Thesauros Literature History Ἱστορίαι

Ἱστορίαι

Ἱστορίαι Thucydides

Book 3

 
« Io pertanto sono sempre della medesima sentenza , e mi maraviglio di chi rimette in quistione l’affare dei Mitilenei e vi procura indugi, i quali sono piuttosto a vantaggio dell’ ingiuriatole ; dappoiché in questo modo l’offeso perseguita l’offensore con men caldo sdegno ; dove la vendetta quanto più segue dappresso l’ingiuria, movendo da impeto eguale, ne prende in riscatto il più severo castigo. Mi maraviglio inoltre di chiunque sarà per contradirmi , e pretenderà di dichiarare essere di nostra utilità i torti fattici dai Mitilenei, e ridondare a danno degli alleati i nostri vantaggi : bene è chiaro che costui, o affidato alle sue parole , vorrà ingegnarsi di mostrare ad onta mia che una formale risoluzione non è uu decreto, o incitato da guadagno si sforzerà di sedurvi colla speziosità di elaborato discorso. Intanto la Repubblica con questi politici certami dà la palma ad altri, e viene ella stessa in pericolò. Ma la colpa è di voi che guastate di tali gare la forma ; voi che solete sedervi spettatori delle parole e uditori dei falli ; voi che le cose avvenire risguardate come possibili ad accadere per i discorsi de’ bei dicitori ; e quanto alle passate , più fidanza ponete non in ciò che vedesle co’ propri occhi vostri, ma in ciò che udiste per la bocca di coloro che di buon garbo vi rampognano. Bravissimi a lasciarvi gabbare dalla novità d’un discorso, non a seguir quello che sia universalmente ricevuto ; schiavi sempre dello straordinario, e disprezzatori del consueto ; smaniosi ognuno d’esser tenuto valente parlatore, se non a segno di gareggiar con chi lo sia, almeno, per non parer d’andar dietro al sentimento d un altro, anticipar la lodo a chi sia per dire qualche cosa di ingegnoso ; prontissimi a indovinare la mente di chi parla, ma tardi a prevedere le conseguenze ; gente che cercate uno stato di cose opposto, per cqsì dire, a quello in che viviamo; discernitori mal atti del presente; insomma, schiavi del diletico dell’orecchio ; sembianti a chi segga spettatore di garruli maestruzzi, più presto che a chi deliberi intorno alla salute della patria.
 
« Da' quali trasandamenti sollecito io di distorvi, protestò essere i Mitilenei rei verso di noi del più atroce misfatto che una sola città commetter possa. C011-ciossiachè io so perdonare a popoli che non potendo patire il vostro impero , o necessitati da’ nemici hanno (atto ribellione: ma gente che padroni di un’isola aiforzata di mura , pei quali non era da temere de’ nemici nostri, salvo che dalla parte del mare, per dove erano ben riparati con l’apparecchio di triremi ; gente che, lasciata nella libertà delle proprie leggi, e da nqi avuta nel primo grado di onoranza, è giunta a tale eccesso, che altro ha ella fatto se non macchinar contro di noi, ed insorgerci contro piuttosto che ribellarsi (perocché la ribellione è propria dei popoli angariati ), e cercar la nostra rovina mettendosi dalla parte de’ nostri capitali nemici ? Cosa invero più stupenda di quello che se, avendo forze bastevoli, ci avessero da sé soli mosso contro le armi. Non hanno servito a loro esempio iiè le sciagure di tutti gli altri popoli , che ribellatisi da noi furono ben sottomessi ; nè la presente loro felicità bastò a svogliarli sì chs e’ non giugnessero a tanta scelleratezza : ma fatti ardici rispetto all’avvenire, e sperate cose maggiori di lor potere e minori dei loro appetiti, hanno intrapreso la guerra, gloriandosi d’aver preposto al dritto la forza, Però, dappoiché parve loro thè potremmo esser vinti, ci assalirono, sento che gli avessimo in nulla ingiuriali. Tanto è vero che un’ impensata prosperità suol condurre all’ insolenza quelle città su cui ella cada improvvisa ; laddove d’ordinario le felicità che avvengono secondò l’umano discorso sono più stabili delle straordinarie per gli uomini, i quali sanno meglio , per così dire , respingere le disgrazie che conservar la fortuna. Egli faceà certamente di mestieri che anche di prima i Mitilenei non fossero avuti da iioi in maggiore onore che gli altri : cosi e’ non sarebbono giunti a tanto di artoganza ; stante che l' uomo è naturalmente prono per l’ordinario a dispregiar dii l’osserva , e riverir chi tiene il suo grado. Sieno adunque ora purliti condegnamente al loro delitto , nè vogliate attribuir la colpa ai soli fautori dell’oligarchia ed assolvete la plebe ; perocché tutti ci hanno del pari assalito , giacché potevano Ora esser rimessi in fcittà se a noi avessero ricorso, dove stimando più sicuro partito il rischiar co’ pochi, si unirono alla ribellione. Or ponete mente : se imporrete la medesima pena tanto a quei che si ribellino forzati dai nemici, quanto agli altri che ciò facciano di suo capriccio ; chi pensate voi non doversi ribellare col più leggero pretesto, ove riuscendo al suo fine consegua la libertà, e non riuscendo, nulla soffra di strano ? Anzi noi per ciascuna città dotrem mettere a repentaglio le sostanze e le vite nostre : e vincendo, ne avremo una città manomessa, sarem privi dell’entrate, che in seguito ci sarebbono pervenute, e per1 le quali siamo potenti ; e perdendo, aggiugneremo ai presenti nuovi nemici. Così qtìel tempo che ci bisogna per ributtare gli avversari di adesso, dovremo spenderlo nel guerreggiare i nostri alleati.
 
« Non si vuol dunque dar nuovo appicco ai Mitilenei che, o col l’eloquenza a cui si affidano , o mediante »1 denaro, possano conseguir perdono, quasi che abbiano umanamente fallito ; perocché non ci hanno offesi involontariamente , ma ad occhi aperti hanno ordite contro noi le loro trame. Or merita sol perdonanza l’involontario fallire : però, siccome già la prima volta, sostengo anche adesso a spada tratta non dover voi mutar d’animo sulle deliberazioni già prese , nè andare errati per tre cose perniciosissime all’imperio, compassione, allettamento di parole , lenità. La compassione vuole usarsi verso chi ti rassomigli col renderla, non verso chi si sia messo nella necessità d’ esserti eternamente nemico : quanto all’ allettamento delle parole, avranno i bei dicitori altre occasioni non men belle da sperimentarvisi, e non questa , ove la città per picciol diletto avrebbe a patir grave danno, ed essi trovarsi bene dei loro discorsi. Lenità, in ultimo, vuole aversi con quelli che aH’avvenire sieno per esserti benevoli, non con quelli che vorranno esser sempre gli stessi, nè punto rallenteranno di loro nimistà. Però recando in una le molte parole , dico che seguendo il mio consiglio, adoprerete giustamente coi Mitilenei ed utilmente per voi ; operando altramente, non vi amicherete costoro, ma condannerete voi stessi. Essendo che, se a dritto ribellaronsi, voi gli avrete dominati ingiustamente : se poi, quantunque ingiustamente, pretendete di dominarli, forza è pure che puniate costoro anche contro ogni dritto, perchè l’utilità vostra il richiede ; o che rinunziate all’impero e meniate, immuni cosi dai pericoli, la vita del galantuomo. Vi muova pertanto l' onor vostro a render loro il contraccambio, per non sembrare (dappoiché avete scampato il pericolo) meno sensitivi di essi che ci insidiarono, pensando del modo onde arebbono trattato noi se vincevano, tanto più che siamo stati preoccupati dalle Toro ingiurie. Or coloro che senza giusto motivo oltraggiano altrui , vi insistono sino all’ultimo di lui eccidio, riguardando al pericolo che loro si prepira da un nemico superstite: infatti, chi non ha messo altrui nella necessità di offender^ lo, se egli scampa , diviene contro l’offensore nemico più feroce di chi abbia eguali titoli di nimicizia. Non vogliate adunque tradir voi stessi ; ma portandovi cól pensiero più dappresso che sia possibile al momento dell’oltraggio , e considerando che avreste tolto innanzi tutto di soggiogarli , rendete ora ad essi la pariglia senza punto ammollirvi del loro stato presente ; nè dimenticate la sciagura clientestè pendea su i capi vostri Puniteli siccome meritano ; ponete a chiaro esempio dpgli altri alleati, che chiunque si ribelli sarà punito di morte. Se ciò essi intendano, voi vi troverete men di frequente nel caso di trascurare i nemici, per combattere gli stessi vostri alleati ».
 
