Thesauros Literature History Ἱστορίαι

Ἱστορίαι

Ἱστορίαι Thucydides

Book 1

 
« E pur vociferano che prima di prenderla volevano decisione per via giuridica : via che certamente dee sembrare tener non colui che aspetta di trovarsi al disopra , e da luogo di sicurezza invita altrui a non so qual parlamento , ma quegli bensì che prima del dibattimento siasi messo perfettamente alla pari tanto nelle vie di fatto, quanto nella facoltà di dire le sue ragioni: dove costoro noi» prima di cinger d’assedio la piazza, ma quando crederono che noi non vi saremmo indifferenti, allora hanno prodotto il bel pretesto della via giuridica. E vengono qua non solamente rei delle ingiurie che ci hanno fatte ad Epidamno, ma di più colla pretensione di avere ora anche voi non compagni nelle armi, ma complici degli affronti, volendo che gli riceviate perchè sono in discordia con noi. Dovevano ricorrere a voi quando non avevano nulla da temere, e non quando noi siamo già gli offesi ed essi in pericolo; nè quando voi, senza aver nella presa di Epidamno dato mano alle loro forze, li fareste ora partecipi de’ vantaggi che sperano da voi stessi, ai quali, quantunque non complici dei loro delitti, noi daremmo colpa egualmente. Se di prima aveste con quelli accomunate le vostre forze, facea di mestieri che anche ne risentiste comuni le conseguenze : ma se non volete entrare a parte dei loro delitti soltanto, conviene non vi intromettiate in queste contese che tutte da essi procedono.
 
oc Egli è adunque dimostrato che noi ricorriamo a voi colle debite prove di giustizia, dalla parte nostra , e che la violenza e la soverchieria sta tutta dalla loro. Resta a convincervi che non potete giustamente riceverli. Se nei capitoli è detto potere ogni città che non vi sia descritta, accostarsi a qual dei due più le piaccia, pure la convenzione non risguarjla chi si accosti con danno altrui, ma chi senza staccarsi da altri non sia per cagionare guerra in cambio di pace a quei che lo ricevono, lo che non faranno se han fior di senno. Or questo appunto accederà a voi se non porgiate orecchio alle nostre parole. Perchè non vi farete solamente aiutatori di loro, ma eziandio nemici nostri di alleati che siete ; atteso che, se vi mettete con essi, è indispensabile che essi e voi insieme rispingiamo. Eppure dover vostro è di starvene soprattutto neutrali, o unirvi all’opposto con noi per andar contro loro, co’quali non avete mai nemmeno pattuito sospensione d’armi, laddove dei Gorintii siete alleati ; e così non metter l' usanza di dar ricetto ai ribelli altrui. Perocché anche quando vi si ribellarono i Samii, e i voti degli altri Peloponnesi erano divisi sul doversi o no recar loro soccorso, noi non concorremmo col nostro a farvi contro, anzi rispondemmo apertamente , dovere ognuno da sé tenere in freno i propri alleati. Che se voi accorderete ricetto e difesa a quei che commettano qualche malefizio, non meno saranno tra1 vostri alleati coloro che si vedranno accostarsi a noi ; e metterete tale uso più a vostro che a nostro danno.
 
« Questi sono dinanzi a voi i buoni titoli di giustizia che ci competono in forza delle leggi greche. Noi inoltre vi avvertiamo e vi preghiamo di un favore, con cui non essendovi nemici da rivolgerlo a danno vostro, nè amici a segno da usarne più del giusto, diciamo dover voi al presente ricambiarci. Perchè quando per la guerra con gli Egineti, innanzi quella de’ Medii, vi trovaste scarsi di navi lunghe , ne prendeste venti dai Corintii. Cotesto servigio coll’altro nell’affare dei Samii, d’aver cioè noi fatto sì che i Peloponnesi non gli aiutassero , vi procurò vittoria sugli Egineti e modo di raffrenare i Samii ; servigio tanto più pregevole , perchè prestato in tali occasioni nelle quali un popolo inteso tutto ad investire i suoi nemici, di nuli’ altro si cura che della vittoria, tenendo per amico chi lo aiuta, fosse egli anche di prima suo nemico, e per nemico chi lo contradia, benché amico gli sia ; poiché per la gara del momento , non guarda a rovinare le stesse sue cose.
 
« Pieni la mente di questi fatti che i giovanetti apprenderanno dai più vecchi, faccia ognuno suo debito il retribuirci egual benefizio ; nè creda che, per giuste che sieno le proposizioni nostre , ben altro sarebbe il vantaggio suo in caso di guerra : poiché ove uno il men possibile si allontani dal giusto, ivi pure il vantaggio conseguita. L’avvenire della guerra, col timor della quale i Corfuotti vi invitano ad ingiustizie, resta ancora nell’ incertezza : or non è della vostra dignità, che mossi da cotesto timore imprendiate co’ Corintii nimicizia manifesta e non già incerta ; anzi richiede la prudenza vostra che togliate i motivi alla diffidenza che di prima abbiamo di voi a cagione dei Megaresi : perocché l’ultimo benefizio fatto a tempo, benché minore, pnò cancellare una querela maggiore. Nè vi adeschi l’offerta di un’ alleanza molto importante di flotta ; perchè il rispetto pei dritti degli uguali dà potenza più stabile, che non gli acquisti i quali si ottengano in mezzo ai pericoli, per l’ingordigia di presente vantaggio.
 
« E trovandoci nel caso stesso pel quale a Sparta pronunziammo che ciascuno da sè tenesse a freno i propri alleati , crediamo ora giusto che ci si debba altrettanto ; affinchè voi favoriti dal nostro voto, non ci portiate danno col vostro. Anzi retribuiteci del pari, vedendo esser questa P opportunità, in cui è sommamente amico chi aiuta , e nemico chi contradia : e non vogliate a nostro malgrado ricevere in alleanza questi Corfuotti, nè aiutarli mentre ci offendono. Oprando così farete il convenevole, e prenderete a prò vostro il consiglio migliore ». Così parlarono i Corintii.
 
