l' isola guarda verso l’alto, e badavano più che altro di esservi spinti dal vento ; attesoché quando soffiava dalla parte di mare più facilmente si celavano alla guardia delle triremi ateniesi , che non potevano allora posare attorno l’isola. Del rimanente erasi per costoro ridotto in uso l’approdare colà senza risparmiar nulla ; imperciocché erasi apposto il valsente alle navi che urtassero sulla spiaggia, e gli scali dell’isola eran guardati da’soldati di grave armatura. Contuttociò chi si arrischiava in tempo di bonaccia era preso.
Vi entravano ancora dei palombari di verso il porto , tirando seco con una corda degli otri entrovi papavero melato e linseme gramolato; lo che dapprima restò nascosto , ma poi furon messe le guardie : insomma s’ingegnavano al postutto gli uni di portar viveri , gli altri di scoprirgli.
Risaputosi in Atene il disagio dell’ esercito, e T introduzione del foraggio nell’ isola , stavano sopra pensiero e temevano che la vernata non dovesse cogliere colà le loro genti ; vedendo che oltre al trovarsi in luogo deserto, sarebbe impossibile portar loro i viveri col circuire il Peloponneso ( lo che non valevano a fare ne anche in estate per mandarvi il bisognevole); e che in quelle coste importuose non avrebbero le navi ove fermarsi : cosicché rallentandosi la guardia , o i prigioni dell’ isola la vincerebbero, o col favore d’una burrasca s’involerebbero sulle barche che vi portavano il grano. Ma ciò che più di tutto temevano era il vedere che i Lacedemoni trovandosi alquanto più forti non manderebbero più araldo ; e si pentivano della tregua non accettata. Onde avvistosi Cleone di esser preso in sospetto perchè avea attraversato l’accordo , disse che i messaggi arrivati in Atene non rapportavano il vero : ma questi esortando che se non credessero a loro, mandassero degli esploratori, e venendo a ciò deputato dagli Ateuiesi lo stesso Cleone insieme con Teogene, senti egli che o e’ dovrebbe dir lo stesso di quelli che calunniava , o dicendo il contrario comparirebbe mentitore. Però vedendo che la mente degli Ateniesi pendeva piuttosto per una nuova spedizione , suggeriva loro non vi esser bisogno di mandare esploratori, nè di perder tempo lasciando fuggir l' occasione : ma quando credan vere le nuove recate , si mettessero in mare per andar contro coloro. E per pugnere il generale Kicia figlio di Nicerato cui disamava , disse proverbiando : esser facile colle forze presenti, se i capitani fosser uomini, navigare all’isola e prender quelle genti ; e bene egli vi riuscirebbe se avesse in mano il comando.
Ma Nicia mormorando il popolo contro Cleone perchè ei non fosse già in corso se ciò gli sembrava facile , ed insieme vedendosi punto da lui, lo confortava che prendesse pure quel rinforzo che più gli piacesse, e si accingesse ad andare contro le genti dell' isola. Cleone alla prima credeudo che ei facesse solo sembiante di cedergli si mostrava disposto ; poi visto che cederebbe in effetto si ricusava, e diceva non sè, ma lui essere il generale : imperocché era già venuto in paura, e non avrebbe mai potuto credere che Nicia avesse la fermezza di cedergli il posto. Questi glielo intimò di nuovo , e presi a testimonio gli Ateniesi rinunziò al comando di Pilo. Ed essi (al solito del popolo), quanto più Cleone si ricusava di imbarcare e ritirava le sue parole , tanto più imponevano a Nicia di rimettergli il comando ; e gridavano che s’ imbarcasse. Talché non sapendo egli come distrigarsi delle sue promesse , accetta la spedizione, e fattosi innanzi disse: che non temeva i Lacedemoni, e che si metterebbe in mare senza prendere alcuno di città , ma solamente i Lemnii e gl’Imbrii che si trovavano lì presenti, e i palvesari venuti in rinforzo da Eno , e quattrocento arcieri da altri luoghi. Protestò altresì che con queste forze aggiunte ai soldati che erano in Pilo, in venti giorni, o menerebbe vivi i Lacedemoni , o ve li truciderebbe. La sua leggerezza mosse un poco a riso il popolo ; ma fu gradita dalla gente assennata , considerando che uno di questi due beni ne otterrebbero , o di disfarsi di Cleone, come meglio speravano , o , se fallisse questa speranza , di sottomettersi » Lacedemoni.