Così parlò Cleone : ma dopo lui Diodoto figliolo di Eucrate, che anche nella precedente adunanza aveva con maggior calore degli altri contradetto al decreto di uccidere i Mitilenei, fattosi pure allora avanti tenne questo discorso.
 
« Non io qua vengo per accusar quelli che hanno proposto di nuovamente deliberare intorno ai Mitilenei, nè per lodar quelli i quali biasimano che più volte si discuta intorno ad oggetti rilevantissimi : ma stimo che due cose sieno contrarissime ad un retto giudizio, la prestezza e la collera. Quella suol andar di pari colla stoltezza ; questa con immoderata loquacità e pochezza di riflessione : e chiunque contende non essere i discorsi gli insegnatori degli affari, o delira o vi ha qualche suo privato interesse. Delira, se crede esser possibile in altro modo che colle parole diciferare l’avvenire e ciò che è oscuro : vi ha interesse , se volendo persuadere qualche cosa di turpe , crede di non poter parlare bellamente su ciò che onesto non è, ma bensì di atterrire con bei rabbuffi chi sia per contrariarlo , e l’udienza intera. Coloro poi che per ostentare la propria eloquenza accusano anche di vii guadagno chi monta la ringhiera, sono i più perniciosi ed i più tristi i essendoché, se accusassero solo di incapacità, l’accusato, non prevalendo, partirebbe notato di poca accortezza, piuttosto che di malignità : ma aggiungendòvisi la taccia di nequitoso, se riesce a persuadere, resta sempre sospetto; se non riesce, se ne va colla nota di dappocaggine e di malvagità. La Repubblica intanto nulla profitta in mezzo ai maneggi di costoro, per timore dei quali resta elisi priva di utili consiglieri \ dove se avesse tali cittadini sforniti di eloquenza, dirizzerebbe a buon fine la maggior parte degli affari, avvegnaché il popolo ben di rado sarebbe indotto in errore. Or siccome deve un buon cittadino, non coll’ intimorire chi sia per contradirlo, ma col tenersi entro ai termini della perfetta egualità, mostrare la miglioranza de’suoi ragionamenti ; cosi è richiesto ad una saggia repubblica non aggiugnere nuovi onori a chi generalmente la consigli bene, ma neanche diminuirglieli : e non che punire l’oratore la cui sentenza non prevalga , non deve pure abbassarne la reputazione. Cosi l'oratore che vince non parlerà, per verun modo, cose che egli stesso non approva , col fine di crescere il suo stato e cattar benevolenza ; e colui che non ottiene il vanto, non si studierà di conciliarsi anch’ esso l’animo della moltitudine, col compiacerla di qualche cosa.
 
« Ma noi adoperiamo tutto all’opposto : anzi, di più, se v’è alcuno che, quantunque avuto in sospetto di venale, dia ottimi consigli alla Repubblica, noi non pertanto per quel mal fondato sospetto lo prendiamo in avversione , e defraudiamo la Repubblica dei più evidenti vantaggi. E però s'é ridotto in usanza che i buoni consigli non artatamente proposti sono avuti a sospetto non meno dei perniciosi : di che è costretto ad adoprar la frode chi voglia per cattivarsi il popolo persuadere le più funeste stranezze # non meno che di ricorrere all’ artifizio , per acquistar credenza , chi fa le più utili proposizioni. Frattanto con tali circonspezioui questa è la sola città ove sia impossibile far del bene alla scoperta, senza premettere T iuganno. Se vi lia chi oifra palesemente uu bene, ne e ricambiato col sospetto, quasi che egli abbia qualche segreto vantaggio. Nonostante però tale opinione che si ha di noi oratori, trattandosi di altari del più gran rilievo , conviene che noi ve ne parliamo , prevedendo più lontano di voi che a breve distanza risguardate ; tanto più che i nostri consigli vanno soggetti a rendimento di conti, mentre voi non temete sindacato del modo onde ci ascoltate. Che se il consigliatore e quello che gli va dietro fossero sottoposti alla medesima pena -, voi andreste più ritenuti nei vostri giudizi : laddove ora, se per capriccioso talento vi venga fatto di commettere qualche sbaglio, dannate sola la mente di chi vi consigliò, non le vostre, sebbene in gran numero concorse nell’errore.
 
ce Ma io non son qua per contradire o accusar chicchessia riguardo ai Mitilenei : non si contende adesso, se abbiam senno, della gravezza del loro delitto ; ma del come sia prudente la nostra determinazione. In fatti, pognamo che io li dimostrassi al tutto rei, non ù per conseguente che io vi consigli ad ucciderli, se ciò non toma a nostro vantaggio : nè, s’ ei meritino perdonanza , che l’ottengano da voi, ove ciò non si mostri di utilità alla patria. Credo poi che la nostra deliberazione riguardi più all’avvenire che al presente: e sul punto ove principalmente insiste Cleone, che a troncar le ribellioni avvenire sarà utile annestarvi la pena di morte , valendomi aneli’ io in opposizione a lui, di quello che pel tempo futuro può tornarci bene, sento contrariamente. E vi farei torto a credere che, per l’apparente forza del suo discorso, vogliate rigettare l’utilità del mio ; essendo che il suo ragionare, che a’termini di severa giustizia più si accomoda co] vostro risentimento contro i Mitilenei, potrebbe forse sedurvi. Ma non siamo adesso in tribunale con loro, da aver bisogno dei principi ài rigoroso diritto ; anzi discutiamo riguardo a noi in qual modo essi possano in segnilo esserci utili.
 
