Thesauros Literature History Ἱστορίαι

Ἱστορίαι

Ἱστορίαι Thucydides

Book 3

 
L'estate seguente, sul maturar del grano, i PeJoponnesi co’loro alleati sotto il comando di Àrchidamo figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni, assaltarono l’Attica, e fermatovi il campo devastavano il terreno. Ma la cavalleria ateniese, siccome era solita ove ne avesse il destro, si avventava sovr’essi contenendo la moltitudine delle genti leggere, perchè spiccandosi dal campo non precorressero a danneggiare i luoghi vicini ad Atene. Cosi trattenutisi finché ebbero vettovaglia, si ritirarono e si divisero per tornare alle loro città.
 
Dopo l’invasione de9 Peloponnesi Lesbo, eccettuata Metimna, subito si ribellò dagli Ateniesi. Ciò aveano i Lesbiani disegnato di fare anche prima di questa guerra, ma i Lacedemoni non vollero acconsentirvi : ora poi si trovarono costretti a ribellare più presto di quel che avevano in mente ; perchè aspettavano che fosse finito di bastionare i porti, di fabbricare le mura e le navi, e che dal Ponto fosse arrivato il bisognevole, arcieri, grano e quant’altro avevano mandato a prendere. Ma quei di Tenedo loro nemici, i Metimnei, ed alcuni degli stessi Mitilenei, che per ispirito di parte erano privatamente in dilazione di ospitalità con gli Ateniesi, dichiarano a questi che tutta Lesbo era forzatamente riunita in Mitilene, i cui cittadini d’accordo con gli Spartani e co’Beozi d’ un medesimo sangue sollecitavano ogni maniera di apparecchio per la ribellione; ed essere ornai la cosa a tale che senza prevenirli avrebbero perduta Lesbo.
 
Gli Ateniesi pertanto, afflitti e dalla pestilenza e dalla guerra guerriala con tutto l' ardore perchè cominciata recentemente , stimavano gran cosa l’aver nemica anche Lesbo fornita di flotta e nell’ auge delle forze. Però sulle prime non porgevano orecchio a tali imputazioni, prevalendo in loro il desiderio che elle non fossero vere : ma poiché, spediti colà ambasciatori, non riuscirono a persuadere i Mitilenesi di dissolvere quella riunione di gente e gli altri apparati, impaurirono, e risolvettero di prevenirli. Laonde spediscono tostamente, sotto il comando di Clippide figliolo di Dinia con due aggiunti, le quaranta navi che erano in ordine per iscorrere le coste del Peloponneso , avvegnaché avessero avuto lingua esservi fuori di Mitilene la solennità di Apollo Maloente che i Mitiletiei festeggiavano a piena folla ; e potersi sperare, sollecitando la mossa, di assalirli all’improvviso : se la prova riuscisse, bene: se no, s’intimasse a’Mitelenei di consegnar le navi e demolire le mura : e trovandoli renitenti, si movesse loro la guerra. La flotta adunque partì, e gli Ateniesi ritennero le dieci triremi de’ Mitilenei che per patto di alleanza erano ausiliarie presso di loro ; e fecero prigioni le ciurme di quelle. Ma un tale di Atene tragittò neU’Eubea, ed a piedi arrivato a Gcresto incontrò una nave da carico sul momento di far vela ; cosicché avuta prospera navigazione in tre giorni giunse da Atene a Mitilene, e dà contetta ai Mitilenei della venuta della flotta. Ed essi non più uscirono alla festa di Maloente, e per ogni altro buon riguardo rafforzarono i ripari delle mura e dei porti che erano mezzi finiti, e vi stavano di guardia.
 
Arrivò poco dopo la flotta degli Ateniesi, e visti tali preparamenti, i generali comunicarono ai Mitilenei gli ordini ricevuti ; e non essendo obbediti incominciarono le ostilità. I Mitilenei sprovvisti ed astretti improvvisamente a guerreggiare, fecero a piccola distanza dal porto una tal qual sortita colle navi , come per venire a battaglia: ma poi incalzati dalla flotta ateniese proponevano di trattare con gli ammiragli di essa, volendo, se era possibile, far subito tornare indietro l’armata con condizioni oneste. I generali degli Ateniesi gradirono la proposizione, perchè temevano essi pure di non avere forze bastanti per far guerra contro tutta Lesbo. Ottenuta la tregua, i Mitilenei spediscono agli Ateniesi uno di quei delatori che si era già pentito del fatto, con altri, per provare d? indurli a ritirar la flotta , accertandoli non metterebbono più campo a romore. Ma nel medesimo tempo , non isperando verun buon esito in ciò che riguardava gli Ateniesi, di soppiatto alla flotta di questi , ferma sull’ ancora a Malea al settentrione della città, spediscono a Sparta ambasciatori sopra una trireme. Arrivati essi a Sparta con infelice navigazione tenevano pratiche per avere qualche soccorso.
 
Rivenuti da Atene i legati senza aver concluso nulla, i Mitilenei col resto di Lesbo, eccetto Metimna, si disposero alla guerra. Anzi i Metimnei, i Lemnii, gl’Imbri ed alcuni pochi degli altri confederati erano in aiuto degli Ateniesi. Fecero i Mitilenei in massa una sortita contro il campo ateniese , e sebbene nella battaglia occorsa non avessero la peggio, pur non si attentarono di passarvi la notte, ma ritornarono indietro. Quindi stavano essi dal canto loro tranquilli, intendendo di tornare al cimento 9c venisse rinforzo dal Peloponneso , unitamente all’altro apparecchio che allestirebbero. Difatto arriva Melea spartano con Ermeonda tebano , stati spediti prima della ribellione di Lesbo : ma non avendo potuto prevenire la flotta ateniese , di nascosto dopo la battaglia s’introducono in città sopra una trireme , e consigliavano si spedisse un’altra trireme a Sparta con legati in loro compagnia.
 