Poscia che gli Ateniesi ebbero udite le parti, tennero due adunanze : nella prima approvarono più le ragioni dei Corintii : nell’ altra mutarono consiglio e deliberarono di stringer lega co’ Corfuotti , non però offensiva e difensiva insieme (perchè venendo da’Corfuotti indotti ad unirsi colle loro navi contro Corinto , trasgredirebbero alle convenzioni) ma difensiva soltanto, pel mutuo soccorso dei territori , contro chi attaccasse Corfù o Atene o gli scambievoli alleati. Pur troppo credevano che anche con questo temperamento avrebbero guerra coi Peloponnesi, e però non volevano abbandonare ai Corintii Corfù sì potente sulla marina, ma farli al più possibile cozzar tra loro , per trovarli più deboli, ove abbisognasse mettersi in guerra coi Corintii, o con altri fomiti di flotta. Senza che pareva la situazione di quell’ isola molto acconcia per tragittare in Italia ed in Sicilia.
 
Con questo intendimento gli Ateniesi accettarono i Corfuotti ; e poco dopo, partiti i legati di Corinto, spedirono loro in soccorso dieci navi sotto il comando di Lacedomonio figliolo di Cimone , di Diotimo di Strombico, e di Protea d’ Epicle ; ma con ordine di non venire a naval combattimento coi Corintii, eccetto che se navigassero contro Corfù o altro luogo di sua giurisdizione, e tentassero farvi scala : allora vi resistessero con tutto il vigore : tali ordini tendevano a non rompere il concordato. Queste navi poi arrivan di fatto a Corfù.
 
Ma i Corintii quando ebbero tutto in ordine fecero vela contro Corfù con centocinquanta navi, dieci cioè de' gli Elei, dodici dei Megaresi, dieci dei Leucadii, ventisette degli Ambracioti, una degli Anattorii, e novanta proprio de’ Corintii. Ciascuna di queste città aveva il suo capitano : dei Corintii lo era Xenoclide figliolo di Euticle con quattro colleghi. Ed allorché facendo vela da Leucade ebber toccato terraferma rimpetto a Corfù, presero staziono a Chimerio della Tesprotide che presenta un porto, al di sopra del quale, un po’distante dal mare, è la città di Egira nella parte della Tesprotide chiamata Eleatide. Presso di questa mette foce nel mare il lago Acherusio il quale prende nome dal fiume Acheronte che vi si scarica scorrendo per la Tesprotide, ove pure scorre il fiume Tiami che divide la Tesprotide dalla Cestrina, tra’quali fiumi sporge il promontorio Chimerio. In questo punto adunque di terraferma approdarono i Corintii, e vi piantarono il campo.
 
Quando i Corfuotti riseppero la loro mossa , allestirono cento dieci navi sotto la condotta di Miciade, di Esimide e di Euribato, e campeggiarono in una delle ìsole chiamate Sibote, ove arrivarono anche le dieci navi di Atene : e la lor fanteria con mille Zacinti di grave armatura stava sul promontorio di Leucimna. Ma aveano anche i Corintii in terraferma molti barbari che erano andati a soccorrerli ; perchè la gente di coleste contrade è loro mai sempre amica.
 
Essendosi i Corintii ben preparati preser foraggio per tre giorni , e di notte salparono da Chimerìo per venire a battaglia navale. Navigavano sul far dell’ aurora , quando videro le navi dei Corfuotti in alto mare avanzarsi contro di loro, e vistisi appena scambievolmente si misero da ambe le parti in ordinanza. I Corfuotti avevano sul conio destro le navi d’Atene, ed essi reggevano il rimanente dell’armata che era diviso in tre squadre, guidate ciascuna da uno dei tre capitani. Tale era l'ordinanza dei Corfuotti. Sulla destra dei Corintii erano le navi megaresi e ambraciote, nel mezzo il resto degli alleati, come era toccato a ciascuno : sulla sinistra stavano i Corintii da se colle navi più spedite al corso, di faccia agli Ateniesi che erano sulla destra dei Corfuotti.
 
Alzati quinci e quindi i segnali vennero alle mani , e per la poca esperienza, armati essendo tuttora all’uso antico, da ambe le parti si combatteva di sopra coverta con molti di grave armatura, e molti arcieri e saettatori. Accanita era la zuffa, ma poca la perizia del mesticro ; anzi somigliantissima a battaglia di terra : perocché dopo il primo urto delle due (lotte , per lo disordine del gran ninnerò si rendeva difficile alle navi lo staccarsi tra loro , ed i soldati gravi di sopra coverta, nei quali era riposta la principal fiducia della vittoria, restando quelle immobili , combattevano di piè fermo ; nè potendo indietreggiare per quindi correre a romper le file nemiche, pugnavano con furibonda gagliardia più che con perizia del mestiero. Laonde grande era per tutto uno scompiglio, un tumultuar di battaglia, nella quale le navi ateniesi pronte a sostenere i Corfuotti ovunque fosser messi alle strette, facevano gran paura ai nemici : ma i generali non li attaccarono per timore degli ordini ricevuti in Atene. Il corno destro dei Corintii principalmente pativa: conciossiachè, furono messi in fuga dalle venti navi dei Corfuotti, che perseguitarono fino alla costa le navi disperse, e inoltratisi fino all’accampamento scesero a terra, abbruciarono le tende abbandonate , e tutto misero a ruba. Da questo lato erano certamente battuti i Corintii con gli alleati, e vincevano i Corfuotti ; ma sull’ ala sinistra ove erano da sé i Corintii, la vittoria era manifestamente per loro , perocché alle navi dei Corfuotti, che erano in minor numero, mancavano le venti che rincorrevano il nemico. Il perchè gli Ateniesi al veder pressati i Corfuotti, li soccorrevano oramai più francamente; benechè sulle prime si ritenessero dal fare affronto veruno ; ma quando li videro manifestamente dar volta coi Corintii alle spalle, allora davvero, senza aver più riguardo alcuno, presero tutti parte alla pugna , tal che gli stessi Corintii e Ateniesi trovaronsi nella necessità di assalirsi scambievolmente.
 