« Pertanto, è nelle diverse repubbliche statuita la pena di morte per assai delitti, non solo di eguale ma anche di minor gravezza che questo : nondimeno gli uomini , incitati dalla speranza , vi si attentano j e niuno mai si condusse al misfatto disperando di dover sopravvivere al suo conato. Conciossiachè, qual città io ribellandosi si è mai mossa a ciò fare giudicando insufficienti gli apparecchiamenti o suoi o degli alleati ? Ed è proprio naturalmente di tutti, e privati e repubbliche, il fallire : nè v è legge che valga a ritenerli : avvegnaché abbiano gli uomini trascorso per tutti i gradi di pene sempre aumentando, se pur modo vi fosse d esser meno offesi dai malfattori. E pare che iu antico le pene fossero più miti anche pei più enormi delitti : ma col tempo, venendo trasgredite, si sono estese sino a quella di morte ; e pur questa ancora si trasgredisce. O bisogna dunque inventar supplizio più terribile di questa, o convenire che neppur essa è di verun freno ; dappoiché, la povertà, che colle sue strettezze inspira ardimento, la potenza che coll’ insolenza e coll’orgoglio mena alla soverchieria, e gli altri stati mezzani , giusta le cupidità degli uomini , secondo che ciascuno è da qualche più forte e incurabil passione dominato , strascinano nei pericoli. Soprattutto poi la speranza e il desiderio , questo precede , quella conseguita ; questo immagina il modo di fare il colpo , quella suggerisce la facilità di felice riusci mento : ond’è che sono la causa potissima dei mali nostri ; e benché sieno invisibili prevalgono sopra le pene che sono visibili. Oltre a ciò la fortuna stessa non meno concorre a dar la pinta : perciocché venendoci talvolta inaspettata al fiauco , ella spinge al cimento chicchessia, anche con minori forze, e principalmente le città, in quanto sono più importanti le cose che ambiscono , libertà, voglio dire ; ed impero su gli altri j e in quanto che ciascun cittadino riunito col rimanente , più di sè stesso inconsideratamente presume. E brevemente , egli è cosa impossibile e argomento di grosso ingegno il credere, che quando la umana natura è trasportata con impeto a commetter qualche cosa, il vigor delle leggi od altro spauracchio valga a distornela.
 
« Non dobbiamo adunque, fidandoci alla pena di morte come a sicuro mallevadore , prendere una cattiva risoluzione ; nè mettere ili disperanza i ribelli, come se non vi sia per esser luogo a pentimento che quasi in sulT istante cancelli il loro fallo. Perocché osservate che, nel caso mio, una città anche ribellata, se conosca di non poter prevalere, verrà a’ patti in istato tuttora da rifarci le spese, e da pagare il tributo all’avvenire : ma nell’altro caso, qual città pensate voi che non volesse rinforzare i suoi presenti apparecchi, e durar sino all’ultimo nell’assedio , ove importi lo stesso il presto o tardi comporsi ? E come non sarebbe egli allora nostro danno (attesa l’impossibilità d’accordarsi ) lo spendere rimanendo all9 assedio, conseguire deserta quella città che espugnassimo , e cosi rimaner privi della rendita che in seguito ci sarebbe pervenuta , e dove consiste il nerbo delle nostre forze contro i nemici ? Cosicché non dobbiamo esser giudici esatti dei delinquenti a danno nostro , più presto che vedere come, castigandoli moderatamente, possiamo in avvenire servirci di quelle città potenti per copia di denaro ; e però brigarci di tenerle guardate non colla severità delle leggi, ma colla soprawegghianza delle loro azioni. Noi però adopriamo tutto il contrario ; avvegnaché , se soggioghiamo un popolo libero e dominato per forza, il quale siasi ribellato per ricuperare (come è naturale) la propria independenza, reputiamo che convenga punirlo atrocemente : mentre vuoisi non severamente punire gente libera quando siasi già ribellata , ma severamente guardarla innanzi che si ribelli, ^prevenirla, in modo che ciò non per le venga in pensiero ; e ridotta ohe l’abbiamo in poter nostro, imputarglielo a colpa il men possibile.
 
« Ma anche per quest’altro riguardo, osservato qual grave errore commettereste aderendo a Cleone. Ora in tutte le città il popolo ò a voi benevolo, e, o non si unisce cogli oligarchici alla ribellione, o se vi è astretto, alla prima occasione divien nemico di quelli che ve lo abbiano indotto ; di sorte che, se vi si ribelli una città, voi le andate contro avendo amica la plebe : all’opposto, se truciderete il popolo dei Mitilenei ohe non participó della ribellione , e che avute appena le armi vi rese spontaneamente la città , primieramente oprerete ingiustamente uccidendo i vostri stessi benefattori, quindi procaccerete ai nobili ciò a cui principalmente mirano. Imperciocché, io ribellando essi le città, avranno seoo legato il popolo, appunto per aver voi premostrato esser destinata una mede« sima pena pe’rei egualmente e pe’non rei. Il perché, poniamo i Mitilenei ci avessero offeso, conviene dissimulare , perchè que’ soli che ora ci restano amici non ci si facciano nemici. Credo poi molto più conducevole al ritenimento dell’impero, soffrire in pace qualche ingiuria, di quello che, stando ai termini di rigoroso diritto , uccider quelli che il nostro vantaggio non consente : nè si trova possibile, come pretende Cleone , che giustizia e utilità della vendetta, in questo medesimo caso , vadano insieme,
 
« Voi dunque conoscendo esser questo il miglior partito, senza accordar più del giusto alla compassione od alla lenità (dalle quali cose nè io pure consento che vi lasciate trasportare) seguite il mio consigliò, per le propostevi considerazioni, di far maturamente il processo di quei Mitilenei spediti qua da Pachete come rei, e di lasciare stare gli altri alle proprie case. Queste sono le maniere che formeranno in avvenire , e già formano anche adesso , lo spavento dei nemici i conciossiachè chiunque segue ottimi consigli è più potente dirimpetto a' nemici , di chi inconsideratamente gli assalga colla prepotenza dei fatti ».
 
Cosi parlò Diodoto. Queste due opinioni contrarie una l’altra essendo state esposte col massimo contrappeso di ragioni , entrarono gli Ateniesi a discutere quale fosse da preferire ; e venuti al rendimento dei voti furono presso che alla pari, ma vinse il parer di Diodoto. Spedirono immantinente con gran premura ttn9 altra trireme a Mitilene, per non trovar distrutta la città, se questa seconda non vi arrivasse innanzi alla prima che l’avea preceduta d un giorno intero e di una notte ; ed avendola i mandatari di Mitilene provvista di vino e di biscotto, con grandi promesse a’ marinari se arrivassero prima dell’ altra , fu sì accelerata la voga, che senza abbandonare il remo, mangiavano il biscotto inzuppato nel vino e net l’olio, ed alcuni spartitamele prendevano sonno, altri remigavano« E per fortuna, non avendo avuto alcun vento contrario, e la prima trireme destinata ad uno strano aflare navigando lentamente , mentre questa si avacciava così ; arrivò in tempo che appunto Pachete aveva letto il decreto, ed era in procinto di eseguir la sentenza. Ma questa seconda approda immediatamente dopo quella, e lo ritenne dal fare la strage. A tanto di pericolo vennero i Mitilenei.
 