Ma gli Ateniesi rincorati grandemente per lo stani dei Midienei, chiamarono confederati, che molto più prontamente comparvero al vedere che nissuna valida resistenza si opponeva dalla parte de’ Lesbii : fermarono in giro la flotta dalla parte meridionale della città, e da’due lati di lei guarnirono di trincea due accampamenti, ed incrociavano ai due porti ; escludendo così dall9 uso del mare i Mitilenei. Essi nondimeno dalla parte di terra, insieme con gli altri Lesbii già venuti in soccorso, restavano padroni di tutto il resto del territorio ; se non che lo spazio non grande che circondava gli accampamenti lo ritenevano gli Ateniesi. La stazione della loro flotta e il mercato era principalmente Malea. Così faceasi la guerra intorno a Mitilene.
 
Ma nel tempo medesimo di questa estate gli Ateniesi spedirono nel Peloponneso trenta navi sotto la condotta di Asopio figliolo di Formione, secondo che erano stati richiesti dagli Acamani che mandassero loro per comandante un figliolo o un parente di Formione. Queste navi radendo la spiaggia saccheggiarono le terre marittime della Laconia ; dopo di che Asopio ne rimandò a casa la maggior parte, e con sole dodici arriva a Naupatto. Indi sollecitò tutti generalmente gli Acamani per portar la guerra contro gli Eniadi, risalendo egli colle navi pel fiume Acheloo , mentre le soldatesche di terra guastavano il paese. Ma vedendo ch’e’non si arrendevano f licenzia la fanteria ; e fatto vela verso Leucade, e presa terra a
 
JigiLizeti by C.fOO^JC
 
ISerico, nel continuare la sua ritirala viene tagliato a pezzi con parte di sue truppe dalla gente del paese ivi accorsa, e sostenuta da pochi soldati che vi erano di presidio. Finalmente gli Ateniesi partirono colla (lotta dopo aver ricevuto sotto salvocondotto i cadaveri da9 Leucadii.
 
Frattanto arrivano ad Olimpia gli ambasciatori dei Mililenei spediti sulla prima nave, secondo gli ordini avuti dai Lacedemoni di presentarsi ad Olimpia , affinchè gli altri confederati non entrassero in deliberazione prima di aver sentito anche loro. Era l’Olimpiade, nella quale Rodio dorico riportava la seconda volta vittoria. E poiché , finita la festa, furono ammessi all’ udienza, parlarono così.
 
« Prestantissimi Spartani ed alleati, ci è al tutto noia la consuetudine fermata tra i Greci, che coloro i quali raccettano i popoli, che all’ occasione di guerra ribellatisi ed abbandonano la lega di prima , li hanno a grado in quanto che ne risentono utilità ; ma reputandoli traditori dei primieri amici, li tengono anche per peggiori. Nè tale estimazione è ingiusta, posto che i ribellanti e quei da’ quali uno si distacca sieno eguali tra loro nelle intenzioni e nella benevolenza, e si contrabbilancino gli apparecchi e le forze di entrambi, nè vi sia alcuna onesta cagione di ribellare : ciò che non è da dire di noi e degli Ateniesi. Nè sia vero che si abbia peggior concetto di noi, se onorati da essi in pace, ce ne alieniamo nei pericoli.
 
« Però (spezialmente perchè vi richiediamo della vostra alleanza ) , faremo prima parola dei giusti argomenti che guarentiscono il nostro retto operare ; avvegnaché ben sappiamo che non si ferma stabilmente amicizia tra i privati, nè società in alcuna cosa tra le repubbliche , ove gli animi non sieno uniti con reciproca opinione di virtù, ed ove la loro indole anche nel resto non si rassomigli; perchè la discordanza delle menti ingenera le ’ controversie nei fatti. Or fuvvi alleanza da prima tra noi e gli Ateniesi y perchè voi vi ritiraste dalla guerra dei Medi, laddove essi rimasero al compimento dell9 impresa. Ci legammo però non per soggettare i Greci agli Ateniesi, ma per liberare i Greci dal Medo: e finché il loro governo serbò l’impronta dell’uguaglianza, noi li seguimmo animosamente : ma come li vedemmo allentar l' inimicizia contro il Medo , e darsi briga del servaggio degli alleati, non fummo più senza timore. E gli alleati a causa della moltiplicità dei suffragi non potendo riunirsi in un sol corpo e far fronte a loro, sono già stati messi in servaggio , salvo noi ed i Chii : e noi independenti (sì perdio ! ) e liberi di puro nome, proseguimmo ad unir con loro le armi nostre. Ma imparando dai passati esempi non più tenemmo gli Ateniesi per duci fidati ; perciocché non era da presumere chtf, tiranneggiati gli altri popoli da loro descritti insiem con noi nella lega , non facessero l’istesso dei rimanenti, ove ad essi ne venisse il destro.
 