Ma fugati i Corfuotti, i Corintii non rimorchiavano le carene delle navi che avevano mandate a fondo, ma si rivolsero a trascorrere di mezzo alla flotta nemica, per uccidere piuttosto che prender vive le ciurme. Nè sapendo essere stati battuti quei dell’ ala destra, ammazzavano anche gli amici senza conoscerli ; perchè pel gran numero delle navi che da ambe le parti ingombravano molto spazio della marina, poscia che si furono azzufla ti, non era facile discernere i vincitori dai vinti. E veramente questa battaglia navale tra Greci e Greci fu, per la moltitudine della navi, la più considerabile di quante la precedettero. I Corintii poi, incalzati sino a terra i Corfuotti, si volsero a ricercare i rottami delle navi ; ed i cadaveri de’ suoi, i quali riebbero in tanta copia da doverli trasportare alle Sibote, ove le truppe terrestri de’ barbari erano venute in loro aiuto. Sono le Sibote una spiaggia deserta della Tesprotide. Fatto ciò, si unirono di nuovo per navigare contro' i Corfuotti, i quali pure con quante navi buone a navigare erano loro restate , e con quelle degli
 
Ateniesi andarono ad incontrarli temendo non tentassero di sbarcar nella loro terra. Già si avvicinava la sera ed avevano intonato il Peana per animare al conflitto, quando i Corintii improvvisamente presero a indietreggiare, avendo veduto venirsi incontro le venti navi spedite da Atene in soccorso dopo le dieci, temendo, siccome avvenne, non i Corfuotti restassero vinti, e le dieci fossero poche per respingere il nemico.
 
I Corintii adunque che le videro i primi, sospettando che ne venissero da Atene più di quelle che e' vedevano , davauo indietro. I Corfuotti che non le avevano vedute, perchè venivano da parte meno esposta a' loro occhi, si maravigliavano della ritirata dei Corintii ; se non che alcuni poi le videro, e dissero che esse venivano ad attaccarli : allora davvero anch’ essi, fattosi più buio, tornarono indietro, ed i Corintii girarono di bordo e si divisero. Così le due armate si separarono, e sul far della notte finì il combattimento. Le venti navi d'Atene sotto la condotta di Glaucone figliolo di Leagro, e di Andocide di Leogoro, poco dopo essere state vedute , passando a traverso dei cadaveri e dei rottami, si accostarono a Leucimna ove era il campo dei Corfuotti, e vi approdarono. I Corfuotti, perchè era notte, temettero non fosser nemiche; ma di poi riconosciutele le ricevettero in stazione.
 
Nel di seguente le trenta navi attiche con quelle de’ Corfuotti che erano buone pel mare, fecero vela verso la spiaggia delle Sibote, ove aveano stazione i Corintii, per vedere s’e’ venissero a battaglia navale. Questi scostaronsi da terra, ed in alto mare misero le navi in ordine di battaglia ; ma non si movevano, non volendo essere ì primi ad attaccarla, tra perchè vedevano sopraggiunte delle navi ateniesi intere e salde, e perchè erano incontrate loro molte difficoltà ; dovendo guardare i prigionieri che avevano sulle navi, e non avendo in quel luogo deserto mezzo di racconciarle. Anzi temendo che gli Ateniesi, riguardando come rotte le tregue, per essere venuti alle mani, non si opponessero alla loro partenza, pensavano piuttosto del modo di ritornarsene a casa.
 
Risolvettero adunque di spedir gente senza caduceo sopra un battello spiando l' animo degli Ateniesi, con queste parole. « L' ingiustizia è tutta vostra , o Ateniesi , che cominciate la guerra e rompete la tregua, perchè vi opponete (portandoci contro le armi) alla vendetta che vogliamo prendere dei nemici nostri. Nondimeno se è vostra intenzione di impedirci l' andar contro Corfù, o dovunque ci piaccia , e di rompere le convenzioni, arrestate noi i primi e trattateci da nemici ». A queste loro parole, quella parte dell7 armata de’Corfuotti che gli intese gridò subito « si arrestassero, si uccidessero ». Ma gli Ateniesi risposero in questi termini : « Noi, o Peloponnesi, nè cominciamo la guerra, nè rompiamo le tregue : siamo venuti in soccorso di questi Corfuotti perchè sono nostri alleati : del rimanente, se volete volgervi altrove, non ci opponiamo : se poi navigherete contro Corfù o luogo alcuno di sua giurisdizione, noi al postutto non lo permetteremo ».
 
Per cotal risposta degli Ateniesi, i Corintii si preparavano per rinavigare a casa, ed ersero trofeo alle Sibote di terraferma. E i Corfuotti raccolsero i rottami ed i cadaveri che dalla marea e dal vento suscitatosi di notte erano stati sparpagliati qua e là sulla spiaggia, e contrapposero trofeo alle Sibote dell’isola, pretendendo d’esser rimasti vincitori. Gli uni e gli altri si appropriavano la vittoria con questo concetto. I Corintii ersero trofeo per essere stati vincitori fino a sera nella pugna navale, a segno d’aver ricuperati moltissimi rottami e cadaveri, e perchè ritenevano meglio di mille prigionieri, ed avevano mandate a fondo circa settanta navi. I Corfuotti lo ersero per aver disfatto circa trenta navi, ripresi, dopo l' arrivo degli Ateniesi, i rottami ed i cadaveri che erano nelle loro adiacenze , e perchè nel giorno precedente i Corintii, al veder le navi Ateniesi, aveano indietreggiato , e non erano dalle Sibote venute contro loro , quando essi vi si presentarono. Ecco come le due parti si attribuivano la vittoria.
 