Agli altri però mandati da Pachete in Atene come colpevolissimi della ribellione diedero gli Ateniesi la morte secondo il parere di Cleone : ed erano poco più di mille. Demolirouo altresì le mura di Mitileue, e ricevettero la consegnazione delle navi : quindi, invece di imporre tributo ai Lesbii, ne divisero in tremila parti il territorio (eccetto quello dei Metimnei ) , e ne scelsero trecento da consacrarsi agli Dei : al possedimento delle altre mandarono quei de9 loro cittadini a’ quali erano toccate in sorte. Ma gli abitanti di Lesbo si tassarono di pagare ad essi ogni anno per ciascuna parte due mine , e coltivarono da sè il terreno. Ebbero gli Ateniesi per dedizione anche i castelli sulla terraferma de’quali eran padroni i Mitilenei, che di poi furono obbedienti ad Atene. Così passarono le cose di Lesbò.
 
Nella medesima estate , dopo la presa di Lesbo, gli Ateniesi condotti da Nicia figliolo di Nicerato portaron la guerra a Minoa , isola situata di faccia a Megara , ove i Megaresi avevano fabbricata una torre che serviva loro di fortezza. Intendeva Nicia che gli Ateniesi avessero quivi un presidio in osservazione meno lontano che da Budoro e da Salamina ; che i Peloponnesi non potessero da quel luogo correre , come prima, furtivamente il mare collo spedir fuori triremi e corsari ; e che nulla si potesse introdurre a’ Megaresi dalla parte di mare. Adunque prima di tutto espugnò con macchine due torri in sul mare che sporgeano in fuori da Nisea , e rese libero alle sue navi il corso tra Nisea e l’isola. Intanto edificava un riparo di mura dalla parte di terraferma , per dove mediante un ponte attraverso il pantano recavasi soccorso all’ isola stessa che ne è poco distante. Ultimato in pochi giorni questo lavoro , fabbricò anche poi nell’ interno dell’isola un forte per lasciarvi presidio , e parti con l' armata.
 
Circa il tempo stesso di questa estate i Plateesi, che non avevano più vettovaglia nè forze da sostenere l’assedio , capitolarono co’ Peloponnesi. La cosa andò iu questo modo. Avevano i Peloponnesi dato l' assalto alle mura , e quei di dentro non erano in istato di far fronte. Ma il generale spartano, tuttoché informato della loro debolezza , non voleva espugnar la città a viva forza , che tale era l’ordine di Sparta; perchè se mai restasse conclusa la tregua con gli Ateniesi , ed ambe le parti convenissero di restituire tutti i luoghi acquistati con l' armi, Platea non fosse di quelle da restituirsi, essendosi resa spontaneamente. Spedisce dunque un araldo a proporre loro, se volessero spontaneamente consegnare la città agli Spartani ed accettarli per giudici ; protestando che punirebbero i rei, ma nissuno però senza giuridico processo. Tale fu la proposizione dell’ambasciatore : ed essi, perocché erano all’estremo , consegnarono la città. I Peloponnesi somministrarono vettovaglia a’ Plateesi per alcuni giorni, finché arrivarono da Sparta cinque giudici, alla venuta dei quali non fu proposto alcun capo di accusa ; ma citati i Plateesi fecero loro soltanto questa domanda : « Se da che era incominciata la guerra avesser reso qualche servigio ai Lacedemoni e loro alleati ». Rispondevano essi, domandando licenza di poter parlare alquanto lungamente , e produssero a loro nome Astimaco figliolo di Asopolao, e Lacone di Aimnesto pubblico ospite di Sparta ; i quali presentatisi parlarono cosi :
 
« Noi certamente , o Lacedemoni, facemmo la dedizione della città confidando di non dover sostenere cotal giudizio , ma uno più consono alle leggi , ed accettando di non esser sotto ad altri giudici che a voi (siccome lo siamo) , perchè ciò credevamo il modo più sicuro ad ottenere equità. Se non che temiamo non sia ora fallito questo nostro doppio intendimento ; perocché drittamente sospettiamo che si discuta per noi la causa dell’estremo supplizio, e che voi non siate per riuscire giudici imparziali. Ce ne dà argomento non solo il non ci esser proposta querela alla quale dobbiamo coatradire (mentre noi stessi abbiamo domandato la parola), ma ancora quella breve vostra interrogazione, alla quale risponder vero è nostro danno, risponder falso porta convincimento di menzogna. Laonde, ridotti in dubbiezza per ogni lato, siamo astretti, e ci par più sicuro, il non abbandonare al silenzio il nostro pericolo : avvegnaché , per chi è venuto a tale, una sola parola non detta potrebbe produrre il rammarico ; che se fosse stata detta , sarebbe stata di sua salvezza. Ma per noi v’ è anche di più la difficolti di procacciarsi credenza ; essendo che, se non ci conoscessimo scambievolmente , accumulando testimonianze di cui foste all’oscuro , potremmo cavarne vantaggio : ora però dobbiam parlare dinanzi a gente di tutto informata. Nè temiamo che voi mal prevenuti contro il nostro valore, perchè minore del vostro, ci imputiate ciò a delitto ; ma che f mentre volete gratificare ad altrui, noi ci imbarchiamo in una causa già decisa.
 
« Nondimeno esponendo i nostri giusti titoli di difesa riguardo alle differenze coi Tebani, come ancora rispetto a voi ed agli altri Greci, faremo menzione dei servigi nostri per tentar di persuadervi. Quanto alla breve domanda « se in questa guerra abbiamo fatto alcun bene ai Lacedemoni ed agli alleati » se ci interrogate come nemici , rispondiamo, non aver noi oprato ingiustamente contro di voi, se non vi abbiamo giovato ; se come amici, aver voi più presto il torto , che ci portaste contro le armi. Quanto poi alla pace ed alla guerra col Medo abbiamo fatto il debito nostro ; perchè quella non violammo i primi, a questa soli noi tra' Beozi allora concorremmo con voi per la libertà di Grecia : e benché gente di terraferma venimmo a naval combattimento con lui presso Artemisio ; e nell’altra battaglia avvenuta sul nostro suolo ci unimmo a voi ed a Pausania : e se altro pericolo in qnei tempi sovrastò ai Greci, di tutti partecipammo oltre le forze nostre. Ma per voi stessi, o Lacedemoni, noi spedimmo in aiuto la terza parte di nostre genti, quando dopo il terremoto, ritiratisi gli Iloti ad Itome , trovossi Sparta nel massimo sbigottimento : or questi fatti non sono da porre in dimenticanza.
 
« Tali cr gloriammo d’essere nei tempi andati e nei più grandi bisogui : e se poi vi divenimmo nemici la colpa è tutta vostra« Conciossiachè urtati dai Tebani vi richiedemmo di alleanza , ma ci rifiutaste e ci confortaste a volgerci agli Ateniesi perchè vicini , mentre voi abitar vate lontano : pure in questa guerra non avete per noi sofferto nulla di strano , e non eravate per soffrirlo. Se poi ai vostri inviti non volemmo staccarci dagli Ateniesi, non però vi abbiamo ingiuriato ; dappoiché essi ci soccor-«ero contro i Tebani, mentre voi ve ne svogliaste. Il perchè non era più onesta cosa tradir quelli che aveano meritato di noi, e che per le nostre preghiere ci avevano ricevuto nella lega , ed ascritti alla loro cittadinanza : anzi richiedeva il decoro che seguissimo prontamente i loro comandamenti. Ora nelle imprese alle quali entrambi conducete gli alleati, non sono colpevoli quei che vi seguono, se qualche cosa men che onesta facciate ; ma bensì voi f che gli scorgete ad opere non buone.
 