et Che se'tutti godessimo ancor veramente della nostra politica independenza , più sicuramente sarebbero essi da noi creduti non ordir novità : ma da poiché soggettati i più, usano con noi dentro ai termini del giusto , e riscuotendo gli ossequi di quasi tutti , noi soli restiamo a gareggiar con loro , doveano a buon dritto sopportar ciò più adiratamente, specialmente in quanto che essi divenivano più potenti, e noi più deserti. Or la bilancia del timore è l' unica guarentigia per l' alleanza ; perciocché chi voglia punto trasgredire ad essa , si rimuove dall’offendere altrui al non vedersi in nulla da più. Nè per altra cagione noi siam rimasti independenti, se non in quanto si pareva loto che per aggiugnere all9 impero volevasi occupare la cosa pubblica col buon garbo di parole , e coll’assalto , direm così, di astuzie , piuttosto che di violenza. Posciachè a testimoniare la loro causa allegavano non esser possibile che noi aventi ugual diritto con essi al suffragio , unissimo, nostro mal grado , con loro le armi nostre , se i popoli contro cui andavano non fossero rei di qualche ingiustizia. E così da primo conducevan seco i più polenti contro i men forti t e lasciando quelli da ultimo per trovarli più deboli , tolti di mezzo tutti gli altri : che se avessero incominciato da noi, quando tutti avevan non solo le proprie forze, ma ancora a chi appoggiarsi, non li avrebbon potuti per egual modo soggiogare. Di più dava loro non poco timore la nostra flotta che per avventura riunitasi in aggiunta alla vostra o a qualche altra , non li mettesse in pericolo. In parte ancora dovemmo il nostro scampo ai buoni uffici usati col loro Comune e con quei che di mano in mauo vi presedevano : ma nondimeno, prendendo ad esempio l’accaduto agli altri, non credevamo poter durare a lungo , se non insorgeva questa guerra.
 
« Qual mai amicizia o fiduciale libertà era adunque questa , in cui le accoglienze scambievoli erano in contradizione coi sentimenti dell’animo ? Ei per paura ci carezzavano in guerra ; noi facevamo altrettanto con loro in pace ; e dove negli altri la benevolenza conferma la fedeltà , in noi mantenevala la paura ; cosicché restammo nella lega stretti più dal timore che dall’amicizia : ed a qualunque dei due la sicurezza porgesse ardimento, quegli dovea ben essere il primo a trasgredire. Laonde non drittamente risguarda chi, per il loro indugio a’danni nostri, ci ponga dalla parte del torto, perchè ribellandoci li abbiamo prevenuti, senza aspettare di veder chiaro se alcun di quei mali ci incontrasse. Conciossiachè se fossimo stati bastanti a contrapporre egualmente insidie ad insidie, temporeggiamenti a temporeggiamenti, qual ragion v’era da temere di restar noi, del pari che gli altri, sotto di essi ? Ma se stava sempre in loro potestà l’assalirci, deve pure star nella nostra il prevenir le ofìese.
 
« Queste sono, o Spartani ed alleati, le cause della uostra ribellione, e i motivi di nostre coadoglienzo {sufficienti a chiarir chi gli ascolti dell’onestà del nostro operare , e bastevole a sbigottir noi, ed a rivolgerci a qualche partito di sicurezza ; noi che ciò meditavamo di fare è già buona pezza, quando durante la pace vi spedimmo legati intorno alla ribellione : se non che ne fummo impediti dal vostro rifiuto. Ora però all’invito dei Beozii abbiamo prontamente aderito, e reputiamo che doppiamente ci ribelleremo ; primo, da’Greci per non ci unire cogli Ateniesi a danneggiarli, anzi concorrer con voi a liberarli; secondo , dagli Ateniesi per prevenirli, affinchè noi stessi non restiamo alla fine oppressi da loro. Ma la nostra ribellione fu troppo sollecita e sfornita dei necessari apparecchi : il perchè tanto meglio dovete riceverci nell’alleanza , e spedirci proti tarnente soccorso, acciò mostriate di aiutare quelli che aiutar si conviene, e ad un’ora stessa danneggiate i vostri nemici. L’opportunità non fu mai più bella : sono gli Ateniesi rifiniti dalla pestilenza e dalle spese ; le loro navi, parte sono attorno al vostro territorio, parte sono schierate contro» di noi : cosicché ge in questa stessa estate voi gli assaltiate un’altra volta per mare e per terra, non è da credere che essi abbiano navi di soverchio ; ma o non potranno resistere alle nostre flotte, o si ritireranno dal Peloponneso e da Lesbo. Nè sia tra voi chi pensi di affrontare un pericolo tutto suo per un paese straniero : perocché cui sembra Lesbo troppo lontana, sappia che ella gli procaccierà vantaggi dappresso ; perchè la guerra non si farà nell’Attica, come taluno avvisa, ma là onde i vantaggi dell'Attica derivano. In fatti hanno gli Ateniesi dagli alleati le loro rendite di denaro, le quali diverranno anche maggiori qualora soggioghino noi ; avvegnaché niun altro oserà allora ribellarsi, e là coleranno anche le nostre ricchezze, e più duri ceppi soffriremo dei fatti schiavi di prima. Ma aiutandoci
 
Voi prontamente , vi aggiuilgerete una città fornita di gran flotta, di cui principalmente abbisognate, e più di leggieri fiaccherete gli Ateniesi, sottraendo loro gli alleati, ciascuno dei quali più animosamente ricorrerà a voi. Così sfuggirete la taccia che avete di non soccorrere quei che si staccano dagli Ateniesi ; e mostrandovi solleciti della loro libertà potrete meglio confidare della vittoria di questa guerra.
 
« Però rispettando le speranze che i Greci pongono in voi, e questo Giove Olimpico, nel cui tempio ci troviamo a modo di supplichevoli, aiutateci divenendo alleati di Mi ti lene : nè abbandonate rioi che sebbene ci esponiamo al privato pericolo dei nostri corpi, siamo per arrecare utilità universale se riusciremo felicemente, e danno anche più universale, se, non udendoci voi , soccomberemo. Oprate adunque da uomini di quel credito in che vi teugono i Greci, e quali il timor nostro vi desidera ».
 