Spedito egli il tutto nell’adunanza, ed eletto dagli Ateniesi a quell’ impresa, parti prontamente, dopo avere scelto per suo collega Demostene, uno dei comandanti a Pilo , perchè aveva udito che desso meditava lo sbarco nell’ isola, al vedere che i soldati trovandosi male per la miseria del luogo , e piuttosto assediati che assediatili , anelavano di cimentarsi. Senza di che confermava Demostene in questa sua intenzione l' incendio accaduto nell’isola , la quale essendo quasi tutta boscosa e senza vie , perchè di continuo disabitata , lo metteva in timore , e parevagli che ciò fosse in vantaggio dei nemici ; essendoché se vi sbarcasse con molte genti, assalendolo essi da qualche luogo occulto , lo batterebbero. Infatti gli sbagli e le disposizioni di essi, atteso il bosco , non sarebbero a lui egualmente palesi, laddove gli sbagli del proprio esercito sarebbero tutti visibili j cosicché verrebbe inaspettatamente assalito ove più piacesse al nemico , in mano del quale stava l' assalire. D’altronde s’ ei forzasse il folto del luogo per venire alle prese, stimava che i meno, ma pratichi del posto, vincerebbero i più non pratichi, e che il suo esercito quantunque numeroso andrebbe senza accorgersene rifinito , mancando del prospetto necessario per soccorrersi scambievolmente.
E tali pensieri gli correvano nell’animo a cagione principalmente della sconfitta etolica cagionata in gran parte dalla selva. Ora però , attesa la strettezza dell’ isola, essendo i soldati nemici costretti a pranzare per precauzione quasi sulle coste di essa , ed avendo un tale appiccato il fuoco involontariamente a piccola porzione della selva, era poi sopravvenuto il vento onde gran parte di quella andò inavvertitamente bruciata ; e per questo potè Demostene meglio osservare che i Lacedemoni erano in maggior numero che non credeva ; quando prima sospettava clic per miuor gente s’ introducessero i viveri. Allora convinto che gli Ateniesi vorrebbero usare maggior premura contro un nemico non dispregevole , e vedendo che l' isola offriva più facile sbarco di prima , preparava l’assalto , richiedeva di truppe i vicini alleati, ed apprestava tutte le altre cose. Intanto Cleone che aveva spedito innanzi ad avvisarlo eh’ ei giungerebbe colla soldatesca da lui domandata , arriva a Pilo : e trovatisi amendue insieme spediscono innanzi tratto un araldo al campo nemico in terraferma, confortando a voler ordinare a quei dell’isola , a scanso d’ogni pericolo, di render Tarmi e le persone, a condizione che sarebbero tenuti sotto discreta guardia, finche non si fosse convenuto della somma delle cose.
Poiché non fu accettata questa proposta, i capitani ateniesi soprassederono un giorno ; e il di seguente imbarcati su poche navi tutti i soldati gravi, partirono di notte; e poco prima dell’aurora scendevano nell’ isola, parte dal lato di essa che guarda l’alto , parte di verso il porto , da otto centinaia, che subito corsero addosso al primo corpo di guardia che si trovava nell’isola. Erano i nemici ordinati in tal guisa. Trenta in circa di grave armatura formavano questo primo corpo di guardia : Epitada capitano col grosso dell’esercito teneva il miluogo che era un piano intorno all’acqua dolce ; se non che una piccola porzione di sue genti guardava l' altra estremità dell' isola verso Pilo , che é scoscesa dalla parte di mare ed inespugnabile da quella di terra ; ove per soprappiu sorgeva un’ antica fortezza fabbricata con pietre scelte, della quale intendevano di giovarsi, caso che a viva forza fossero costretti di ritirarsi. Tale era la posizione dei Lacedemoni.
Gli Ateniesi che erano scesi nell’isola inosservati ( perche i nemici stimavano che quelle fossero le navi che al solito scorressero per guardar Pisola ) uccidono subito coloro che avevano assaliti mentre erano in letto , e mentre riprendevano le armi. E al nascer dell’aurora sbarcò dalle settanta navi , o poco più , tutto il resto dell’esercito, salvo i rematori disottani, ciascuno dal canto suo armato, con più otto centinaia d’arcieri e bene altrettanti palvesari, e il rinforzo de’Messenii, e quanti stanziavano intorno a Pilo, tranne le guardie che custodivano il castello. Queste genti, secondo le disposizioni di Demostene , si spartirono in squadroni di dugento, ed or più ed or meno , occupando le più elevate parti de' luoghi , affinchè i nemici accerchiati per ogni lato si trovassero in grandissimo iiitricamento ; e non che sapessero a chi mostrare il viso , fossero anzi per ogni verso infestati dalla moltitudine : cosicché se urtassero di fronte, fossero percossi da quelli a tergo ; se di fianco, da quelli schierati su i due lati. Insomma dovunque il nemico si volgesse, avrebbe sempre alle spalle 1« milizie leggere , dalle quali è più difficile salvarsi, perchè mediante le frecce, gli strali, pietre e fionde hanno forza da lontano, e non v’è modo d’inseguirle; avvegnaché, fuggendo vincano, e cedendo il nemico, l' incalzano. Con questa mente Demostene da prima ruminava lo sbarco, e con tale poi lo regolò in effetto.