I Corintii in ritornando a casa presero a tradimento Anattorio castello di comune diritto co’ Corfuotti, situato alla bocca del seno ambraciotico, e vi posero colonia de’ loro. Proseguirono quindi la navigazione per a casa, e venderono ottocento Corfuotti di condizione servile , ma ne tennero guardati in prigione dugcutocinquanta, che trattavano assai cortesemente, col fine che ritornati a Corfù, ne conciliassero loro l' animo dei cittadini ; atteso che la maggior parte di questi erano anche i più potenti della città. Cosi nella guerra dei Corintii restò salva Corfù, donde partirono le navi degli Ateniesi. Questo fu il primo motivo di guerra per i Corintii contro gli Ateniesi, perchè s’ erano uniti co’ Corfuotti a combattere per mare contro dLloro, duranti le tregue.
 
Ma subito dopo intervenne, che tra gli Ateniesi e i Peloponnesi insorsero, per mettersi in guerra, queste differenze. I Corintii macchinavano di vendicarsi degli Ateniesi , e questi entrati in sospetto della lor nimicizia commettevano ai Potideati ( abitanti sull' istmo di Pailene , coloni dei Corintii, ma alleati e tributari d’Atene), di demolire le mura che guardano Pallene , dare degli ostaggi, licenziare i Demiurghi, e non ricever più quelli che annualmente vi mandavano i Corintii ; perchè sospettavano che adescati da Perdicca e dai Corintii non facessero ribellione, e non vi inducessero anche gli altri alleati di Tracia.
 
Tali precauzioni presero gli Ateniesi contro i Potideati subito dopo la battaglia navale di Corfù, perchè i
 
Corintii erano in manifesta rottura con loro, e Perdicca, figliolo di Alessandro, re dei Macedoni, fino allora alleato ed amico loro, si era fatto nemico, per avere essi fatto lega con Filippo suo fratello e con Derda , che d’ accordo lo contrariavano. Impaurito di questa lega egli si adoprava con ambascerie a Sparta perchè si rompesse la guerra tra i Peloponnesi e gli Ateniesi, e si ingegnava di conciliarsi i Corintii per facilitare la ribellione di Potidea. Proponeva inoltre ai Calcidesi ed ai Bottiesi di Tracia di unirsi alla ribellione, avvisando che coll’alleanza di questi luoghi coi quali confinava, troverebbe, sostenuto da loro, minori difficoltà nella guerra contro gli Ateniesi. Questi n’ebbero sentore ; e come erano in su lo spedire contro gli stati dello stesso Perdicca trenta navi con mille soldati di grave armatura, sotto la condotta di Archestrato figliolo di Licomede e di altri dieci ; per prevenire la ribellione delle città commettono a cotesti capitani della flotta di impossessarsi degli ostaggi, demolir le fortificazioni, ed aver l’occhio alle vicine città per impedir che si ribellassero.
 
I Potideati inviarono legati ad Atene per indurli a non far innovazioni intorno a loro, ed andarono insieme coi Corintii anche a Sparta, e si adopravano perchè, occorrendo , vi si tenesse pronto un sussidio. Or siccome dopo lungo deliberare non ottenevano dagli Ateniesi cosa alcuna che loro soddisfacesse, anzi le navi spedite contro la Macedonia andavano egualmente che prima contro di loro ; e dall’altra parte i magistrati di Sparta avevano promessodi invader l’Attica se gli Ateniesi andavano sopra Potidea, colta allora quest’ occasione e congiuntisi insieme co’ Calcidesi e co’Bottiesi si ribellano dagli Ateniesi. E Perdicca persuade i Calcidesi ad abbandonare e rovinare le città marittime, trasferirsi ad Olinto, e fortificar solo questa città : ed a quei che le città proprie abbandonavano, diede a possedere, finché durasse la guerra con gli Ateblesi, parte del suo territorio e del Migdonio, che è in« tomo alla palude Bolba. Essi passarono ad abitare più dentro terra, distruggendo le città, e si apparecchiavano alla guerra.
 
Le trenta navi ateniesi giunte in Tracia, trovano Potidea e gli altri luoghi già ribellati. Ed i capitani credendo impossibile, colle forze che avevano , di sostener la guerra contro Perdicca e contro le città concorse alla ribellione , si rivolgono verso la Macedonia , dove anche da prima erano stati inviati. Giunti colà uniscono le loro colle armi di Filippo e de’ fratelli di Derda, i quali coll' esercito vi erano penetrati dalla parte di terra.
 
In questo mezzo i Corintii ribellatasi già Potidea, e le navi attiche essendo intorno alla Macedonia , temettero per quella città ; e riguardandone come proprio il pericolo, tra' volontarii de' loro ed altri Peloponnesi invitati col soldo, vi spediscono in tutti milleseicento di grave armatura e quattrocento di truppa leggera, condotti da Aristeo figliolo di Adimanto che era mai sempre stato benevolo ai Potideati; e l’amicizia per lui mosse sopra tutto i Corintii a seguirlo di buona voglia. Essi giungono in Tracia quaranta giorni dopo la ribellione di Potidea.
 