Tale fu il discorso de’Mitilenei; udito il quale ì Lacedemoni e gli alleati ne approvarono le proposizioni. Si fecero confederati i Lesbii, e obbligàronsi di assaltar l’Attica : e risoluti di ciò effettuare ordinarono agli alleati che eran presenti di trovarsi senza indugio coii due terzi di loro genti stili’ istmo, ove arrivati essi i primi allestivano sull’ istmo stesso gl’ ingegni per trasportar sovr’esso lé navi da Corinto nel mare che guarda Atene, e per dai4 l’assalto a un tempo stesso per mare e per terra. Eglino certamente davano con Ardore opera a ciò fare , ma gli altri alleati si adunavano lentamente ; mentre occupati nella ricolta delle grasce postergavano le faccende della milizia.
 
Accortisi gli Ateniesi che tali preparamenti erano causati dalla màla opinione di loro insufficienza, Vollero far conoscere che e’ non la diScorréailo dirittamente, ma che essi erano in istato, senza movere la flotta di Lesbo, di resistere facilmente anche ad un’armata che si avanzasse dal Peloponneso. Però armarono cento naivi, e le montaj rono da se stessi, tanto inquilini che cittadini, eccetto quei dell’ordine cavalleresco e i Pentacosioraedimni. Fatto vela e pervenuti alle coste dell’ istmo, mettevano in mostra le proprie forze, facendo anche scala nel Peloponneso ovunque paresse loro. Fu questo uno spettacolo di gran sorpresa per i Lacedemoni, che credettero però non vere le relazioni dei Lesbii : e poiché non erano ancora giunti gli altri alleati, e ricevevano avviso che le trenta navi ateniesi intorno al Peloponneso devastavano le campagne dei dintorni di' Sparta, ebbero la cosa per intrigata, e se ne tornarono a casa. Dipoi preparavano la flotta da mandarsi a Lesbo; ed intimavano ri partita mente alle città le navi sino al numero di quaranta, prepostovi ammiraglio Alcida, che dovea guidar quella spedizione. Gli Ateniesi poi, vista la loro ritirata, partirono anch' essi colle loro cento navi.
 
Nel tempo di questi fatti quando la flotta degli Ateniesi era in mare, ebbero essi navi daddovero in gran numero, belle del pari ed atte al servizio ; ma tante presso a poco, ed anco in maggior numero ne avevano al cominciar della guerra. Infatti cento guardavano l’Attica , PEubea e Salamina : altre cento incrociavano intorno al Peloponneso, senza quelle di Potidea e di altri luoghi : di sorte che in una sola estate erano tutte insieme dugento cinquanta : ciò che, unitamente alle spese di Potidea, diede principalmente fondo al denaro. Imperocché non solo aveva due dramme al giorno, una per sé l’altra pel fante, ciascuno dei soldati che guarnivano Potidea ( che in primo furono tremila nò meno furono quelli che rimasero sino al termine dell’assedio, essendo innanzi partiti i mille seicento con Formione), ma anche tutte le navi ricevevano il medesimo soldo. Così fu insensibilmente speso tanto denaro , e tal fu la moltitudine, a dir vero grandissima , delle navi armate.
 
Intanto che i Lacedemoni erano intorno l' istmo f ì Mitilenei da sé e con genti ausiliarie marciavano per terra contro Metimna, confidando che sarebbe resa per tradimento. Ma dato l'assalto alla città, là cosa non riusci come e’ si aspettavano, onde se ne andarono ad Antissa, a Pirra e ad Ereso ; ed assicurate le cose di queste città, e rafforzate le mura, sollecitamente tornarono a casa. Dopo la partita de? Mitilenei y anche i Metimni portarono le armi contro Antissa ; ma in una sortita , battuti gravemente dagli Antissei e da’ loro ausiliari, ne perirono molti, e il rimanente si ritirò frettolosamente. Gli Ateniesi udito che ebbero queste cose, e che i Mitilenei erano padroni della campagna , perchè i loro soldati non erano in forze da tenerli rinchiusi, vi spediscono all’entrata dell’autunno Pachete figliolo di Epicuro, alla testa di mille di grave armatura, tutti Ateniesi. Questi, facendo anche il servizio di rematori , giungono per mare a'Mitilene, e la cingono all'intorno di un semplice muro. Furono inoltre edificati battifolli in qualche luogo forte pel suo sito, cosicché Mitilene era gagliardamente stretta da ambe le parti di mare e di terra j e cominciava a farsi inverno.
 
Gli Ateniesi che avean bisogno di nuovo denaro per l’assedio, contribuirono del proprio, allora per la prima volta , la tassa di dugento talenti, e spedirono agli alleati dodici navi raccogliendo denaro con Lisicle capitano e quattro aggiunti. Andaudo egli in giro con le navi esigeva il contingente da’ diversi luoghi ; ma mentre da Miunte della Caria, traversando la pianura del Meandro, saliva fino al colle Sandio, assalito da’Carii e dagli Aneiti, vi resta ucciso con molti altri del suo esercito.
 