« Tra le moltiplici ingiurie fatteci dai Tebani la non menoma è quest’ultima che voi ben sapete , e per cui patiamo questi mali. Avendo essi occupato la città nostra durante la tregua f e (che maggior cosa è) nel di festivo del mese , noi meritamente ci vendicammo per quella fogge universalmente ricevuta, esser dritto respinger chi t assalga. Nè ora, in grazia loro, noi saremmo giustamente offesi : perocché se misurerete il diritto colla norma dei vantaggi presenti e del loro mal animo verso noi, voi sembrerete non leali estimatori del giusto, ma più presto solleciti del prò vostro. Che se adesso credete costoro esservi utili, bene assai più noi e gli altri Greci lo vi fummo, allorquando eravate in pericolo maggiore. Infatti voi ora siete il terrore di quelli che assaltate : all’ opposto allora il barbaro voleva imporre a tutti il giogo della schiavitù, e questi Tebani erano con lui. Ragion dunque vuole che al fallo d’adesso (se pur l' è ombra di fallo) contrapponiate la prontezza d’allora, e troverete questa maggiore al paragone di quello, ed usata in tempi quando era ben raro dii dei Greci opponesse alcun valore alla potenza di Serse. Erano allora lodati principalmente non quelli che, per schermirsi dalle invasioni del barbaro, miravano a procacciarsi la propria sicurezza , ma quelli che affrontavano il perìcolo per le più magnanime imprese. Noi intanto, stati di questi ed avuti nel primo grado di onoranza , temiamo adesso di andar perduti per quei medesimi alti sensi ; noi che scegliemmo ài seguire gli Ateniesi per giustizia, invece che voi per interesse. Eppure fa di mestieri mostrare di séntir lo stesso sopra gli stessi oggetti, e null’altro credere nostro vantaggio se non quello che ci è comune coi bravi alleati, solo che essi sempre ci sappiano grado del nostro valore, e resti consolidata per noi l’utilità presente.
 
« Osservate inoltre che dinanzi al maggior numero dei Greci siete reputati l' esemplare della probità. Cìie se ingiustamente giudicherete di noi (nè questo giudizio rimarrà ignoto , perchè voi che avete nomea dovrete sentenziar noi che non siamo vituperevoli) badate non disapprovino che intorno a gente dabbene, voi (sebbene anche migliori) abbiate deliberato qualche cosa che denigri la fama vostra, e che ai pubblici templi si veggano appese le spoglie tolte a noi che meritammo di Grecia. Farà raccapriccio che i Lacedemoni abbiano devastato Platea, e che, laddove i padri vostri pel valore di lei ne scolpirono il nome sul tripode di Delfo, voi, per compiacere ai Tebani , l’abbiate con tutti i suoi cittadini cassata dal corpo intero dei Greci. A tanto di sciagura , per» dio ! siam venuti, che allora, vincendo i Medi, saremmo periti ; ed ora dinanzi a voi un di nostri amicissimi, siamo messi al di sotto dei Tebani : cosicché due grandissimi cimenti abbiam sostenuto , uno dianzi di morir di fame se non avessimo reso la citta , l’altro ora d' esser processati di morte. E noi Plateesi, solleciti sopra le forze nostre per il vantaggio dei Greci, siamo turpemente da tutti ribattati deserti e tapini : nissuno ci soccorre degli alleati dallora ; anzi di voi stessi, o Lacedemoni, unica nostra speranza , temiamo che non stiate saldi per noi.
 
« Ciò non pertanto confidiamo, nè fuori di ragione , che in rispetto degli Dei testimoni allora dell’ alleanza, e in rispetto del valor nostro a pro dei Greci, voi vi piegherete e muterete pensiero, tuttoché prevenuti alcun poco per i Tebani : che in cambio chiederete loro il favore, di non dover voi stessi uccidere quelli cui uccidere si disdice, acciocché riscuotiate cosi un’ onesta compiacenza invece che turpe j ed acciocché, col gratificare altrui, non siate in contraccambio notati di perversa viltà. Conciossiachè è cosa leggera il trucidare i nostri corpi, ma eccede ogni fatica il cancellarne l’infamia ; perchè in noi non punirete drittamente dei nemici, ma dei benevoli che di necessita vi guerreggiarono. Riflettete prima di tutto che siam venuti in poter vostro resici spontaneamente e sporgendo a voi le mani (rito per cui è interdetto ai Greci trucidar chi lo pratichi ) ; e che inoltre abbiam costantemente meritato di voi : per lo che, francheggiando le nostre persone, oprerete da giudici religiosi. Volgetevi a mirare le tombe dei padri vostri, che uccisi dai Medi e sepolti nel nostro suolo noi pubblicamente cinscun anno onoravamo di vestimenta e d'ogni maniera di esequie. Per noi le primizie di tutto ciò che le nostre campagne producono nelle stagioni alterne erano loro offerte, non solo di buon grado come tratte da terra ad essi cara, ma ancora come alleati ai già nostri commilitoni. Del che voi fareste il contrario non drittamente deliberando. Vedete! Pausania diede lor sepoltura giudicando depositarli in terra amica e appresso genti medesimamente amiche : ma se voi ci ucciderete, e di plateese ridurrete tebano il suolo, che altro farete se non lasciare in terra nemica e presso i loro uccisori i vostri padri e congiunti privi delle onoranze che or godono? Senza di che, vi basterà egli il cuore di assoggettar quella terra ove i Greci conseguirono la li' berta ? Disertare i templi di quei Numi, cui invocando, disfecero i Medi ? Aholire i patrii sacrifici di coloro che questi templi stessi fondarono ed inalzarono ?
 
« Egli non sarebbe, o Spartani, della gloria vostra l’adoprar cosi, nè il deviare dall’osservanza comune tra i Greci e dal rispetto ai maggiori ; nè per soddisfare a straniera nimistà uccider noi che non vi abbiamo offeso, e che vi abbiamo beneficati. Anzi è richiesto al decoro di voi perdonare e piegar l' animo ai pensieri di discreta commiserazione, ponderando non solo l’atrocità dei mali che aremmo a soffrire, ma di più chi siamo noi che li soffriremmo ; e quanto stia in bilico la sciagura , su chi ■mai piombar possa, anche immeritamente. E noi, come conviene allo stato nostro e come necessità ci spinge, alzando le nostre voci agli Iddii che su i medesimi altari si onorano dal comune dei Greci, li preghiamo a persuadervi di queste cose , intanto che vi richiamiamo alla memoria i giuramenti giurati dai padri vostri. Vi supplichiamo pei sepolcri dei padri, invochiamo i trapassati per non esser consegnati ai Tehani nostri capitali nemici, amorevolissimi come siamo verso quei valorosi. Rammentiamo quella famosa giornata in cui con essi facemmo le più chiare prove, mentre in questa d’oggi corriamo rischio di soffrire gli estremi mali. Ma sul finire del nostro discorso (momento indispensabile ed il più doloroso a chi è in simil frangente , perchè conseguita dappresso il pericolo della vita) protestiamo che non rendemmo la città ai Tebani , perocché aremmo innanzi tolto di morir della morte più turpe, della morte di fame, ma bene a voi la rendemmo , abbandonandoci alla fede vostra. Se dunque non vi muovono le nostre ragioni, egli è giusto che ci rimettiate ael pristino stato, e ci lasciate sceglier quel pericolo che ci incontrerà. Sieno, O Lacedemoni, le ultime nostre parole queste ; che non siamo dati in balia dei Tebani, nostri capitalissimi nemici , noi Plateesi già del bene di Grecia sollecitissimi, noi vostri supplichevoli strappati dalle mani vostre e dalla vostra fede ; ma anzi siateci salvatori : nè sia vero che mentre tornate in liberta gli altri Greci, vogliate ora perder noi interamente ».
 