La nuova delle città ribellate era pervenuta subito anche agli Ateniesi ; ed al sentire che v’ era pur sopraggiunto Aristeo colle sue genti, spediscono contro i luoghi ribelli quaranta navi con due mila dei loro di grave armatura , sotto il comando di Callia figliolo di Calliade, e di altri quattro. Giunti appena in Macedonia trovano che quei primi mille, dopo avere di recente espugnato Torma, assediavano Pidna. Fermaronvisi aneli7 essi per continovarne l'assedio ; ma poscia premendo loro Potidea (tanto più che era arrivato anche Aristeo) fanno accordo e forzata alleanza con Perdicca, e partono di Macedonia. Giunti a Berrea tentarono di prenderla, ma fu senza riuscita : per lo che tornati indietro marciavano per terra verso Potidea con tremila dei loro di grave armatura ( oltre a molti altri alleati ) e con seicento cavalieri condotti da Filippo e da Pausania, più settanta navi che gli seguivano radendo la costa. Si avanzarono a bell’agio, e il terzo di pervennero a Gigono ove si accamparono.
 
I Potideati co’Peloponnesi d’Aristeo li aspettavano accampati sull’ istmo in vicinanza d9 Olinto ; e fuori di città avevano aperto il mercato. Gli alleati avevano eletto a capitano di tutta la fanteria Aristeo, e della cavalleria Perdicca, che subito staccatosi nuovamente dagli Ateniesi seguiva la parte de' Potideati, lasciato al governo Iolao in sua vece. Aristeo pensò di tenere la sua gente sull' istmo ad osservare quando sopravvenissero gli Ateniesi ; ordinò che i Calcidesi con gli alleati di fuori dell’ istmo, e co’dugento cavalli guidati da Perdicca restassero fermi in Olinto ; perchè, qualora gli Ateniesi si avanzassero contro lui, venendo loro alle spalle, mettessero in mezzo il nemico. Dall’altra parte Callia generale degli Ateniesi ed i suoi colleghi spediscono alla volta d'Olinto la cavalleria macedone con alcuni pochi de’ loro alleati , per impedire i soccorsi che di là potesser venire ; e mosso il campo marciavano essi verso Potidea. Pervenuti sull’ istmo, vedendo i nemici preparati al combattimento, fecero anch’essi alto di fronte, e poco dopo si azzuffarono. L’ala propriamente d' Aristeo coi soldati scelti de’ Corintii e degli altri alleati che erano con lui, fece dar volta ai nemici che stavano di fronte, e gli incalzò inseguendoli per buon tratto : il resto poi dell'esercito de’ Potideati e dei Peloponnesi vinto dagli Ateniesi si riparò dentro le mura.
 
Aristeo tornando dal dar la caccia al nemico, e vedendo battuta l' altra parte dell’ esercito , era perplesso se dovesse arrischiarsi per la via dJ Olinto , ovvero per quella di Potidea. Ma risolvette di ristringere la sua gente in angustissimo spazio, e velocemente marciando aprirsi la via di Potidea : e con difficoltà, inquietato anche dagli strali del nemico , vi penetrò passando lungo la scarpa delle mura pel mare che ivi si frange, talché colla perdita di pochi salvò la maggior parte de’ suoi. Le milizie d? Olinto destinate pel soccorso di Potidea , dalla quale si scorge alla distanza di circa sessanta stadii, attaccata appena la battaglia ed alzati i segnali, si erano alquanto avanzate per dare aiuto ; ma la cavalleria macedone si schierò loro di fronte per impedirle. E poiché che la vittoria fu tosto per gli Ateniesi, e vennero calati i segnali, tornarono esse dentro le mura, e la cavalleria macedone raggiunse gli Ateniesi ; cosicché nè P una nè l' altra parte ebbe cavalleria. Dopo la battaglia gli Ateniesi alzarono trofeo , e con salvocondotto resero i cadaveri ai Potideati. Vi perirono tra Potideati ed alleati poco meno di treceuto, e centocinquanta proprio degli Ateniesi con Callia comandante.
 
Gli Ateniesi tirarono subito il muro dalla parte dell’ istmo, e vi tenevano presidio : ma ne restava sguarnita la parte verso Pallene ; poiché non si credevano in forze da guardar l’istmo, e insieme passare in Pallene per fabbricare il muro ; temendo che i Potideati con gli alleati gli assalirebbero se fossero divisi in due parti. Quando però riseppero gli Ateniesi che la parte che guarda Pailene non aveva muro , spediscono poco dopo milleseicento dei loro di grave armatura capitanati da Formione figliolo di Asopio. Giunto egli a Pailene, movendo da Afitide avvicinava lentamente l' esercito a Potidea , dando nel tempo stesso il guasto alla campagna. E poiché nissuno usciva incontro a combatterlo, tirò il muro dalla parte di Pailene. Così Potidea restava rigorosamente ristretta da due lati, e insieme dalla parte di mare per le navi che v’ erano di stazione.
 
Attorniata di mura la città, Aristeo non vedendo via di salvezza senza un qualche inaspettato soccorso dal Peloponneso o altro prodigio, proponeva che da cinquecento in fuori, gli altri aspettando buon vento scapolassero per mare, acciò più lungamente durasse la vettovaglia , ed ei voleva essere tra quei che resterebbero : ma non talentando agli altri il suo consiglio, premuroso di ovviare ai presenti mali, e di ordinare nel miglior modo possibile le cose di fuori, imbarca e parte non osservato dalle guardie ateniesi. Si trattenne presso i Calcidesi, ed oltre la guerra che faceva ad altri luoghi, con imboscata tesa in vicinanza della citta de9 Sermilii, ne uccise parecchi, senza però intermettere le pratiche nel Peloponneso, per averne qualche soccorso. E Formione attorniato che ebbe col muro Potidea, dava co’ suoi milleseicento il guasto alla campagna calcidica e bottica ; e prese eziandio alcune castella.
 