Nello stesso inverno i Plateesi , assediali tuttora da’ Peloponnesi e da’ Beozii, trovandosi afflitti per difetto di vettovaglia , senza speranza di soccorso da Atene, e senz’ altra via di salvezza, d’accordo con quegli Ateniesi die vi erano insieme assediati deliberarono in principio di uscir tutti, saltando, se possibil fosse , a viva fora il muro nemico : tentativo proposto loro da Teanete di Tolmida indovino di professione, e da Eupolpide di Daimaco, uno de’comandanti. La metà poi di essi, reputando grande quel pericolo, si si sconfortarono; ma circa dugentoventi perseverarono volenterosi nel disegno di uscire in questo modo. Si fecero scale Uguali in altezza ài muro de’ nemici : apprendendone la misura per le file de’ mattoni dove il muro di faccia a loro si trovava senza intonaco. Molti a un tempo Contavano le file, e benché alcuni certamente sbagliassero, la maggior parte colpiva tiel vero computo, tanto più che ne ripetevano anche molte fiate il contamento, e non erano molto distanti i anzi era il muro facile ad osservare per l’oggetto che si proponevano delle scale, di cui presero la misura corrispondente conghietttiràndola dalla gfossezzà del mattone.
 
Ed ecco la struttura della fortificazione fatta dai Peloponnesi. Essa aveva due cerchi di muro : l’uno guardava i Plateesi, l’altro era per opporsi al di fuori se mai alcuno da Atene venisse ad attaccarli : questi due cerchi poi erano distanti fra loro circa sedici piedi. Neirintervallò dei sedici piedi erano ripartitamentc costruite per le sentinelle delle casematte , contigue l'una alPaltra in modo da parere un muro tutto sodo avente merli sulle due facce. Ad ogni dieci merli eranvi grandi torri , eguali di larghezza alla muraglia, ed arrivavano ognuna alla faccia sì internai che esterna di lei ; talché lungo le torri non rimaneva davanzale, ma si traversava passando pel mezzo di esse. Le notti, se faceva temporale umido, abbandonavano i merli, e facevano guardia dalle torri fra loro a piccola distanza, e coperte di sopra. Tale era la fortificazione onde erano cinti attorno i Plateesi.
 
I quali ordinato che ebbero il tutto, colta l’opportunità d una notte burrascosa per pioggia e vento, ed anche senza luna , uscirono condotti da quei medesimi che avevano proposto l’impresa. E primieramente valicarono la fossa interna che li circondava ; poi vennero sotto il muro de’ nemici di soppiatto alle sentinelle , le quali attesa l’oscurità non gli avevano scorti, nè sentiti al rumore che mettevano nell’avanzarsi, tra perchè soffiava di rintoppo il vento, e perchè camminavano molto discosto l’uno dall’altro, affinchè le armi urtandosi insieme non ne dessero sentore. Erano inoltre spediti e leggeri di armatura , e per assicurarsi contro il fango calzati solo del piè sinistro. A riscontro adunque degli spazi ond’erano tra loro distanti le torri, si accostarono sotto a5 merli (che e’ sapevano essere senza guardie) primieramente i portatori delle scale e ve le appoggiarono : indi salivano dodici soldati leggeri, armati solo di lorica e pugnale , preceduti da Ammea figliolo di Corebo, che primo sali : quei che venivano dopo lui montavano sei ad una, sei all’altra delle due torri. Appresso questi seguivano altri di leggera armatura con lancluole; ai quali, acciocché potessero più agevolmente salire, altri dietro portavano gli scudi che dovevano dar loro quando e’ fossero a fronte co’ nemici. Saliti che furono la maggior parte , le sentinelle delle torri se ne accorsero, perchè uno de' Plateesi nelFattenersi ad una tegola la buttò giù dai merli, la quale caduta fece del rumore. Furono tosto alzate le grida dalle sentinelle, ed i nemici corsero alla volta del muro, non sapendo che inai ciò fosse, stante la notte buia ed il temporale. Nel tempo stesso i Plateesi ch’eran rimasti in città fecero una sortita, ed investirono il muro de’ Peloponnesi dal lato contrario a quello ove le loro genti davano la scalata , affine! i è i nemici avessero mente ad esse il meu possibile. Grande era il trambusto de’ nemici, ina stavano tutti al suo posto, nissuno avendo coraggio di lasciare la sua guardia ; nè sapevano conghietturare chè ciò si fosse. La loro truppa di trecento, destinata ad accorrere ove facesse bisogno, marciava dalla parte esterna del muro al luogo ove udivansi le grida. Intanto si alzavano inverso Tebe le fiaccole nuuziatrici del nemico, e dal canto loro i Plateesi di citth ne alzavano di sulle mura molte preparate innanzi appunto con questo intendimento, chè i segnali de’fuochi fossero incerti per i nemici; sicché stimando essere la cosa tutt’altro da quellò che ella era, non venissero in soccorso prima che la loro gente uscita di città scampasse, e si conducesse a qualche luogo di salvezza.
 
In questo mezzo i Plateesi che erano neiratto di scalare il muro, quando i primi di loro vi furono già saliti , e trucidate le guardie si furono fatti padroni delle due torri, di piè fermo guardavano i passi delle torri stesse, acciò niuno potesse, traversandole, recar soccorso. E di sul muro avendo appoggiate scale alle torri, e fattavi salire molta gente, alcuni dall’alto e dal basso delle torri occupate tenevano coi colpi di frecce indietro chi venisse in aiuto : altri (e questi erano i più) appoggiate ad un tempo molte scale atterravano i merli, e passando di mezzo alle torri traversavano il muro : e di mano in mano chi trapassava ferma vasi sull’orlo della fossa, e di lì lanciavano saette e strali contro chiunque lungo il muro accorresse per impedire il tragitto. Quando poi furono tutti passati, quelli che eran montati sulle due torri rimasti essendo gli ultimi a gran pena scendevano, e si avviavano alla fossa. In questo , la truppa de' trecento si scaglia con torce accese sovr'essi : ciò non pertanto i Plateesi che stavano fermi sull’orlo della fossa, trovandosi nell’oscurità meglio vedevano, e sbagliavano strali e frecce contro le parti inermi dei nemici, dai quali, a cagione delle fiaccole, con più difficoltà potevano essere osservati, appunto perché stavano dalla parte del buio : cosicché anche gli ultimi de' Plateesi furono in tempo a varcare la fossa ma con gran pena e fatica; avvegnaché in essa si fosse rappreso un glriaccio non sodo da passarvi sopra, ma più presto acquidoso come suol essere a vento sussolano e non tramontana. Inoltre la notte al soffiar di quel vento essendo caduto un nevischio, vi aveva resa l'acqua copiosa, talché appena colla testa fuori poterono passare. Nondimeno, la grandezza di quel temporale facilitò loro lo scampo.
 