Ma Epitada ed i suoi che erano il grosso delle genti dell' isola , visto disfatto il primo corpo di guardia, ed avanzarsi incontro l' esercito, correvano in ordinanza per assaltare i soldati gravi degli Ateniesi, volendo venire alle mani con questi che erano stati posti loro a fronte , mentre le truppe leggere stavano ai fianchi ed alle spalle. Ma non poterono azzuffarsi con essi nè usare la loro perizia, perchè le genti leggere, saettandoli quinci e quindi, li ritenevano ; e quelli invece di correre all' assalto , stavano fermi al loro posto. Allora si avventarono contro i soldati leggeri e li fugavano , ma questi rivoltando feccia li respingevano ; ed essendo armati itila leggera , prima d5 esser raggiunti dal nemico ripigliavano facilmente la fuga ; tanto più che i luoghi erano disagevoli ed aspri perchè sin di prima disabitati, ed i Lacedemoni gravati dal peso delle armi non potevano ivi perseguitarli.
Per questo modo adunque scaramucciarono tra loro un poco di tempo. Ma i Lacedemoni non avean più lena di accorrer prontamente dove fossero incalzati : perù le genti leggere degli Ateniesi, conosciuto che e’menavaoo le mani più lentamente, presero in mirandoli grandissimo coraggio. E vedendosi in numero assai maggiore, e , per non aver sofferto quel danno che s’aspettavano, essendosi assuefatti a non creder più formidabile il nemico (come quando da prima sbarcarono nell’isola coll’animo avvilito per avere a combattere coi Lacedemoni), si serrarono addosso a loro dispregiandoli e mandando alte grida; e percuotevanli con pietre, saette e dardi, e con quello che a ciascuno capitasse alle mani. Gridare ed assalire fu un punto ; lo sbigottimento entrò nel nemico non avvezzo a sì fatta battaglia; gran polverio della selva testé incendiata si levava in alto ; e le frecce ed i sassi, da tanta moltitudine scagliati in mezzo a quel nugolo , rendevano impossibile la vista di ciò che si parasse innanzi. Qui daddovero avevano i Lacedemoni difficile impresa alle mani, perocché le feltrate corazze non reggevano al saettarne, le lanciole smussate rimanevano penzoloni nei feriti ; e non potendo vedere ciò che avessero innanzi a sé, e non intendendo gli ordini che si comunicavano tra loro , perchè sopraffatti dalle grida nemiche, non sapevano che farsi : insomma si trovavano per ogni lato circondati dal pericolo , senza avere speranza di trovar modo onde aprirsi una via a salvamento.
Alla perfine dopo molto sangue sparso per essersi sempre andati ravvolgendo nel medesimo luogo, si avviarono serrati all’estrema munizione decisola non molto dilungi, e al loro corpo di guardia. Vistigli cedere , allora si i soldati ateniesi con maggior animo e con grida maggiori gl' incalzavano, ed uccidevano quanti nel ritirarsi restassero presi. I più scamparono nella munizione, ed insieme col presidio che ivi era si schierarono su tutti i punti di essa ove poteva essere espugnata, risoluti di ributtare il nemico. Allettati gli Ateniesi dalla fuga dei nemici gli perseguivano ; ma la fortezza del sito vietando loro di girare intorno per chiuderli in mezzo, assalitili di fronte si sforzavano di cacciarli. Durò questo gioco un pezzo, anzi grandissima parte della giornata, benché entrambi fossero oppressi dal conflitto, dalla sete e dal sole, facendo gli Ateniesi ogni prova per isbarbare dall’altura i Lacedemoni , e questi per non cedere. Nondimeno più facilmente di prima resistevano i Lacedemoni, non v’cssendo modo di circondarli di fianco.
Ma siccome la cosa riusciva interminabile, il capitano de' Messemi appresentatosi a Cleone ed a Demostene , disse loro, che si affaticavano inutilmente ; che se volessero dargli una parte degli arcieri e delle genti leggere, egli circuirebbe i nemici alle spalle per quella via che saprebbe trovare, e che confidava di aprirsi un passaggio ad assalirli. Ottenuto quanto domandava, si mosse da un luogo appartato per nou esser visto dai Lacedemoni; ed aggrappandosi per dirupati che via via sporgevano nell'isola, e dove i Lacedemoni non tenevansi guardati fidandosi alla fortezza del luogo, a gran pena e difficoltà circuì nascosamente la munizione. E comparso improvviso sull'altura alle spalle de’nemici, li sbigottì per quel caso impensato, e rinfrancò maggiormente gli Ateniesi i quali videro effettuato ciò che si aspettavano. Trovavansi ornai i Lacedemoni battuti dinanzi e alle spalle, e nel caso stesso delle Termopile, se è lecito agguagliare le cose piccole alle grandi. Quelli furono disfatti dai Persiani che per tragetti li circuirono, e questi pure circondati non più resistevano ; ma trovandosi pochi a battagliar contro molti, e indebo- liti del corpo per l’inedia, retrocedevano: e già gli Ateniesi eran padroni dei passi.