Ma le accuse insorte scambievolmente prima della guerra tra Ateniesi e Peloponnesi erano queste. I Corintii accusavano gli Ateniesi dell’ assedio col quale strìngevano Potidea loro colonia e quei Corintii e Peloponnesi che vi si trovavano : gli Ateniesi accusavano i Peloponnesi d’aver ribellata quella città confederata e tributaria d’Atene, e andati colà di aver portato scopertamente le armi contro loro d’accordo co' Potideati. Nondimeno non era per anche scoppiata la guerra , anzi durava tuttora la tregua ; perchè queste cose avevano fatte i Corintii in particolare.
 
I quali, vedendo assediata Potidea , nonistettero più alle mosse , temendo per quella città e per la gente che vi avevano. E senza perder tempo invitavano gli alleati a Sparta , ove andati essi pure inveivano contro gli Ateniesi, imputando loro d' aver trasgredito alle tregue, c di ingiuriare il Peloponneso. E gli Egincti, quantunque senza pubblica ambasceria per paura degli Ateniesi, non meno degli altri segretamente insistevano d’ accordo coi Corintii per la guerra ; allegando esser loro tolto l' uso delle proprie leggi pattuito negli accordi. Tennero i Lacedemoni la loro consueta adunanza; ed oltre agli alleati, vi chiamarono chiunque dicesse essere stato ingiuriato dagli Ateniesi , ed ordinarono a ciascuno di parlare. Diversi si fecero innanzi a produrre le loro querele secondo che ciascuno credeva : ma i Megaresi, oltre a molte altre non piccole differenze, esposero principalmente d" esser sequestrati dai porti del dominio d'Atene e dal mercato dell’Attica , in dispetto delle convenzioni. I Corintii poi, avendo lasciato che gli altri fossero primi ad inacerbire i Lacedemoni, si presentarono gli ultimi e parlarono così.
 
« La lealtà che regna tra voi, o Lacedemoni, nel civile govemamento e nel conversare privato, vi rende , anzi che no, tardi a prestar fede se qualche cosa vi diciamo degli altri ; e da ciò procede non solo la vostra moderazione, ma eziandio la più grande ignoranza in cui siete delle cose esterne. Conciossiachè noi vi abbiamo più fiate predetto i danni che ci aspettavamo dagli Ateniesi ; ma voi non pigliavate contezza alcuna de’ fatti di cui volta per volta vi informavamo ; sospettavate anzi che quei che li esponevano fossero mossi a parlare da private nimistà : e però non prima che ingiuriati fossimo, ma da che lo siamo di fatto , avete invitato questi confederati, tra’quali a noi più di tutti conviene far parola , in quanto che più gravi sono le nostre querele; trovandoci negletti da voi , mentre siamo oltraggiati dagli Ateniesi. I quali se nascosamente opprimessero eoi loro soprusi la Grecia, egli farebbe bisogno awertirvene , potendo voi ignorarli : ma qual prò adesso di molte parole per noi, alcuni dei quali vedete già sotto il giogo ; altri, e specialmente alleati nostri , insidiati da loro , i quali da gran tempo sono già apparecchiati alla guerra , caso che una volta dovessero sostenerla ? Perocché altrimenti non avrebbero soprappreso nè riterrebbero a nostro mal grado Corfù, nè assederebbero Potidea : questa opportunissima per fare in Tracia ciò che vogliono , laddove quella avrebbe somministrato ai Peloponnesi flotta considerevolissima.
 
« E di tutto ciò voi siete i colpevoli, perchè finita la guerra de’Medi permetteste agli Ateniesi da prima di fortificar la città e poi d’alzare le mura lunghe; e tuttora continovate a togliere la libertà non solo ai popoli messi da loro in servaggio , ma anche agli stessi vostri alleati : poiché è autore di servaggio non chi lo impone, ma più veramente chi, potendo cessarlo, non se ne cura, tuttoché egli abbia il decoroso nome di liberatore della Grecia, Ora finalmente , ed a gran fatica, ci siamo congregati, avvisando non averne pure adesso aperte ragioni ; perchè non si volea più cercare se siamo gli offesi, ma solamente trovare il modo di vendicarci, da che essi hanno già deciso e fan di fatti, e senza indugio alcuno assaltano noi incerti ancora nelle nostre risoluzioni. Bene ci è noto per qual via gli Ateniesi a poco a poco si avanzano su quel degli altri : nondimeno sino a che per la inavvertenza vostra si credono inosservati lo fanno meno francamente: ma piomberanno addosso con tutto lo sforzo qualora conoscano che noti vi sieno i loro disegni e non gli curate. Poiché voi sol tra’ Greci , o Lacedemoni, ve la passate tranquillamente , e pretendete tenere indietro gli altri nou colla forza ma coll' indugio ; e di abbattere gli ingrandimenti de’nemici non sul principio, ma quando sieno cresciuti del doppio. E pure avevate nome d’ esser gente di sicuro consiglio ; ma certo la fama era maggiore del vero. Conciossiachè siamo noi stessi testimoni che il Medo dall’estremità della terra giunse nel Pelopponeso , innanzi che voi gli andaste incontro con forze condegne al vostro decoro. Ed or non fate caso degli Ateniesi che vi sona vicini e non già lontani com’ egli ; e più tosto che assalirli, volete respingerli assalitori, e così combattendoli divenuti già assai più forti, rimettervi alla incertezza del caso, quantunque non ignoriate che anche il barbaro fu di per sé stesso cagione di sue sconfitte, e che le nostre molte vittorie già riportate su gli Ateniesi procederono più dai loro errori che dai vostri soccorsi. Perciocché le speranze riposte in voi hanno ornai pur troppo rovinato alcuni che affidati a quelle se ne stavano senza apparecchiarsi. Nè alcuno di voi creda parlar noi cosi per nimicizia che vi portiamo , più tosto che per farvi amichevole rimostranza r imperocché questa sta bene con gli amici che difettino , dove al nemico che ci abbia offeso si porta accusa di delitto.
 