Così parlarono i Plateesi. E i Tebani, temendo che i Lacedemoni si ammollissero alcun poco per le parole di quelli, si fecero avanti e dichiararono, che siccome ai Plateesi , fuori della loro opinióne , era stato accordato parlare più a lungo di quel che si richiedesse per rispondere alla domanda , così essi pure intendevano di essere ascoltati. Avutane la permissione parlarono così.
 
« Noi non avremmo domandato la parola , se anch' essi all' interrogazione fatta avessero brevemente risposto ; se non si fossero rivolti a noi per farci accuse ; e se non avessero accumulato di sè stessi apologie e lodi fuor di proposito senza che alcuno avesse lor mossa querela , e sopra cose onde veruno gli avea vituperati. Ora pertanto tocca a noi di ribatter le prime e confutar le seconde , perchè essi non si avvantaggino della mala opinione contro di noi, nè della loro reputazione : e perchè voi possiate decidere udito il vero di entrambi. Le Controversie nostre mossero in principio da questo : che avendo noi fondato Platea dopo le altre città della Beozia, ed insieme più. altri castelli che ritenevamo , cacciatone l' accogliticcia gentaglia che li abitava , costoro disdegnavano di star subordinati a noi, secondo che erasi innanzi convenuto. E perchè noi volemmo aslringerveli, essi soli tra i Beozi trasgredendo ai patrii statuti, si accostarono alla parte degli Ateniesi, e congiunti con essi ci menarono molti danni, dei quali furono per noi ricambiati.
 
« Ma poiché il barbaro venne contro la Grecia , dicono essi soli tra i Beozi non essere stati fautori del Medo, e di ciò principalmente menano vanto, e noi svillaneggiano. Or noi confessiamo sibbene ch' e’ non furono partigiani del Medo da che nè gli Ateniesi pure lo furono: ma per egual modo, quando gli Ateniesi andavano contro i Greci, essi soli tra i Beozi li favoreggiarono. Del resta osservate lo stato di amendue quando operammo cosi. La città nostra allora per avventura non era ordinata a reggimento oligarchico bilanciato dalle leggi, nè a governo popolare ; ma, ciò che è contrario alle leggi stesse , al buon ordine e vicinissimo al dispotismo , pochi imperiosi magnati erano al timone dello stato. Costoro , perchè confidavano meglio confermare la lor privata grandezza , qualora vincesse il Medo , contenendo forzatamente la moltitudine, lo introdussero in città : ma l’universalità dei cittadini fece questo senza essere in potere di sè ; e non è giusto che ella venga incolpata di quello in che fallò nel silenzio delle leggi. Però , dappoiché partì il Medo ed ella riassunse le proprie leggi ; quando in seguito gli Ateniesi si mossero e si ingegnavano ridursi a devozione il rimanente di Grecia non che il territorio nostro, di cui, a cagione delle fazioni , già occupavano z%6 by Goodie gftii párte, vùolsi esaminare se combattendoli e vintili á Cberonea noi liberammo la Beozia , e se ora prontamente ci uniamo a liberare gli altri, sottministràndo cavalli e fornimenti d’ ogni maniera quanti nissuu altro degli alleati. Queste sono le nostre discolpe in ciò che spetta al Medo.
 
« Ora poi ci sforzeremo di dimostrare che voi , O Plateesi, avete maggiormente danneggiato i Greci, e che la gravezza del vostro fallo è maggior d' ogni pena. Voi (secondo che dite) diveniste alleati e cittadini degli Ateniesi per vendicarvi di noi : dovevate dunque condurli contro noi solamente, e non unirvi con loro ad assaltar gli altri. E bene il potevate fare (ove pur fosse vero che a vostro malgrado eravate strascinati dagli Ateniesi ) , atteso che già contro il Medo era stata fatta la lega di questi Lacedemoni, della quale menate sì gran vanto. Dessá era certamente bastevole a divertir noi da voi, e (che grandissima cosa è) a procacciarvi agio di prender tranquillamente le vostre deliberazioni. Dunque a buon grado e non forzatamente continovaste a preferire la parte degli Ateniesi. Voi dite, che era vergogna tradii' dei benefattori : ma vergogna e ingiustizia maggiore era tradir bruttamente i Greci tutti insieme coi quali giuraste , piuttosto che i soli Ateniesi ; dappoiché questi mettevano in ¿schiavitù la Grecia , quelli la tornavano in libertà. Nè già avete reso ad essi in contraccambio un egual benefizio , nè scevro d’infamia : poiché , a dir vostro , invitaste gli Ateniesi quando eravate gli offesi, ed avete poi cooperato con loro quanda offendevano gli altri. Eppure il non ricàmbiar altrui di pari beuefizi è vitupero maggiore, che negar quelli i quali , tuttocchè per ogni dritto dovuti, non vanno immuni » rendendoli, da nota di malignità.
 
« Bene ne faceste chiari essere allora stati i soli a non favoreggiare il Medo f non già per riguardo dei
 
Greci, ma solo perchè non Io favoreggiavano gli A teniesi. E voi che allora voleste operare d’accordo con gli Ateniesi ed in contrario dei Greci, presumete adesso di giovarvi dei Greci, per il valore mostrato à prò degli Ateniesi ? Ma ciò non è giusto ; anri come allora sceglieste gli Ateniesi, cosi abbiateli ora a vostri difensori. Nè mettete in campo i comuni giuraulenti quasi che per essi dobbiate ora esser salvi ; conciossiachè vi rinunciaste , e , senza ribrezzo di trasgredirli, vi uniste a soggettar gli Egineti e alcuni altri che avevano giurato insieme con voi, in cambio che farvi ad impedirlo : e per giunta ciò faceste spontaneamente , vigenti pur quelle leggi che tuttora avete, e nullo astringendovi, siccome fu di noi. Nè per voi è stato accettato l' ultimo nostro invito ( prima che foste attorniati dalle fortificazioni ) col quale vi confortavamo a star tranquilli, e a non aiutare veruna delle due parti. Chi dunque l' odio di tutti i Greci merita più giustamente che voi, i quali ostentaste a danno loro il vostro egregio valore ? Voi , i quali avete ora dimostrato che quel po’ di bene che, siccome dite, allora faceste non era vostro retaggio ; che anzi per opposito quelle cose a cui mirava l' animo vostro sono state redarguite nel vero ; essendoché seguiste le orme degli Ateniesi perchè andavano per la via ingiusta. Queste sono le dimostrazioni della nostra involontaria adesione al Medo, e del vostro spontaneo attaccamento agli Ateniesi.
 