I Plateesi ristretti insieme mossero dalla fossa, marciando per la via che mena a Tebe , avendo a destra il tempietto di Androcrate ; sì perchè reputavano che a nessuno sarebbe caduto nell’animo che e’ si voltassero per questa strada che menava a’ nemici, si ancora perchè vedevano che i Peloponnesi gl' inseguivano con fiaccole verso il Gterone ed i CapidiQuercia, per la via che mena ad Atene. Proseguirono i Plateesi per sei o sette stadii il cammino verso Tebe: ma poi voltatisi andarono ad Eritrea e Isia per la strada che porta al monte : e guadagnati i monti si condussero a salvamento in Atene dugento dodici soli del gran numero ; imperocché alcuni di loro tornarono in città prima di scalare il muro, ed un arciere fu preso nella fossa esterna. I Peloponnesi poi si tennero dall’ inseguirli e si rimisero al loro posto ; ed i Plateesi restati in città, che nulla sapevano dell’accaduto, ebbero dai tornati indietro la nuova che non era sopravvissuto nissuno : però appena giorno spedirono un araldo a far tregua per riavere i cadaveri ; ma informati poi del vero non si mossero. Così trovaron salvezza quei prodi Plateesi che superarono le fortificazioni.
 
Sul cader dello stesso inverno Saleto lacedemone è spedito da Sparta a Mitilene con una trireme. Approdato egli a Pirra , di là a piedi, per un borro che menava dentro alle fortificazioni nemiche, entra inosservato in Mitilene; dichiara ai magistrati si assalterebbe TAttica, ed arriverebbero ad un' ora le quaranta navi destinate a loro soccorso : essere egli spedito innanzi a questo fine, ed insieme per provvedere a tutto il resto. Il perchè inanimiti i Mitilenei meno inchinavano ad accordare con gli Ateniesi, Cosi finiva questo inverno, e il quarto anno della guerra descritta da Tucidide.
 
Nella seguente estate i Peloponnesi quando ebbero spedito a Mitilene, sotto il comando del loro ammiraglio Alcida, le quarantadue navi imposte agli alleati, entrarono da sè co1 confederati nell’Attica, acciocché gli Ateuiesi, inquietati da ambe le parti, avesser meno possibilità di tener dietro alle navi che andavano a Mitilene. Guidava questa spedizione (a nome di Pausania figlio di Plistoanatte, che era il re, ma ancora nella minore eia) Cleomene suo zio. Devastarono nell’Attica non solo quel che era stato prima mal concio, ma anche i germogli della campagna, e tutto ciò che era stato tralasciato nelle precedenti invasioni: laonde questa fu per gli Ateniesi, dopo la seconda, la più perniciosa invasione. Imperoochè i Peloponnesi ohe vi si trattenevano , aspettandosi sempre di udire da Lesbo qualche impresa della flotta ohe già vi credevano arrivata, faoevano scorrerie guastando buona parte delle loro terre, Ma non avvenendo nulla di quel che credevano , e fallita la vettovaglia, si ritirarono e tornarono separatamente ognuno alla propria città.
 
Frattanto i Mitilenei vedendo che non giungevano a loro le navi dal Peloponneso, le quali anzi indugiavano , e mancando di vettovaglia, si trovan costretti a comporsi con gli Ateniesi per le seguenti ragioni. Saleto, che nè anchVsso aspettava più le navi, fornisoe di armi il popolo per lo innanzi inerme, coll’ intendimento di fare una sortita contro gli Ateniesi. Ma i popolani ricevute appena le armi non più obbedivano ai comandanti, e riutiendosi ili brigate ordinavano a’ magnati, o producessero il frumento e distribuisserlo a tutti, od essi converrebbero con gli Ateniesi di render la città.
 
Quelli che erano al maneggio del governo vedendosi mal atti a contenerli, ed in pericolo se restassero esclusi dalla capitolazione, ristrettisi insieme, fanno accordo con Pachete e col suo esercito, a patto che gli Ateniesi potessero, come più loro piacesse, risolvere intorno ai Mitilenei : che questi gli ammetterebbero in città, e spedirebbero ad Atene ambasceria per trattar dei propri affari ; e che fino al ritorno dell’ambasceria Pachete non dovesse nè incarcerare, nè fare schiavo, nè uccidere veruno dei Mitilenei. Tale fu questa convenzione. Ma quei Mitilenei che più manifestamente si erano intromessi coi Lacedemoni, impauriti oltre misura, all’entrar dell’esercito non patirono di rimanersi ; anzi, nonostante la capitolazione , si assidono presso gli altari. Pachete però fatj tili alzare colla promessa di non far loro alcun male, li deposita in Tenedo fino alla risoluzione degli Ateniesi. Spedi delle triremi anche ad Antissa e se ne impadronì ; ed acconciò del rimanente l’esercito in quella guisa che gli sembrò più opportuna.
 