« Crediamo inoltre aver quanto altri mai diritto di dolerci dei vicini , principalmente nell’urgenza di rilevanti affari , pei quali ci sembra che restiate insensibili, senza aver mai ponderato che gente sieno gli Ateniesi coi quali avrete a combattere , e in quanto , per non dire in tutto, a voi superiori. Novatori essi, sono destri a immaginare trovati e ad eseguirli : buoni voi a conservare il vostro , non mirate più oltre , nè sapete venire a capo delle cose anche le più necessarie. Di più sono essi ardimentosi al di sopra delle forze, arriseliievoli più di quel che s’erano prefissi , pieni di buona speranza nei più fieri disastri : all'opposto è proprio di voi operare al di sotto delle forze , non fidarvi neanche de’ meglio fondati consigli, e pensare non dovervi mai liberare da’ pericoli. Sono essi sollecitissimi dinanzi a voi temporeggianti ; eglino randagi, voi casalinghi : perchè coll’ allontanarsi dal patrio suolo credono trovar via a nuovi acquisti, voi col metter piè nelT altrui credete di rovinare anche il Vostro. Vincitori del nemico, ei si avanzano oltremodo , vinti si scoraggiano il meno possibile ; anzi per la patria non risparmiano punto i loro corpi come se a lei non apj partenesscro, ma usano dell9 animo come di cosa tutta di lei in ogni impresa che le sia utile : stimano perdita del proprio le imprese pensate e non compiute ; gli acquisti fatti colle invasioni, piccola cosa a comparazione di ciò che sperano conseguire. Fallisce a sorte una prova , vi sopperiscono con nuove speranze : soli essi riuniscono insieme speranza e possedimento delle cose immaginate , tanto è pronta l' opra di mano ai loro disegni. In tutto questo s’ affannano per l' intero corso della vita in mezzo alle fatiche ed ai pericoli : godono pochissimo di ciò che hanno , intenti sempre ad accrescerlo j credono festa non esser altro che far quel che occorre, e maggior disgrazia l' ozio inoperoso che la travagliosa occupazione. Insomma se tu gli dica nati per non aver riposo, nè lasciarlo altrui, diresti vero.
 
« E nondimeno con a fronte una città di tal fatta, voi, o Lacedemoni, temporeggiate, e credete che tranquillità lungamente non duri presso que’ popoli i quali, tuttoché coi loro apparecchi di guerra non oltrepassino i termini del dovere, pure chiaramente dimostrano che non patiranno d’essere offesi : anzi ponete l’equilibrio politico nel non molestare gli altri, e nel non sopportare danni in caso di rispingerli ; ciò che potreste appena conseguire se aveste a confine una Repubblica che a questa vostra rassomigliasse. Ma oggirnai, come abbiamo testé dimostrato , le vostre maniere dirimpetto agli Ateniesi sono di usanza antica : ora è forza , siccome avviene nelle arti, che a mano a mano la vinca il costume più recente. E per citta tranquilla ottime sono costumanze invariabili : ma in quella ove sia necessario andare incontro a molti pericoli, abbisognano anche molti nuovi artifici. Però lo stato degli Ateniesi esercitato in molte prove, si è più rinnovato del vostro. Qui dunque finisca la vostra lentezza: anzi adesso, conforme lo avete promesso, soccorrerete gli altri ed anche i Potideati assaltando prontamente l’Attica, per non abbandonare a? più fieri nemici gente vostra amica, e del medesimo sangue, e non far si che noialtri per lo scoraggiamento ci rivolgiamo ad altra lega. Lo che facendo, non commetteremmo ingiustizia veruna , nè in faccia agli Dei invocati nei giuramenti, nè in faccia agli uomini di senno: perchè non rompono i patti quei che abbandonati si accostano ad altri, ma coloro che non aiutano quelli coi quali giurarono alleanza. Nulladimeno se vorrete darvene cura resteremo uniti con voi ; conciossiachè mutando parte, nè opereremmo onestamente, nè troveremmo altrove maggior conformità di costumi: però risolvete bene, e date opera che non vi tocchi a governare il Peloponneso più angusto di quel che ve lo consegnarono i padri ».
 
Queste furono le parole dei Corintii : e gli ambasciatori Ateniesi, che per altre occorrenze per avventura si trovavano di prima a Sparta, inteso che ebbero ciò, risolvettero di presentarsi ai Lacedemoni, non per purgar le imputazioni date loro dalle città , bensì per dichiarare che sull’ insieme delle cose non doveano risolvere si tostamente, ma riflettervi più lungo tempo : volevano altresì esporre quanto grande fosse la potenza della loro Repubblica, rammemorando ai più vecchi fatti che non ignoravano , e raccontandoli ai giovani che non li sapevano. Giudicavano essi che per le loro parole si volgerebbero più presto al partito della pace che della guerra. Rappresentaronsi adunque ai Lacedemoni, e dissero volere essi pure, qualora non ve ne fosse divieto , parlare all’ assemblea ; e avuta permissione di entrare, parlarono così.
 