« Quanto poi a ciò che concerne l' ultima ingiuria che dite aver ricevuta ( d' esser noi cioè venuti fuori d' ogni legge contro la città vostra durante la tregua e nel di festivo del mese), noi facciamo stima di non aver pure in questo errato più di voi. Conciossiachè se venendo di propria volontà alla città vostra , avessimo combattuto e guastato da nemici il territorio , saremmo dalla parte del torto : ma se cittadini tra voi i più ragguardevoli per ricchezza e nascimento ci invitarono spontaneamente , intendendo di cessarvi da una straniera alleanza , e ridurvi agli statuti comuni di tutti i Beozi, in che peccammo noi ? Peccano in vero quei che conducono più presto che quei che li seguitano. Ma per nostro arbitrare nè dessi nè noi abbiam fallito : perciocché essendo cittadini come voi, e cimentando cose maggiori, d apersero le loro mura, e ci introdussero in città con animo amichevole non già nemico. \ ole vano che i più malvagi tra voi non diventassero anche peggiori ; che i migliori avessero quel che meritavano : e cosi facendosi moderatori dei vostri pensieri e salvatori de' vostri corpi, non straniare dalla città i cittadini, ridurla anzi come ad un sol parentaggio, non render veruno nemico a cliio chessia, e tutti comprendere nei patti.
 
« Ed imparate da questo che non operammo inimichevolmente. Noi non violentammo veruno, ma bandimmo, che qualunque volesse governarsi secondo le patrie consuetudini di tutti i Beozi si accostasse a noi : e voi di buon grado aderiste, faceste i patti, e da primo rimaneste tranquilli. Ma poscia «piato che noi eravam pochi ( forse che vi parve che avessimo fatto cosa troppo ardita entrando in città senza il consentimento del popolo), non però ci retribuiste di pari modo coll' astenervi da alcune vie di fatto, e col persuaderci con buone parole ad uscire; ma a dispetto degli accordi ci assaltaste. Nè tanto ci duole di quelli che nel couflitto uccideste ( attesoché per una tal legge patirono ciò), ma l' aver trucidato contro ogni dritto quei che presi vivi vi sporgeano le mani, quando ci avevate promesso che non più li avreste uccisi , non fu egli cosa da inorridire? E con tutto ciò, dopo aver commessi »» un attimo tre misfatti, cioè violato P accordo, morti i nostri dopo il fatto , e mentito della promessa fattaci di non ucciderli, solo che non guastassimo le vostre campagne; nondimeno chiamate noi prevaricatori, e presumete non pagare la pena ? No perdio ! Ove costoro drittamente deliberino ; ma di tutte queste scelleratezze sarete puniti»
 
« Noi pertanto, o Lacedemoni, siamo andati tali cose minutamente raccontando a riguardo vostro e nostro, acciò conosciate che voi giustamente li condannerete , e che noi ci siamo per sacrosanto diritto vendicati anche troppo mollemente. Non vogliate intenerire udendo delle antiche loro virtù, se alcuna mai ve ne ebbe: debbono elle patrocinare chi venga ingiustamente oppresso ; ma a chi falla turpemente, duplicargli la pena ; perchè contro sua natura ha peccato. Nè vagliano a loro prò i gemiti e i piagnistei con cui vi rammemorano i sepolcri dei padri vostri ed il proprio abbandonamene. Conciosaiachè noi al l’opposto di loro vi proviamo, più orribili mali aver sofferto la gioventù nostra da essi trucidata, della quale i padri, parte morirono a Cheronea mentre conducevano a voi le forze di Beozia ; parte, ed erano questi i più vecchi, lasciati alle deserte case, a miglior dritto vi supplicano a punir costoro. Meritano piuttosto compassione quelli tra gli uomini che a torto patiscono ; ma quelli cui bene sta siccome ad essi, meritano per opposito dileggiamento. Quanto al loro presente abbandono tutto procede da essi : perchè spontaneamente rigettarono i migliori alleati, trasgredirono a danno nostro i patti senza che noi gli avessimo per l' innanzi ingiuriati, ma perchè discorrevano delle cose più per odia che per giustizia : e sono ora condotti a tale che non possono ricambiarci di adeguata vendetta. Conciossiachè il loro supplizio sarà in consonanza colle leggi, non già, come essi vociferano, nell’ atto di sporgervi le spani di mezzo alla battaglia, ma dopo che per via d’accordo si sono rimessi a giuridico tribunale. Soccorrete adunque, o Lacedemoni , agli statuti dei Greci violati da costoro, e retribuite a noi fuor d' ogni legge offesi un favore rispondente alla alacrità dei servigi nostri. Cessino gl9 Iddii che noi abbiamo a soffrire una ripulsa dinanzi a voi : ponete ad esempio pei Greci, che voi sarete per propor loro gare non di discorsi ma di azioni ; le quali se sieno buone, basta una breve dichiarazione ; se difettuose, i discorsi abbelliti col lenocinlo delle parole non sono altro che un velami! che le nascondi?. Ma se duci, quali or siete, comprendendo la somma dei discorsi darete la vostra sentenza, sarà più raro chi cerchi la venustà delle parole a inorpellare la malvagità dei fatti ».
 
Di tanta forza fu l' arringa de’ Tebani. Ma i giudici lacedemoni avvisavano che in quella domanda , — se durante questa guerra avessero ricevuto alcun bene dai Mitelenei — troverebbero il loro vantaggio : sì perchè avevano in altro tempo fatto loro quella si speciosa richiesta di starsene tranquilli, conforme gli accordi stabiliti amicamente con Pausania dopo la ritirata del Medo ; sì perchè anche posteriormente, prima di cingerli di mura, li avevano confortati ad esser neutrali. E siccome i Plateesi non vi aderirono, i giudici spartani, per un giusto sentimento tutto loro proprio, credendosi offesi e non più con essi in alleanza , li fecero citare ad uno ad uno, domandando loro — se avessero nel corso della guerra felto nulla di bene agli Spartani e agli alleati —: qualora dicessero di no , li menavano a morte senza averne eccettuato veruno. De’ Plateesi ne uccisero non meno di dugento ; degli Ateniesi, che vi erano insieme con loro assediati, venticinque; e fecero schiave le donne. ITebani poi concessero per circa un anno la città ad abitare a quei di Megara, che a causa della sedizione ne erano banditi ; ed a quei Plateesi loro partigiani che erano restati vivi. Ma poi demolironla ed agguagliaronla al suolo, e fabbricarono accanto al tempio di Giunone un albergo di dugento piedi per ogni lato , che aveva in giro due ordini di piani, e v' impiegarono i tetti e le imposte de’ Plateesi, Con le altre suppellettili in bronzo e ferro, che erano dentro le mura , fabbricarono de’ letti che consacrarono a Giunone, a cui pure edificarono di pietra un tempio di cento piedi Pubblicato poscia il terreno, lo allogarono per dieci anni, ed i Tebani lo coltivavano. Forse , anzi certamente si erano i Lacedemoni così alienati dai Plateesi per amor dd Tebani, credendoli utili a sè rispetto alla guerra allora allora incominciata. Così finirono le cose de’Plateesi l’anno novantesimoterzo da che avevano stretto lega con gli Ateniesi.
 