Ma i Peloponnesi colle quaranta navi, che dovevano arrivare prontamente , si intertennero volteggiando attorno al Peloponneso, e si condussero nel restante del corso con tanta lentezza che in Atene non se ne ebbe novella fino a tanto che non approdarono a Deio. Di là poi giunsero ad Icaro e a Micono, ove per la prima volta udirono della presa di Mitilene : e volendo chiarirsene, presero terra ad Embato dell’Eritrea. Erano intorno di sette giorni che Mitilene era stata presa, quando arrivarono ad Embato : laonde ragguagliati di ciò chiaramente deliberavano sul presente stato delle cose, e Teutiaplo di Elea parlò ad essi così :
 
« O Alenda, e quanti de’Peloponnesi siete qui coa meco al comando dell’armata, mio parere si è di navigar subito sopra a Mitilene pria che nulla si sappia del come ci troviamo. Presa dagli Ateniesi non ha guari la terra , li troveremo, come pare , in gran trascuranza della difesa, e più che altro dalla parte del mare, donde essi non temono che possa sopravvenire alcun nemico, e dove consiste principalmente la nostra forza. Inoltre il loro esercito di terra vuoisi credere, perchè vincitore, sparso spensieratamente per le case. Se dunque di notte, e all5 improvviso daremo l’assalto, spero col favor di quei di dentro, se pur vi resta chi sia per noi, poterci venir fatto di insignorirci di tutto. Però non ita che il cuor non ci basti d’affrontare il pericolo, considerando non esservi in guerra , per procacciare straordinarie imprese , al tro caso che questo ; nel quale se un capitano guardi di non trovarsi; ed all’opposto, vedendovi il nemico, lo assalga, dovrà nella più parte delle azioni a lieto fíne riuscire ».
 
Con tutto che egli avesse sì caldamente parlato e’ non piegò Alcida : ed alcuni altri fuorusciti dell’ Ionia, e quei dei Lesbii che formavano parte della flotta, lo confortavano (dappoiché ei temeva dell’accennato pericolo) ad occupare o qualche città dell’Ionia , o Cuma dell’Eolide ; per avere una terra donde muoversi a ribellare l’Ionia agli Ateniesi. Affermavano ciò potersi sperare , perchè vi arriverebbero col gradimento di tutti : che se e’ privassero gli Ateniesi di questo ramo di entrata che era per loro il più grande, e se vi tenessero stabilmente guarnigione ad osservarli, ne ricaverebbero per sè le spese necessarie. Aggiugnevano poi che pensavano di potere indurre anche Pissutne ad unire con loro le sue armi. Ma Alcida non aderì pure a queste proposte : anzi non essendo stato a tempo a giungere a Mitilene, volgeva sopratlutto il pensiero a riprendere terra f al più presto possibile, nel Peloponneso.
 
Pertanto fatto Tela da Embato, rasentava la spiaggia ; e fermatosi a Mionneso de’ Teii scannò la maggior parte de' prigionieri presi durante la navigazione. Approdato che fu ad Efeso gli si fecero incontro i legati dei Samii di Anea, protestando non esser quello onesto modo di liberare la Grecia, mentre egli uccideva gente non contrastante , nè a lui nemica, ma di necessità legata con gli Ateniesi : se non ristesse di ciò fare pochi nemici attrarrebbe nella sua amicizia, e moltissimi degli amici li arebbe nemici. Queste ragioni mossero Alcida, il quale rilasciò tutti quei prigionieri che aveva di Chio , ed altri presi altrove ; essendoché la gente al veder la sua flotta non fuggiva, ma piuttosto le andava incontro credendola ateniese. Infatti non si aveva pure il menomo sospetto che mentre gli Ateniesi erano padroni del mare , navi peloponnesie si attentassero mai di tragittare nell’ Ionia.
 
Ma Alcida , fino da quando stava sull’ ancora a Claro , essendo stato osservato dalle due navi Paralo e Salaminia che casualmente venivano d’Atene, partì frettolosamente da Efeso , e si diede a fuggire. E temendo di essere inseguito, navigava in alto mare, determinato di non approdare , in quanto per lui stesse , altrove che nel Peloponneso. Erano intanto venuti avvisi dall' Eritrea a Pachete ed agli Ateniesi, e continuamente ne venivano da ogni parte , per cui udivasi esservi gran timore (trovandosi sguernita la Ionia) che i Peloponnesi, correndo le costiere non togliessero ad assaltare le città per farvi saccheggio , quantunque e’ non intendessero di fermarvisi. La Paralo istessa e la Salaminia avendo veduto le navi nemiche a Claro, di per sè stesse riferironlo a Pachete j ed ei tenne loro dietro con gran sollecitudine , e le perseguitò fino all' isola di Latmo. Ma come vide di non le poter più raggiungere, tornò in dietro ; attribuendo a proprio vantaggio il non averle incontrate in alto, o sorprese in verun luogo, dappoiché non erano elleno state costrette a fermarsi , nè avevano ridotto gli Ateniesi alla necessità di mettersi in istato di difesa insieme e di offesa.
 