« Noi non fummo certamente inviati qua per venire in con tradi ttorio coi nostri alleati, ma per altre commissioni avute dalla patria : nondimeno informati dei tanti rabbuffi che si fanno contro di noi, ci siamo presentati , non per rispondere alle imputazioni delle città ( perciocché si tratterebbe dinanzi a voi, che giudici rtori sieté nè di noi nè di loro ), ma per non lasciarvi, stando a detta degli alleati, prendere troppo facilmente mala risoluzione sopra affari importantissimi. E medesimamente j riandando tutto il parlato contro noi, vogliamo chiarirvi che ben ci sta quel che abbiamo , e che la nostra Repubblica merita tutta la considerazione. Quanto a’ fatti più antichi attestati dalla tradizione, più tosto che visti dagli occhi di chi ci ascolterà, nulla monterebbe il parlarne : ma delle imprese contro il Medo j e delle altre a voi pure ben note, è indispensabile ragionare, a patto anche di riescir troppo molesti, perchè ad ogni occasione le produciamo. Conciossiachè nelle nostre opere di allora i pericoli furono pel comun bene : del quale siccome voi partecipaste di fatto, così dal farne parola, ove utile ci sia , noi non vogliamo essere interamente esclusi. Nè già favelleremo per nostra discolpa ; ma solo per testimoniare e dichiarare con qual città vi toccherà a combattere, se saggiamente non risolverete. Imperocché ci diamo vanto di esserci soli fatti innanzi a Maratona per sostenere il cimento contro il barbaro : di poi nella seconda sua venuta , trovandoci insufficienti a respingerlo per terra, montammo tutti d'accordo sulle navi, e venimmo con esso lui a battaglia navale a Salamina \ lo che valse a impedire che egli non devastasse il Peloponneso ? investendone colla flotta ad una ad una le città , troppo deboli per soccorrersi scambievolmente contro il gran numero delle sue navi. Egli stesso ne diede poi la più chiara riprova \ perocché vinto dalla nostra flotta, credendo non aver ornai forze eguali alle nostre, si ritirò prestamente colla maggior parte dell’ armata.
 
« Ora in quel fatto sì stupendo, ove chiaro mostrassi che l’esser de’ Greci consisteva nelle navi, tre cose offrimmo le più conducevoli a lieto riuscimento : cioè , numerosissimo naviglio, capitano prudentissimo, deciso coraggio : delle quattrocento navi, poco meno dei due terzi ; per capitano Temistocle , cui solo deesi che la battaglia seguisse nefllo stretto, per lo che manifestamente foron salve le cose dei Greci : e a lui quantunque straniero (che gran cosa è) rendeste per ciò onori più grandi che a tutti gli altri venuti prima tra voi. Mostrammo in fine coraggio di gran lunga il più magnanimo, noi i quali ( poiché nissuno ci soccorreva per terra, e gli altri insino a noi erano ridotti in servitù ) credemmo di nostro decoro abbandonar la città e rovinare le cose nostre, e quantunque ridotti in questo stato , anzi che abbandonare gli altri alleati, o andando sparsi rendersi loro inutili, montammo sulle navi, e ci facemmo incontro al pericolo , senza adirarci per non averci voi di prima soccorsi : cosi che diciamo avervi recato vantaggio non minore di quello che noi stessi conseguimmo. Ed invero, solo da che vedeste esservi più da temere per voi che per noi, ci soccorreste movendo da città tuttora abitate, e confidando di ritornare al possedimento di quelle ; ma fino a che furono in salvo le cose nostre voi non compariste. Noi per opposito uscendo risoluti da città che più non era, e di cui rimaneva menoma speranza , affrontando il pericolo salvammo dal canto nostro e voi e noi medesimi. Ma se di prima per la paura di veder rovinato il nostro suolo, dati ci fossimo , siccome gli altri, al Medo ; ovvero se dappoi, tenendoci per vinti e perduti, non avessimo osato montar le navi, non occorreva altrimenti che voi, mancanti come eravate di flotta sufficiente , veniste a riaval combattimento, anzi per lui avrebbero le cose tranquillamente progredito a suo talento.
 
« È egli dunque cosa giusta , o Lacedemoni, che la prontezza di animo e la saviezza di consiglio allora dimostrata , ci rendano sì smodatamente segno alla invidia dei Greci, anche per l' impero che abbiamo ? Nè già noi l' ottenemmo per forza, ma da che, avendo voi ricusato di rimanere a combattere gli avanzi del barbaro, gli alleati ricorsero a noi, e di per sè stessi ci pregarono ad essere capitani. La natura stessa della cosa poi ci obbligò fino da principio a promuovere questo impero al punto presente, primieramente per timore-, poscia per onore, in ultimo per vantaggio. Ed essendo oramai avuti in odio da molti, avendo sottomessi alcuni che già ci si erano ribellati, e vedendo voi non già come prima amici nostri, ma sospettosi e discordevoli ; non più ci pareva sicuro consiglio rallentare il vigore di quello con nostro pericolo , conciofossechè a voi si accosterebbero quelli che da noi si rifilassero. Or niuno deve biasimare chi cinto da gravissimi pericoli si adopra a ben disporre i propri affari.
 
« Voi certo, o Lacedemoni, nelle città del Peloponneso , sulle quali imperate, avete costituito reggimento acconcio all’util vostro. E se allora rimasti voi perpetuamente al comando , foste incorsi come noi nell’ odio che il comando stesso si trae dietro ; tenghiamo per certo che necessitati o a comandare vigorosamente , o a correr pericolo, non sareste meno di noi divenuti incomodi agli alleati. Medesimamente neppur noi abbiam fatto cosa da maravigliare, nè lontana dal fare degli uomini, se ricevemmo l’impero trasmessoci, e se non vogliamo rallentarne il vigore vinti da grandissime cause, onore, timore, vantaggio. Nè siamo poi stati i primi a mettere questa sempremai ricevuta usanza, che il debole sia tenuto sotto dal più forte. Oltre di che credevamo di meritarlo e voi pur lo credevate sino a qui ; se non che ora calcolando l' utilità vostra, siete ricorsi ai termini di dritto, per anteporre i quali niuno fu mai che migliorar non volesse le cose $ue quando gli venne il destro di farlo colla forza. Meritano anzi lode tutti coloro che, seguendo l’istinto proprio dell’ uomo di comandare altrui, sieno stati più giusti di quello che avrebbe portato la loro potenza. Almeno quanto a noi pensiamo che, se altri acquistassero il nostro potère, farebbero allor daddovero conoscere se siamo nulla nulla discreti : ma a noi la nostra lenità ha fruttato a torto più di disonore che di gloria.

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