Ma le quaranta navi de9 Peloponnesi andate in soccorso de’Lesbii, mentre che perseguitate dalle ateniesi fuggivano per alto mare, erano state sbalzale dalla tempesta vicino a Creta : donde giunte sparpagliate a dar fondo nelle coste del Peloponneso, incontrano a Giilene tredici navi de’ Leucadii e degli Ambracioti, con Brasida figliolo di Tellide sopravvenuto a consigliere di Alcida. Imperocché gli Spartani, dopo fallita l’impresa di Lesbo, ebbero aumentata la loro flotta , con P intenzione di navigare a Corfù agitata da sedizioni (sendochè gli Ateniesi erano con sole dodici navi intorno a Naupatto), per arrivarvi innanzi che flotta maggiore sopraggiungesse da Atene. Però Brasida ed Alcida apparecchiavansi per questa spedizione.
 
Trovaronsi i Corfuotti travagliati dalle sedizioni , dappoiché erano tornati loro i prigioni delle battaglie navali combattute presso Epidamno, rilasciati dai Corintii, in apparenza, per la taglia di ottocento talenti a cui eransi obbligati i loro corrispondenti, ma effettivamente , perchè avevan promesso di ridurre Corfù a devozione de’ Corintii. Costoro con segreti maneggi introduceudosi presso ciascun cittadino adopravansi a ribellare Li citta dagli Ateniesi. Arrivano intanto una nave attica ed
 
Una corintia con ambastintori, e tenutasi adunanza decretarono i Corfuotti di essere certamente confederati degli Ateniesi, a forma dei capitoli, ma amici come prima de’ Peloponnesi. Pitia, volontario ospite degli Ateniesi e rapo dei popolani, fu citato in giudizio da quei fautori dei Corintii , accusandolo che volesse soggettare Corfù agli Ateniesi. Ma egli uscitone assoluto, fece di rimando citare in giudizio cinque di loro i più facoltosi , dichiarando che e5 tagliavano pali da’ sacri recinti di Giove e di Alcino. Era per ogni palo imposta la multa di uno statere. Costoro adunque essendo stati condannati, se ne stavano, a cagione deUa gravezza della multa, assisi in atto di supplichevoli presso i templi, per ottenere di pagare a rate la tassa. Ma Pitia, che per avventura era Uno de’senatori, persuade questi a valersi della legge. Per lo che trovandosi i rei esclusi legalmente dal senato , ed insieme ragguagliati clic Pitia, fino a che durasse ad essere senatore , vorrebbe indurre la plebe a tenere alleanza offensiva e difensiva con gli Ateniesi, si ristrinsero insieme, e con de' pugnaletti entrati improvvisamente in senato , uccidono Pitia con altri senatori e privati, sino a sessanta. Alcuni pochi dell' opinione medesima di Pitia si rifugiarono sulla trireme attica che ancor non era partita.
 
Dopo questo misfatto convocarono i Corfuotti e dissero ciò essere il miglior partito e il pià valevole a saltarli dal servaggio di Atene} doversi per l’avvenire, calmate le sedizioni, non raccettare nè Ateniesi nè Corintii, salvo che con una sola nave; ed averne per nemico uri maggior numero. Ciò detto li astrinsero anche a ratificare la proposizione. Spediscono poi subito ad Atene dei legati por dar ragguaglio che le cose fatte erano secondo che richiedeva il loro vantaggio ; e per indurre quei che l?i si erano rifugiati, a non darsi briga inopportunamente a fitte di evitare cosi ogni turbamento.
 
Ma giuntivi appena gli Ateniesi arrestarono i legati come innovatori e quanti aveano aderito a quelli, e li depositarono in Egina. In questo, arrivata a Corfu una trireme corintia con gli ambasciatori lacedemoni, coloro che erano in Corfù restati al maneggio degli affari assalgono la fazione popolare , e rimasero superiori nel conflitto. Sopravvenendo la notte il popolo si ricovra nella rocca e nelle alture della città, ed ivi riunito si fortificò, tenendosi per lui il porto Illaico. L’altra fazione occupò la piazza, ove molti di loro abitavano, e il porto a lei vicino che guarda verso terraferma.
 
Il giorno appresso furonvi leggere avvisaglie, ed ambe le parti erano in sullo spedire alla campagna ad invitare i servi promettendo libertà. Venne in soccorso ai popolani una moltitudine di servi \ agli altri , ottocento ausiliari di terraferma»
 
Trascorso un giorno si rinfresca la battaglia colla vittoria del popolo, superiore per fortezza de' siti e per numero. Le donne stesse arditamente vi porsero mano scagliando tegole dalle case , e sostenendo il tumulto, oltre loro natura. Sul crepuscolo della sera gli oligarchici dieder volta, e perchè temevano non il popolo, nel caldo della vittoria scagliatosi contro l' arsenale, se ne facesse padrone e li trucidasse ; per torgli ogni via di assalto metton fuoco alle case che erano in giro sulla piazza e alle contigue, senza perdonarla nè alle proprie nè alle altrui ; di modo che molte robe de’ mercanti andaron bruciate: e corse pericolo di restar totalmente distrutta la città intera , se all’ incendio si fosse aggiunto vento che spirasse verso di lei. Posto fine al combattimento, volendo gli uni e gli altri ristare, tennero le scolte per tutta la notte. La nave corintia, essendo la vittoria stata del popolo , furtivamente fece vela , e la maggior parte degli ausiliari di soppiatto tragittò in terraferma.
 
Ma nel giorno sopravveniente Nicostrato figliolo di Diotrefe capitano degli Ateniesi, da Naupatto giunge in soccorso con dodici navi e cinquecento Messemi di grave armatura. Propose egli pratiche di accordo ; e induce le due parti a doversi contentare che fossero processati soli dieci fra i più colpevoli ( i quali non patirono di rimanere), e di lasciare il resto a casa sua ; severamente che si accordassero tra loro e con gli Ateniesi di aver comuni gli amici ed i nemici. Ciò fatto era Nicostrato in sul salpare, quando i caporani del popolo lo persuadono a lasciar loro cinque navi, affinchè quei della parte contraria si trovassero meno in istato di far movimenti ; ed essi ne spedirebbero con lui altrettante delle loro bene armate. Nicostrato vi acconsentì , ed essi destinavano per queste navi quei della parte contraria ; i quali temendo di dover esser mandati in Atene, si assidono nel tempio dei Dioscuri. Nicostrato si ingegnava di farli uscire , e ne li confortava, ma non fu obbedito ; di che il popolo colta questa occasione , come se con quella lor diffidenza di unirsi alla flotta di iNicostrato covassero qualche sinistra intenzione, prese le armi e tolse via dalle case quelle degli avversari ; e ne avrebbe trucidati alcuni ne’quali s’imbattè , se Nicostrato non lo avesse impedito. Vedendo gli altri come la cosa andava, si assidono supplicanti nel tempio di Giunone, in numero di ben quattrocento. Per lo che il popolo intimorito che e’non volessero tentare qualche novità, con buoni modi gl' induce ad alzarsi, e li trasporta nell’ isola di faccia al tempio stesso di Giunone, ove era mandato loro il bisognevole alla vita.

nav.navigate

nav.identity

common.settings

common.language
TR EN
common.theme