Nel suo ritornò poi radendo la costa andò a porre in Nozio de’Colofonii, ove si erano condotti ad abitare i Colofonii, perchè da Itamane e dai barbari introdotti per una fazione , era stata occupata la cittadella, verso quel tempo che avvenne la seconda invasione dei Peloponnesi nell’Attica. Insorta pertanto nuova dissensione in Nozio fra quelli che ci si erano rifugiati e gli altri stanziati di prima, questi chiesero a Pissutne delle genti ausiliarie di Arcadi e di barbari cui ritenevano dentro il riparo che separava le due fazioni, ove quei Colofonii della cittadella già partigiani de’ Medi entrarono con loro, ed avevano il maneggio della cosa pubblica. Gli altri all’opposto che si erano sottratti a cotesta fazione , trovandosi banditi, invitano Pachete. Ed egli chiamò a colloquio Ippia comandante degli Arcadi che stavano dentro al riparo, protestando lo rimetterebbe sano e salvo dentro al muro, ove non gli aggradissero le sue proposizioni. Usci Ippia a trovar Pachete, ma egli lo tenne prigione, senza per altro gravarlo di ferri : ed improvvisamente dato l’assalto al muro, mentre quei di dentro stavano senza sospetto alcuno, lo espugna; ed uccide gli Arcadi e quanti barbari vi erano. Dipoi, conforme alla fede data , vi ricondusse Ippia , cui appena entrato fa arrestare ed uccidere a furia di dardi, e consegna Nozio ai Colofonii, eccetto quelli che erano stati dalla parte dei Medi. In seguito gli Ateniesi vi spedirono de' caporani per istabilire in Nozio colonia che si reggesse secondo le loro leggi, e costrinsero tutti i Colofonii, in qualunque città si trovassero, a ritornarvi.
 
Ma Pachete giunto a Mitilene forzò a rendersi Pura ed Ereso. Indi arrestato Saleto lacedemone che stava nascosto in città, lo spedisce ad Atene con quei Mitilenei che aveva depositati a Tenedo, e con qualunque altro gli pareva complice della ribellione. Rimanda pure il maggior numero dell’esercito, e dimorando egli col rimanente acconciava lo stato di Mitilene e di tutta Lesbo in quel modo che più gli pareva.
 
Gli Ateniesi, arrivati che furono questi prigioni con Saleto , uccisero lui immediatamente, sebbene e’ facesse delle esibizioni ; e tra le altre : che rimuoverebbe i Peloponnesi da Platea tuttora assediata. Su gli altri stavan deliberando ; ma nel caldo dell9 ira risolvettero di uccidere non solo quei che erano presenti, ma tutti quanti i Mitilenei giunti alla pubertà ; e di fare schiavi i fanciulli e le donne ; incaricandoli di tutte le altre circostanze della ribellione , benché non fossero , come gli altri alleati, gravati di servitù: nè moveva poco lo sdegno degli Ateniesi il riflettere che le navi peloponnesie per sostenerli avevano osato di tentare arditamente l’impresa dell’ Ionia. Insomma e’ non credevano in verun modo tal ribellione fatta con leggero consiglio. Laonde spediscono una trireme a Pachete significandogli le prese risoluzioni, e ordinandogli di tosto trucidare i Mitilenei. Ma il giorno appresso tosto se ne pentirono non poco ; e mutato consiglio discorrevano che non era senza nota di crudeltà e mostruosità quel decreto, per cui dannavasi all’estermiuio un’intera nazione più presto che i soli colpevoli. Di che fatti accorti i legati de' Mitilenei che eran presenti, e quegli Ateniesi che si adoperavan per loro, procurarono di indurre i magistrati a riproporre il partito. Ben di leggieri ve li indussero, atteso che non era ad essi nascosto che il più dei cittadini bramavano che da qualcuno fosse la cosa posta nuovamente in considerazione. E convocata subito radunanza, ciascuno disse il suo parere : ma Cleone figliolo di Cleeneto, la cui sentenza di uccidere i Mitilenei avea vinto il giorno innanzi, cittadino del rimanente il più violento, ed allora reputato presso al popolo dicitore di gran lunga il più. valente, fattosi per la seconda volta innanzi parlò cosi :
 
« Non esser buono a tenere impero su gli altri lo stato popolare bene altre fiate l’ho io conosciuto; ma non mai come in questo vostro cambiamento d’animo riguardo ai Mitilenei. Nè già io mi maraviglio , attesoché la sicurezza e lealtà con cui usate giornalmente fra voi, ingenera nel vostro animo i medesimi sentimenti in ciò che spetta agli alleati. E quantunque volte o andiate errati perchè sedotti dai loro discorsi, o per compassione rimettiate un punto del vostro rigore ; voi non avvisate di rilasciarvi con vostro pericolo, senza obbligarvi gli alleati : nè considerate che il vostro impero è tirannico, e sovra genti che vi tramano insidie, e che stanno a lor dispetto soggette ; genti che vi obbediscono non pei buoni uffizi che a danno vostro facciate loro , o per benevolenza di animo, ma più presto perchè gli avanzate in potere. Soprattutto però stupisco che nulla debba restar fermo di ciò che è stato risoluto, e che non vogliamo intendere, pin valere una città con leggi peggiori ma invariabili, di una che buone le abbia ma senza vigore ; più giovare l’imperizia unita alla moderanza, che una sfrenata accortezza ; e meglio d’ordinario governare le città i più idioti fra gli uomini a comparazione dei più scienziati. Questi vogliono comparire più sapienti delle leggi e prevalere sulle deliberazioni prese di mano in mano nelle comuni adunanze, quasi che fossero per mancar loro occasioni più importanti da far mostra di loro ingegno ; e cosi per lo più rovinano le repubbliche : gli altri all’ incontro, diffidando dalla propria avvedutezza, si pregiano d’esser men dotti delle leggi, e inabili a vituperare chi abbia dirittamente parlato : però operando da giudici di equità, e non da nyali, dirizzano frequenti volte le cose a buon termine. Dobbiamo adunque anche noi oratori adoperar così; e senza gonfiarci per bravura di eloquenza, o per gara di accorgimento, guardarci dal dare al popolo consigli che non approviamo noi stessi.
1 / 4 Next →

nav.navigate

nav.identity

common.settings

common.language
TR EN
common.theme